Milano, Segre presenta il suo film sui migranti: c’è anche Gino Strada, ma il “fucile” spara a salve [Ecco il trailer]

C’è anche Gino Strada, ex militante comunista e fondatore di “Emergency“, alla proiezione de “L’ordine delle cose“. Pochi giorni prima aveva definito il Ministro degli Interni Marco Minniti uno “sbirro” per il modo in cui ha fermato gli arrivi dei migranti, questo sabato, a Milano, si è invece presentato alla proiezione di un docu-film proprio su uno sbrirro che fa il ‘lavoro sporco’ in Libia per conto di un governo italiano ormai determinato a fermare gli arrivi. La storia costruita da Andrea Segre l’avrà ispirato. Peraltro, c’è anche lui, il giovane regista Segre, a presentare la sua opera al pubblico di un (a dir poco) rinnovato cinema Anteo, inaugurato nella nuova formula di “villaggio multimediale” proprio la sera prima alla presenza del sindaco Beppe Sala.

Nove euro il costo del biglietto, tutto esaurito nonostante la pioggia, con le sale che intanto sono diventate ben 11 (erano 4) e portano i nomi di tanti cinema storici di Milano ormai chiusi e scelti tramite sondaggio aperto ai cinefili: una di queste ospiterà proiezioni in lingua originale, in un’altra – con la collaborazione del colosso del finto made in Italy, “Eataly” – sarà possibile anche cenare durante la visione. Al bar dell’ingresso, invece, potrete acquistare delle pratiche bustine di arachidi a ‘soli’ 4,50 euro. Il nuovo spazio cinematografico radical-chic di Milano non poteva che esordire in grande stile con “L’ordine delle cose”, presentato lo scorso 31 agosto alla 74esima Mostra del Cinema di Venezianelle sale da giovedì.

Il regista Andrea Segre

“Il film”, spiega Segre, “avrebbe dovuto aspettare ancora qualche mese, ma nel frattempo ci siamo accorti che quello che stava succedendo tutto quello che volevamo raccontare e così abbiamo deciso di anticipare i tempi”. In altre parole, la cronaca ha rischiato di bruciare l’effetto denuncia del film che, in verità, complice un calo degli sbarchi dell’80% nel mese di agosto in seguito ai controversi accordi siglati da Minniti e la comparsa nel dibattito politico proprio dei centri di detenzione libici protagonisti della pellicola – risulta già assai contenuto. Segre, che non si è mai recato in Libia ed ha ricostruito il centro in Italia (usando come comparse anche alcuni dei migranti sgomberati a Roma poche settimane fa), voleva svelare i retroscena dei respingimenti ed è stato in realtà lungimirante, considerando che ha cominciato a lavorarci tre anni fa. Ma il racconto verosimile e obiettivo di fatti che vengono descritti come “immaginari” ma tratti da un “contesto reale”, ‘risente’ forse troppo di un approccio che lo ha spinto quasi ad immedesimarsi con il protagonista, Corrado (Paolo Pierobon), dipendente del ministero chiamato a risolvere la questione una volta per tutte. “Più volte mi sono chiesto cosa avrei fatto io al suo posto“, ha spiegato in effetti Segre nel pamphlet “Per cambiare l’ordine delle cose” (disponibile sul sito internet del film) che – nelle intenzioni della produzione – dovrebbe seguire idealmente e fattivamente la proiezione.

In una scena del film, la visita ufficiale ad un centro di detenzione libico

Il risultato è un film che, in quanto tale, restituisce bene quella realtà, una realtà addirittura edulcorata in maniera consapevole: “noi vediamo solo ciò che Corrado può vedere, ciò che gli fanno vedere nel corso delle sue visite ufficiali”. E’ vero.  Quello che c’è dietro l’apparenza già pessima dei centri in cui vengono ‘ospitati’ i migranti, che arrivano in Libia per attraversare il Mediterraneo, viene fuori solo in un’occasione. Ma tutto lo lascia presagire. Ma questo contenersi, questa obiettività nel racconto di una storia in cui, peraltro, il governo italiano passa quasi per un governo anti-immigrati (mentre sappiamo tutti che la propaganda renziana ha giocato proprio sul fronte opposto fino a poco tempo fa e che lo stesso governo Mattarella solo di recente ha mostrato un impegno serio a fermare gli sbarchi) ed i suoi funzionari per scrupolosi ma sensibili tutori dell’ordine e delle leggi, non fanno che contribuire a contenere l’impatto potenziale di un film che, infatti, non ha riscontrato smentite sui metodi né particolari critiche da parte delle autorità. Un fucile che spara a salve, insomma.

