Napoli, il banchetto degli squali: processo politico contro CasaPound

IMG_4550«La Merkel è una culona inchiavabile». Se fosse partita da Napoli un’inchiesta a suo carico, l’ex premier avrebbe ora alle spalle anche un procedimento per tentato stupro. Come non cogliere il tentativo di violenza fallito nella sua amara conclusione: «inchiavabile»!

E se questa è la nuova frontiera del diritto discrezionale, ad articoli fotocopia, titoli fuorvianti, bugie riportate acriticamente e intercettazioni penalmente irrilevanti finite sui giornali, invece, ci si era ormai abituati.

CasaPound Italia per la prima volta in campagna elettorale e la magistratura si scatena, i giornali vanno in orgasmo multiplo, mentre la casta raccoglie le briciole come al solito. E’ questo il quadro della vicenda che ha visto l’arresto di dieci persone, tra cui due militanti di Cpi – Giuseppe Savuto e Andrea Coppola – e la responsabile regionale della Campania Emmanuela Florino, a Napoli, lo scorso 24 gennaio.

C’è, tra i tanti, Repubblica a divertirsi con aperture choc: «CasaPound minaccia: violentiamo l’ebrea», non solo attribuendo al movimento la discussione privata di un singolo, ma fondando l’accusa sulla frase di un ragazzo che, in un eccesso comunque verbale di violenza e volgarità, ma in contesto del tutto privato, afferma: «questa la picchio o la stupro». Una frase pesante ma del tutto priva di significato politico, semanticamente rassomigliante semmai ad una ipotesi più che ad una minaccia e, soprattutto, priva di riscontri reali. Uno scherzo di cattivo gusto, finito nel faldone.

L’antisemitismo fa notizia, ma Cpi al riguardo fa notizia suo malgrado dal momento che anche questa volta è stata chiarissima: «antisemitismo e razzismo ci fanno vomitare, tanto quanto le inchieste ad orologeria», ha specificato il vicepresidente Simone Di Stefano nella conferenza stampa tenuta in seguito agli arresti. «C’è una distanza siderale rispetto al razzismo – ha proseguito – ed anche per questo abbiamo rotto con l’estrema destra. Nei campi per gli sfollati del terremoto in Emilia abbiamo aiutato gli immigrati ad organizzare una festa islamica e ne è nato un caso. Ma non abbiamo bisogno di mostrarci per avere patentini di democraticità: i magistrati che dovessero pensare alla nostra chiusura per razzismo troveranno fior di prove a smentirli».

Ma un processo politico, evidentemente, può permettersi di dirti anche quello in cui credi. Può dirti che in realtà sei razzista ed antisemita anche se raccomandi ai tuoi militanti di non esprimere posizioni simili. Se lo fai, ovviamente, è solo per «non sporcare l’immagine ufficiale di CasaPound che vuole accreditarsi come un interlocutore credibile per le istituzioni», come recita l’atto d’accusa. Un trucco insomma, che dura ormai da anni. Strano, no?

L’intercettazione di una frase superficiale diventa posizione semi-ufficiale, non lo è invece l’azione pubblica, in un classico processo alle intenzioni politiche, oltre che a quelle ipoteticamente criminali.

Tutto fa colore e poi, suvvia, in un processo politico i fatti non contano. È sufficiente qualcosa di scabroso da dare in pasto a conferenze stampa gonfiate ad hoc. Le prove? Valgono poco, perché non è necessariamente alla condanna che mira un processo politico. È lo screditamento e l’imposizione del silenzio che interessa. Perciò Adriano Scianca, responsabile culturale di Cpi, ha osservato opportunamente: «si potrebbe, tanto per cominciare, partire da un presupposto: tutte le inchieste strillate, siano esse contro i “nazisti” o contro i No Tav, che iniziano con “progettavano…” sono tarocche. Quando hanno in mano i fatti mettono avanti i fatti. Quando parlano di progetti è fumo negli occhi, sempre».

Del resto, il presidente di Cpi Gianluca Iannone, in occasione della manifestazione nazionale del movimento lo scorso 24 novembre, aveva avvertito i suoi “ragazzi”: «creano terrorismo psicologico» quindi «guardia alta»

«Il caso non esiste mai», ricordava. E non è certo un caso se, ad un paio di giorni dalla presentazione delle liste di Cpi, dai tribunali è venuto improvvisamente fuori un fascicolo che aspettava in un cassetto da oltre quattro anni.

