La morte di Niccolò? Colpa della mafia cecena: la folle teoria di Saviano su Lloret de Mar

Non ce la fa proprio.

L’autore di Gomorra, il criticatissimo Roberto Saviano, deciso ormai a pontificare su tutto, neanche stavolta è riuscito a spogliare i panni della maestrina e, a circa tre settimane dalla tragica morte di Niccolò Ciatti, ucciso a Lloret de Mar  in Spagna, non ha esitato ad usare la storia del 22enne siciliano nel tentativo – divenuta ormai preoccupazione costante – di accreditarsi come esperto di criminalità organizzata internazionale. E, così, non si è fatto scrupoli ad usare proprio la storia di Niccolò per proporre un collegamento del tutto immaginario tra la rissa in una discoteca della cittadina spagnola e la “mafia russa”.

In particolare ha esordito osservando: “Un elemento quasi del tutto ignorato dalle riflessioni scaturite da questa tragica aggressione mortale, sia in Italia sia in Spagna, è che la Costa Brava è completamente controllata e monopolizzata dalle organizzazioni mafiose dell’est e in particolar modo russe“. Una vera e propria “colonia”, afferma più avanti. “L’Organizacija (nome che definisce la struttura delle organizzazioni mafiose dell’ex Urss) – ha spiegato – è il primo datore di lavoro nel mercato turistico della Spagna del sud. La maggior parte dei locali in quel territorio in particolare sono sotto il dominio della mafia cecena [la Obshina, ndr], georgiana e delle famiglie di San Pietroburgo”.

“La polizia spagnola”, ha asserito senza mezzi termini, “è del tutto impreparata”, mentre “il governo di Madrid” sarebbe addirittura “omertoso verso queste dinamiche”, probabilmente “connivente” rispetto alla mafia cecena che “costringe all’estorsione la totalità dei locali”, ipotizza in seguito. Accuse pesanti, lanciate senza nessuna prova ieri dalle colonne de “L’Espresso, dalle quali ha appunto azzardato anche un collegamento inspiegato e del tutto vago con l’assassinio del giovane italiano nel corso di una aggressione da parte di tre ceceni (peraltro, richiedenti asilo residenti in Francia) tra i 20 ed i 26 anni. Secondo Saviano, “è un errore, quindi, delegare soltanto all’analisi psicologica questo evento e non interpretarlo in un contesto strutturale”. “Niccolò Ciatti è stato vittima di queste dinamiche“, conclude il giornalista campano.

Ora, non vogliamo sminuire il pericolo delle organizzazioni criminali dell’est, anzi, il racconto di Saviano, al netto degli eccessi giornalistici e delle accuse non argomentate, per quanto ci riguarda, potrebbe benissimo corrispondere al vero. In tal caso, condividiamo l’esigenza di stare in guardia rispetto a queste dinamiche. Quello che proprio non si riesce a capire, è cosa centra Niccolò in tutto questo! Perché usare quel ragazzo per recitare a tutti i costi la parte dell’esperto e tentare lo scoop? Perché dover per forza aggrapparsi ad una simile tragedia per fare un’analisi criminologica che non sembra aver nessun collegamento tangibile e diretto con la rissa/aggressione all’origine della morte? Perché non limitarsi ad un commento “a margine”? Perché strumentalizzare giornalisticamente quell’episodio per poi parlare fondamentalmente di altro? Questo giornalismo davvero non ci piace. Provoca disgusto e, soprattutto, non ha nulla di professionale. Nessuna prova, nessuna connessione reale, nessuna ipotesi concreta: solo chiacchiere e titoli fumosi. Non pretendiamo da Saviano il rispetto di regole morali, ma la ricerca della verità è davvero un’altra cosa.

Emmanuel Raffaele

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