“Modello Riace”: grazie al “sindaco-eroe” dell’accoglienza ora il paese rischia il dissesto

Se ne sono innamorati proprio tutti. E non solo in Italia. Il Fortune Magazine, nel 2004, lo aveva inserito nella lista dei 50 leader più influenti del mondo. Papa Francesco, evidentemente lieto di trovare altre sponde progressiste, gli aveva addirittura inviato una missiva, lodando il modello di accoglienza costruito a Riace. E Domenico Lucano, 59 anni, ex militante di Democrazia Proletaria e, appunto, sindaco di Riace (RC) per ben tre mandati (vedi che succede a smetterla con la lotta al sistema!), ha risposto incredulo con un fiero “Hasta siempre“. In fondo, è solo Bergoglio, il leader della sinistra globale.

“Ha realizzato un modello di ospitalità studiato in tutta Europa”, ha scritto Fortune nel tracciarne il profilo. “Un programma di integrazione sostenibile che ha rivitalizzato l’economia e il tessuto sociale di un borgo destinato a svuotarsi”, spiegava Donata Marrazzo sul “Sole 24 Ore“. “il borgo fantasma è diventato paese modello di integrazione”, ha scritto Alessandra Magliaro sull’Ansa. E specificava: “ha accolto e inserito nel tessuto sociale di un borgo, destinato a diventare fino a 15 anni fa un paese fantasma, circa 6 mila richiedenti asilo da oltre 20 paesi, dando nuova vita al paese stesso e realizzando concretamente l’integrazione“. Un coro unanime di lodi e auto-elogi. “L’esperienza di Riace è contagiosa: Caulonia e Stignano aprono ai profughi le case disabitate. Offrono assistenza sanitaria e legale. Tutt’intorno si allarga la Rete dei comuni solidali”. “La mia è una comunità felice, perché l’inclusione conviene a tutti. Ne godono i residenti, qui riaprono scuole e ristoranti. La natalità supera la mortalità”. “Il sindaco Lucano ha orientato tutta l’amministrazione all’integrazione, dei rifugiati e degli immigrati irregolari aprendo scuole, finanziando micro attività, ma anche realizzando laboratori, bar, panetterie e perfino la raccolta differenziata porta a porta, garantita da due ragazzi extracomunitari e trasportata attraverso l’utilizzo di asini. I mediatori culturali fanno da ponte e una moneta speciale aiuta gli immigrati per le spese giornaliere in attesa dei fondi europei”. Nel corso della 15esima Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia organizzato da Università e Politecnico di Torino, un progetto fotografico era dedicato proprio a Riace, un modello di inclusione “funzionante”. “Non ci sono ricette, misure, programmi definiti. Non so nemmeno se quello che ho fatto è replicabile altrove. Forse è tutto una casualità, un’avventura umana di cui all’inizio non conoscevo i rischi e nemmeno i limiti. E’ stata l’occasione che mi ha guidato”, chiarisce il sindaco-eroe.

Peccato che qui, di eroico e miracoloso ci sia in realtà ben poco. E, oltre ad essere ovvio, bastava leggere tra le righe: “Un ‘miracolo’ possibile grazie ad una diversa gestione dei finanziamenti previsti per l’accoglienza, usati – evidenziava “Repubblica” – “per integrare e non per dividere”. I 30 euro giornalieri stanziati in tutta Italia per ogni rifugiato, non vengono dispersi ma centralizzati dall’amministrazione, che li usa per ristrutturare le vecchie case del paese, avviare attività che poi sono i migranti a portare avanti, mettere in piedi progetti. Per non far inciampare il sistema nei ritardi con cui i fondi vengono materialmente trasferiti, a Riace circolano dei bonus – con su la faccia di Che Guevara, Martin Luther King, Peppino Impastato – che permettono ai rifugiati di fare acquisti in paese”. Insomma, una gestione ‘allegra’ e originale dei fondi pubblici. Niente di più, niente di meno. E a dimostrarlo c’è la cronaca di questi giorni, col sindaco che supplica: non fermate i fondi o Riace chiude. Era tutto un castello costruito in aria. Una bolla ‘speculativa’. Una crescita fittizia, pompata dal settore pubblico. Ed era ovvio ed evidente che fosse così. Ma, ora che il castello rischia di crollare, sembra più facile accorgersene.

Prefettura e Ministro dell’Interno – spiega “Il Dubbio“, “dopo aver a lungo adulato il modello Riace e dopo averlo spedito per il mondo come esempio di buona politica contestano la burocrazia alla base del progetto utopico di ‘Mimmo il curdo’ “, che sottolinea: “se l’azzeramento dovesse essere confermato, ci sarà la chiusura dell’intero progetto“. Insomma, se la pioggia di fondi si ferma, la crescita di Riace si blocca. Era un fake, come tutte le notizie sul suo conto. I bonus con cui i migranti facevano spese, moneta virtuale, non possono più essere accettati: non valevano nulla. “I bonus”, si giustifica, “tutelano la dignità del rifugiato, spesso umiliato nella consegna di alimenti. Così queste persone hanno immediatamente autonomia economica e libertà di scelta nei beni di prima necessità, entrano subito in contatto con la società e si integrano. Ed è così che siamo sopravvissuti alle lungaggini burocratiche di trasferimento delle risorse dallo Stato agli enti territoriali”. Il controllo della Prefettura, lamenta, si è svolto senza “nessuna audizione con gli operatori, nessun colloquio con la popolazione, nessun contatto con i commercianti. Il controllo è stato solo sulla documentazione“. Cosa avrebbe dovuto essere, altrimenti, un plebiscito? Ma, non contento, definisce anche “cose strane” l’autorizzazione di una manifestazione contro gli immigrati a Riace e si esprime poi su Ong e ius soli: “io credo che le ong non sono tutte criminali: anche loro vanno nella stessa direzione di Riace, quella di salvare vite umane. Così come sono d’accordo con la posizione presa dal Papa, che ritiene giusto riconoscere la nazionalità a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. Non riconoscere ai bambini nati in Italia da genitori stranieri la cittadinanza è una cosa amorale”. Che brutta fine per uno di Democrazia Proletaria chiedere “al papa di venire a Riace e di starci vicino”!