Peccato che, quando il confronto politico si trasferisce nelle aule di tribunali, solo una delle due parti indossa la toga e può sbatterti in galera, una è lo Stato e l’altra il mostro da prima pagina. Fine del confronto ad armi pari, metafora che tra l’altro rischia l’incriminazione a questo punto.

E se si volesse negare che si tratti di processo politico, si dovrebbe prima spiegare perché materia degli atti è Cpi e non i presunti reati in sé. E basterebbe zittire Pd, Cgil e perbenisti di varia estrazione quando ne chiedono la chiusura e l’incriminazione senza che perlomeno una condanna di primo grado serva ad avvalorare la richiesta.

Banda armata, detenzione e porto illegale di armi e materiale esplosivo, lesioni, aggressione a pubblico ufficiale e riunione non autorizzata in luogo pubblico, attentati incendiari, manifestazioni non autorizzate, aggressioni contro avversari politici e «indottrinamento di giovani militanti all’odio etnico e all’antisemitismo». C’è un po’ di tutto salvo poi notare che, quando cadrà l’accusa di banda armata (molto probabile visto il bottino a dir poco magro delle perquisizioni, insufficiente a dimostrare il possesso di un congruo armamento dell’ipotetica banda) e quella di associazione sovversiva (dal momento che i ragazzi fermati non fanno neanche parte di un unico schieramento e certamente non esiste la continuità temporale), allora il caso si sgonfierà. Quando i media avranno già fatto il loro lavoro.

È reato d’associazione e allora puoi infilarci dentro persino qualche bottiglietta di aperitivo come prova indiscutibile, tanto per gradire; puoi fare i filmati dell’operazione e persino arruolare il Ros, pensato per occuparsi di terrorismo e mafia e finito ad arrestare gente per un paio di presunte risse. Loro e della Digos le informative che, insieme alle intercettazioni, rappresentano gli unici indizi su cui è basta l’inchiesta, come ricorda l’Ansa. Un po’ poco, se ne converrà.

La violenza contro gli avversari politici. Ecco l’altra chicca degli investigatori, lenti nel capire che, come ha spiegato Di Stefano, «la violenza politica è imposta dai nostri avversari con gli assalti alle nostre sedi e cortei» e che l’unica “colpa” del movimento è quella di «non darsi mai alla fuga, difendendo sempre il diritto di stare in piazza».

«Stamani nei pressi della facoltà di Giurisprudenza della Federico II di Napoli – recita una nota del 4 ottobre 2011 – la responsabile regionale di CasaPound Campania, Emmanuela  Florino,  è stata aggredita da 7 persone riconducibili ai movimenti della sinistra antagonista napoletana che, riconosciuta la giovane militante all’ingresso della facoltà di Legge, hanno tentato di allontanarla dalla sede universitaria impedendole di entrare e successivamente l’hanno aggredita con calci e pugni». Qualche giorno dopo, il 10 ottobre (e c’è tanto di video sul web), gli antifà in corteo organizzato e non autorizzato, armati di caschi e bastoni, aggrediscono il Blocco Studentesco che sta volantinando davanti la facoltà di Giurisprudenza. La polizia interviene contro la formazione giovanile di Cpi, denunciandone tre ed ignorando i collettivi. Tensioni che si accendono dopo i fatti accaduti nella primavera 2011, oggetto dell’indagine, in cui alcuni militanti di Cpi vengono aggrediti dai soliti collettivi armati, questa volta davanti Lettere. Tre finiscono in ospedale, uno con ferite gravi alla testa. Anche i collettivi denunciano feriti, ma la dinamica è chiaramente difensiva, considerando sia la sproporzione numerica sia l’origine dello scontro.

Si sa, i fasci all’università non ci devono stare e possibilmente neanche al mondo, figuriamoci se possono farci politica. Magistrati (e) antifà su questo sembrano d’accordo. Tanto per cambiare.

Emmanuel Raffaele, “Occidentale”, febbraio-marzo 2013

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