Sesso e costumi tra prassi e teoria fascista

Coronadiferro-1941-CarpiNell’affrontare il tema enunciato, sarebbe impensabile non tener conto di ciò che appare immediatamente chiaro nel leggere la dottrina: il Fascismo è una concezione etica prima che politica ma, ancor più, è testualmente una «concezione spiritualistica», «religiosa».

Nel farlo, però occorre anche osservare, innanzitutto, che la storiografia pur non “schierata” non può evitare di ammettere che il Fascismo costituì un momento di modernizzazione dei costumi, con l’esordio della donna nella società. E senza dover ricordare il noto esempio del Saf o le numerose organizzazioni femminili costituite dal regime parallelamente a quelle maschili, è forse significativo citare invece i Fasci femminili, fondati nel 1920 e quindi presenti già agli albori del Fascismo, dimostrando come la “promiscuità” fosse prassi avanguardistica per il neonato movimento e tutt’altro che un tabù.

Del resto, già nel ’19 tra i punti programmatici vi era il suffragio universale femminile, varato dal governo provvisorio del fascista D’Annunzio a Fiume e concretizzatosi nel paese – per motivi contingenti – soltanto con la concessione pressoché formale del voto femminile alle amministrative nel ’25.

E se, similmente ad altre iniziative legislative dannunziane, il futurista Marinetti arrivava ad inneggiare addirittura al «libero amore», senza dubbio rappresentativa al riguardo è invece la frase pronunciata dalla fascista Teresa Labriola: «L’età muta della donna è finita. Facciamo che la donna cominci a essere eloquente parlando della patria».

D’altra parte, se lo sport femminile conobbe – non senza polemiche di altra matrice – un suo sviluppo proprio grazie al Fascismo, è altrettanto noto che il regime non si oppose affatto alla diffusione del cinema, che tanto influì in merito, al contrario della Chiesa, con papa Pio XI che lo riteneva invece «strumento di traviamento morale». Fu, anzi, proprio sotto il regime fascista che si ebbe la nota diatriba sul primo seno nudo del cinema italiano, primato che l’attrice Doris Duranti rivendicava per sé per una scena del film “Carmela” (1942) in opposizione a Clara Calamai, apparsa a seno nudo ma distesa ne “La cena delle beffe” (1941), e che, in realtà, apparteneva alla meno nota Vittoria Carpi, che sempre nel ’41 si mostrava in deshabillé ne “La corona di ferro” seppur per poche frazioni di secondo. Il tutto nel contesto di un cinema di primo piano e che, nel complesso, non ostacolava certo le pellicole più “leggere” e romantiche.

Tutto ciò senza suscitare scandalo nel partito al quale, anzi, ad esempio la Duranti, era molto vicina essendo compagna di un Pavolini allora ministro proprio della Cultura popolare, delegato quindi all’approvazione dei film.

Allo scandalo, invece, gridò la Chiesa definendo la discussa pellicola con la Calamai come di un coacervo di «libidine, brutalità e libertinaggio». Ancor peggio, del resto, era successo otto anni prima quando «alla fascistissima Mostra del cinema di Venezia, il film cecoslovacco Estasi aveva mostrato il primo nudo integrale. ‘L’ Osservatore Romano’ era andato su tutte le furie, mentre la stampa vicina al regime aveva osannato la pellicola» (Scianca A.,  Riprendersi tutto, Cusano Milanino, Seb, 2011, p. 128).

Un indirizzo perfettamente in linea con quanto, nel frattempo, accadeva nella società, come dimostra il volume “Una giornata moderna – Moda e creatività nell’Italia fascista”, così recensito da “Il Sole 24 Ore”: «Un racconto pionieristico sul ruolo attivo, e sottovalutato, che la moda di quegli anni svolse per l’affermazione di tutta l’estetica moderna, poi anche una riflessione sui corpi e le pose dell’epoca, la gestualità e le abitudini, gli spazi della moda e i luoghi che abitò e stravolse nel quotidiano».

Quanto alle cosiddette case di tolleranza, se ciò può contare, non vennero certo chiuse durante il Fascismo, ma in pieno regime democratico, in perfetta continuità con i moralismi degli antifascisti della prima ora e di quelli odierni. Sotto il Fascismo, anzi, le case chiuse vengono regolamentate e le prostitute obbligate a sottoporsi ad esami medici periodici.

La “politica” del Fascismo nell’ambito dei “costumi sessuali”, dunque, è perfettamente riassunta dall’affermazione del deputato Giorgio Alberto Chiurco, «Nello stato fascista non si può concepire la donna chiusa nella sua casa» e ancor più dalle parole del segretario del partito Turati, che «nel giugno del 1930, si rivolgeva alle giovani italiane invitandole a non essere “né falsamente severe né stupidamente frivole” per concludere con un perentorio: “Nego che la modestia o la virtù possano consistere nel tenere bassi gli occhi”» (cit).

Tornando, quindi, all’incipit, è chiaro che il rimando ad uno stile fascista d’impronta “romana” e la non contraddittoria enfasi sulla donna come madre, non deve confondere circa l’animo per nulla “nostalgico” del Fascismo, che è ad un tempo nazionale e antidemocratico, ma anche sociale e futurista «chiesa di tutte le eresie», come amava dire lo stesso Benito Mussolini, il quale peraltro sottolineava: «Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente».

Dunque, perfettamente riassunto solo nel concetto di “terza via”, lo spirito del Fascismo rifugge qualsiasi fanatismo e logica aprioristica, tenendosi ad un tempo lontano da astrusi conservatorismi tanto quanto dalle derive relativiste del progressismo.

Quanto alla concezione definita «religiosa», infatti, tutto è nello Stato per il Fascismo ed anche la concezione spirituale non sfocia mai nel fare del Cattolicesimo la “religione del Fascismo”. Neanche i pur cattolici “Mistici” di Giani giungono ad anteporre la fede al Fascismo, tutt’altro.

E’ sancito il rispetto del divino in tutte le sue forme e del Cattolicesimo in particolare in quanto religione del popolo italiano, ma è altrettanto chiara la “laicità” del Fascismo nel momento in cui non intende occuparsi di questioni religiose in senso stretto, ponendosi però ad un tempo come una sorta di “autorità spirituale e potere temporale” (come direbbe Guénon) dai tratti innegabilmente “romani” e, per i più cattolici, dispregiativamente “pagani”.

Detto tra parentesi, ciò che ne viene fuori è, per forza di cose, qualcosa di diverso e di più sia rispetto ad un laicismo tendenzialmente agnostico o ateo, che ad un mero statalismo materialista.

In conclusione, e con l’intento di rilanciarne l’attualità del messaggio, è chiaro che non fu certo lo spirito giovanilista ed anticlericale del Fascismo sansepolcrista, ma neanche i richiami alla romanità del regime, a perpetuare nel Paese un certo bigottismo italiano di matrice indubbiamente “cattolica”.

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