Il Fatto Quotidiano“, pur descrivendo il fallimento di un modello, lo scorso 20 agosto esordiva ancora con questi termini: “il paese calabrese rinato grazie all’integrazione e al contributo dei migranti“. Senza vergogna. Nell’articolo si spiega, appunto, che il sindaco ‘minaccia’ di lasciare se, all’interno del “Sistema di protezione dei richiedenti asilo”, non verranno fatti valere bonus e borse lavoro. “Primo comune italiano in cui i migranti non vengano reclusi in centri di accoglienza, ma accolti in vere e proprie case che vengono loro affidate, Riace è rifiorito proprio grazie all’arrivo dei profughi sbarcati sulle coste calabresi. Svuotato dall’emigrazione, il piccolo centro della Locride è stato ripopolato dai migranti alloggiati nelle vecchie case del paese, nel corso del tempo utilizzate anche per ospitare le botteghe artigiane, rinate proprio grazie ai profughi che hanno ripreso in mano le attività tradizionali”. “Un circuito virtuoso che ha permesso anche ai calabresi rimasti in paese di non fare le valigie. E non solo perché il Comune ha assunto mediatori culturali, che in alternativa avrebbero dovuto cercare fortuna altrove. Grazie ad una popolazione in continua crescita bar, panetterie, botteghe e persino la scuola elementare e l’asilo non hanno chiuso i battenti”. Altro che circuito funzionante, inserimento nel tessuto produttivo, rivitalizzare le economia e sostenibilità: erano tutte bugie. Dopo vent’anni di accoglienza – con più di 6mila immigrati passati da Riace (a partire da quel veliero giunto con 800 persone a bordo nel 1998), che attualmente rappresentano circa il 50% della popolazione residentesenza finanziamenti non si fa proprio nulla. L’economia era lo Stato, era fittizia, non una vera economia. E la gente rimasta certo che era contenta, perché lo Stato gli dava lavoro. Succede così ovunque, nei piccoli paesi, dove associazioni e centri d’accoglienza che lavorano con l’accoglienza garantiscono impiego. Ma è un circuito vizioso.

Il sindaco ora chiede aiuto, ma è da mesi, ormai, che gli scheletri nell’armadio sono venuti fuori. A marzo li aveva anticipati “Il Giornale“: “Superano abbondantemente i 500 mila euro le spese senza «pezze d’appoggio», o con giustificazioni poco chiare o raddoppiate. Fra queste, i 12 mila euro per i 9 mila litri di carburante per auto che avrebbero dovuto assicurare la percorrenza di oltre 200 mila chilometri annui ad un automezzo che, in oltre dieci anni di vita, ne ha percorsi, in totale, solo 188 mila. Nessuna giustificazione anche per i 40 mila euro di parcelle per legali ed interpreti. Poco chiare le spese per il fitto di abitazioni (classificate A/3) in uso agli immigrati, di cui mancano attestazioni di agibilità e abitabilità, di proprietà di parenti dei responsabili degli enti gestori lo Sprar: oltre 200 mila euro annui. Senza dimenticare che altri 600 mila euro sono spesi annualmente per stipendiare 70 operatori, non sempre e non tutti con le carte in regola“. “Gravi carenze sulla gestione”, insomma, di cui parla anche la “Gazzetta del Sud“. E che ora rischiano di portare Riace al dissesto finanziario.

Il presidente del Camera, Laura Boldrini, riceve la cittadinanza onoraria dal sindaco di Riace

Le case erano abbandonate perché a Riace evidentemente qualcosa era morto. Ma Riace non è rinata, si è trasformata. Ha un’altra identità. Ed ha ospitato un esperimento di economia a induzione statale che non può funzionare per sempre. Non si è garantito un vero futuro ai migranti. E non sono certo loro ad averne colpa. Contava dare la cittadinanza onoraria della città a Laura Boldrini, contava rappresentare l’Italia buona e accogliente in giro per il mondo. Forse si è creato qualcosa di originale. Un’accoglienza più umana. Più vera. Forse. Se è vero che è stato fatto tutto in buna fede. Ma le carenze, i punti oscuri ci sono eccome. E sono gravi. Non si può guidare un’amministrazione e gestire un fenomeno sull’onda dell’emozione e della casualità, come ha pure rivendicato il sindaco. Ci vogliono concretezza e realismo. Essere buoni, soprattutto coi fondi pubblici, è facile. Essere “cattivi” è difficile. E qui nessuno vuole esserlo. E così i problemi si gonfiano.

Emmanuel Raffaele

 

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