Casa Bianca, Bannon è fuori e punta il dito contro l’establishment repubblicano: “non sono nazionalisti”

Con Trump dal 2016, responsabile della sua campagna elettorale prima, consigliere ufficiale e responsabile della strategia dopo l’avvenuta elezione, già rimosso in aprile dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Steve Bannon è ora fuori dalla Casa Bianca. Secondo le fonti ufficiali, sarebbe stato lo stesso Bannon a decidere di lasciare il suo incarico, trovando d’accordo sia il presidente degli Stati Uniti che il capo dello staff John Kelly, che d’altro canto non avrebbero digerito l’esclusione di una opzione militare contro la Corea del Nord riferita da Bannon in una intervista, nonostante una linea ufficiale tenda invece a non escludere nulla.

La decisione, divenuta effettiva a partire dallo scorso 18 agosto, risalirebbe al 7 agosto e sarebbe quindi precedente ai fatti di Charlottesville ma, di sicuro, a pesare su Bannon è esattamente il suo ruolo di collegamento tra Donald Trump e l’alt-right che, grazie alla presenza del direttore di Breitbart News, aveva ufficialmente messo piede a Washington. Ma l’esplicita condanna di Trump all’estrema destra si concretizza ora nella volontà di tagliare i rapporti con un mondo che lo ha appoggiato senza se e senza ma. Tradimento? Affermarlo sarebbe ingenuo, sia perché vorrebbe dire non comprendere le enormi pressioni dell’inquilino della Casa Bianca e la possibilità che si tratti di una mossa (giusta o sbagliata) studiata a tavolino, sia perché Trump, di fatto, ha goduto di un appoggio esterno dovuto a posizioni politicamente scorrette che gli hanno fruttato le simpatie di quell’area politica di cui pure non è esattamente espressione. Trump ha inteso certamente essere un populista, ha certamente cavalcato temi cari all’estrema destra americana, ma è pur sempre Donald Trump, colui che, dopo Charlottesville, ha nuovamente preso le distanze dai “suprematisti” senza rinunciare a difendere chi era lì a manifestare pacificamente per una causa giusta, attaccato dall’estrema sinistra.

Nel congedarlo, il presidente ha twittato: “Steve Bannon sarà una voce forte e brillante a Breitbart News…forse anche più che mai prima. Le false notizie hanno bisogno di concorrenza”. Bannon, infatti, riprenderà esattamente da dove ha lasciato, dalla direzione del sito di informazione populista più famoso al mondo, dal quale potrà continuare eventualmente a sostenere le battaglie populiste di Trump e lanciare strali contro i tentativi, già pronosticati, di moderarlo. “Mi sento sollevato“, ha affermato in una intervista a Weekly Standard, “ora sono libero. Torno a mettere le mani sulle mie armi”. “Intendo schiacciare definitivamente l’opposizione. Non c’è dubbio. Ho costruito una fottuta macchina a Breitbart. E ora sto per tornare, sapendo tutto ciò che so, e rilanceremo questa macchina. Da fuori posso combattere meglio“.

Figlio della “working class” americana, famiglia cattolica di origini irlandesi, evidentemente non ne poteva più delle pressioni che avevano reso marginale la sua influenza sulle politiche di Trump e, in questa prospettiva, non cambia se sia stato spinto ad andarsene o l’abbia davvero deciso autonomamente, perché le sue dichiarazioni sono comunque del tutto verosimili. “Penso che proveranno a moderarlo“, ha infatti affermato, mostrando così fiducia nella genuinità delle intenzioni populiste di Trump, ma anche legittimi dubbi nella capacità del presidente di resistervi. E annuncia: “La presidenza Trump per cui abbiamo combattuto e vinto è finita. Abbiamo ancora un enorme movimento e faremo pur sempre qualcosa per questa presidenza. Ma quella presidenza è finita. Ora sarà qualcos’altro. E ci saranno battaglie di ogni tipo, e ci saranno giorni buoni e giorni cattivi, ma quella presidenza è finita”. Il messaggio, insomma, è chiaro e molto lucido: la porta non è del tutto chiusa, possiamo e dobbiamo ancora fare qualcosa per portare Trump dove vogliamo e difenderlo dagli attacchi ma a sporcarci le mani dovremo essere noi. A volte vinceremo e a volte no, ma Trump non potrà più essere considerato un presidente eletto anche grazie ai voti dell’alt-right: “Ora, è soltanto Trump“. E, ha aggiunto: “i passi in avanti su cose come il nazionalismo economico e l’immigrazione, e la sua capacità di muoversi abbastanza liberamente…ecco, in merito alla sua capacità di portare a termine alcune cose – in particolare le cose principali, come il muro o le altre cose importanti per cui abbiamo combattuto -, sarà molto più difficile“.

Trump è in trappola ed è solo. Dopo aver twittato per Bannon, del resto, ha scritto sul suo profilo ufficiale: “Intendo rivolgere un plauso ai tanti manifestanti di Boston che parlano contro il bigottismo e l’odio. Il nostro paese presto tornerà ad essere unito come fosse una persona sola!”. Tutto molto bello, se non fosse che quei manifestanti contestano proprio Trump e di odio ne hanno da vendere ma, appunto, sempre contro Trump. Delle sue condanne del razzismo, dei suprematisti, della cacciata di Bannon come di questo tweet non sanno che farsene: continueranno a pensare che è un razzista, un nazista e che deve dimettersi, semplicemente perché non la pensa come loro e sarà così finché Trump dirà anche una sola parola “politicamente scorretta”, finché Trump sarà Trump. Ma, una volta che avrà ceduto al ricatto, conterà poco il nome sulla targhetta da presidente degli Stati Uniti: sarà soltanto un altro presidente in balia delle lobby. Lobby che non fanno troppe distinzioni tra gli schieramenti, come ha ricordato ancora una volta Bannon: “E’ l’establishment repubblicano. L’establishment repubblicano non ha interesse nel successo di Trump su cose come queste. Loro non sono populisti, loro non sono nazionalisti, loro non avevano nessun interesse nel suo programma. Zero”. Trump ha ora un solo alleato: la classe lavoratrice bianca che ancora lo sostiene. Se non manterrà le sue promesse nei loro confronti, quello si sarà un tradimento. Isolato com’è, c’è poco da sperare, ma la situazione è ora esplosiva negli Usa: tutto può succedere. Di certo, la tensione resterà alta.

Emmanuel Raffaele

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