Eppure – patrocinato da Amnesty International e realizzato anche con i fondi ministeriali e con quelli della Regione Veneto, Lazio e Sicilia -, il pamplhet che rivela i prevedibili (basta guardare in faccia Segre) obiettivi politici della pellicola, è tutt’altro che moderato. E si intuisce già dal primo intervento, quello di Segre appunto, secondo il quale Corrado, come tutti noi, ha “metabolizzato l’ingiustizia“. Decisamente duro il secondo intervento, firmato dalla somala Igiaba Scego. “L’Europa ha dimenticato quando era lei a scappare dalle guerre“, rivendica lasciando un po’ disorientati per la mancanza di riferimenti storici plausibili. Poi, lasciandosi sfuggire il fatto che i veri rifugiati nessuno li respinge né li contesta, passa al solito paragone (improprio sotto ogni punto di vista) con gli italiani che andavano negli Stati Uniti. Infine, con un’accusa contraddittoria che è paradossalmente un’ammissione di colpa, afferma: “stiamo costringendo molte persone a fingersi rifugiate“. Il problema secondo Igiaba Scego, infatti, è che non permettiamo a tutti di entrare legalmente in Italia e in Europa.

Ecco, dunque, ora è tutto più chiaro. A quanto pare, del resto, “se nasci nel posto giusto hai la possibilità di andare dove vuoi, basta un visto“. Certo che basta un visto. E’ proprio un visto, un permesso di soggiorno, che ti permette di andare in un paese in maniera legale. Ed è proprio quello che non accade in Italia. La Scego lo sa, lo ammette, eppure questa verità che conosce non le impedisce di puntare il dito contro un incomprensibile disparità, che sarebbe tale se gli europei, appunto, potessero andare dove vogliono senza bisogno di documenti. Che anche se vai in Africa e sei italiano, d’altronde, hai bisogno di un documento – e nessuno trova la cosa quanto meno simpatica, considerata la quantità di sbarchi clandestini a cui assistiamo.

Luigi Manconi, nell’intervento seguente, se la prende con i giudici che (a fronte di prove evidenti) indagano le ong complici dei trafficanti. Secondo lui si tratta di una “battaglia ideologica” per “lordare ciò che è pulito”. Te pareva. Ilvo Diamanti, invece, punta sulla stantia retorica della “paura degli altri”, che sarebbe la causa del no ai migranti (della legge sull’immigrazione questo non deve proprio averne sentito parlare). Pietro Massarotto, infine, dimostra di conoscere bene la legge sull’immigrazione e la sua soluzione è semplice: regolarizzare i migranti presenti sul territorio e facilitare gli ulteriori ingressi.

Tra i migranti respinti c’è Swada (al centro nella foto), che incarna la chiave di lettura “soggettiva” proposta dal film

Appare chiaro che, se queste sono le argomentazioni, è anche inutile tentare un dibattito. Il film, in realtà, propone una questione seria. Il regista sfiora la possibilità di essere concreto quando, dopo il film, ricorda in maniera non troppo ironica: “in Libia non c’è un governo“. Appunto. Se si volesse trattare il tema senza il filtro dell’ideologia no-border, si potrebbe partire proprio da qui: chi ha la sovranità nei posti in cui ci sono i centri di detenzione dei migranti? Se la risposta non è il governo libico, è chiaro che la soluzione è un intervento reale e in forze dell’Europa sul posto. Ed è chiaro che al ricatto, a cui cede il governo italiano e che giustamente evidenzia Segre, non c’è soluzione migliore se non quello di non cedervi. Una decisione che comporta anche in questo caso soluzioni coraggiose e l’eventualità di un intervento diretto (e proporzionato) se un governo non vuole o non riesce a fare il suo dovere con forti ricadute nei tuoi confronti. Il problema, però, è che la prospettiva è invece molto diversa. E lo rivela la trama del film. La prospettiva suggerita da Segre è, come al solito, quella soggettiva.

Segre vorrebbe che decidessimo, che facessimo le leggi sull’immigrazione e che gestissimo questa emergenza, sull’onda dei sentimenti, delle emozioni. Ed è questo, infatti, che si rimprovera a Corrado: nonostante sia dura ed abbia dei sentimenti, sa che la via della giustizia non procede in questo modo. Per la sinistra, oggi, sembra una cosa impensabile. Non è sempre (stato) così. Ed è proprio questo atteggiamento ambiguo che insospettisce. Forse, sull’onda delle emozioni e con la scusa della bontà, ci vogliono portare soltanto ad attuare la cara vecchia soluzione anarco-comunista di un mondo senza Stati e senza confini. Forse, ancora una volta, stanno solo tentando di distruggere quello che odiano. Ma stavolta si sono fatti furbi.

Emmanuel Raffaele

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