Da Noli a Catanzaro, da Giuseppina Ghersi a Sergio Ramelli: partigiani senza vergogna dalla parte degli assassini

Non c’è pace per i partigiani e, soprattutto, post-partigiani dell’Anpi. E non c’è vergogna. Né onore. Non c’è limite all’odio di chi pure si auto-proclama eroe. E che questa volta si accanisce senza quanto meno pudore contro una bambina, Giuseppina Ghersi, violentata, torturata e uccisa più di settant’anni fa. Era il 1945, aveva appena 13 anni, ma ai partigiani non parse abbastanza per assolverla: secondo loro era una “spia dei fascisti”.

A far tornare il caso sui giornali nazionali è stata, questa volta, la proposta di un consigliere di centro-destra del comune ligure di Noli, Enrico Pollero, volta a dedicare una targa alla vittima innocente di questa barbarie. Ed è così che, con il sindaco a favore, si è deciso che la targa venisse inaugurata il prossimo 30 settembre, alla presenza del capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Angelo Vaccarezza, ma non del sindaco di Savona (paese natio della ragazza) Ilaria Caprioglio. Ma, di fronte a questa decisione, è accaduto l’impensabile. L’Anpi si è opposta con parole che non avremmo mai pensato e voluto ascoltare: “Giuseppina Ghersi al di là dell’età era una fascista”, ha affermato il presidente della sezione savonese Samuele Rago, “eravamo alla fine della guerra: è ovvio che ci fossero condizioni che oggi ci appaiono incomprensibili. Era una ragazzina ma rappresentava quella parte là. Una iniziativa del genere ha un valore strumentale, protesteremo”.

“Giuseppina, tredicenne, fu prelevata da tre partigiani”, spiega il Corriere, “picchiata e seviziata, forse violentata, davanti alla madre e al padre che scrisse come gli uomini la presero a calci ‘giocando a pallone con lei’ fino a ridurla in stato comatoso. La raparono a zero, le dipinsero la testa di rosso, la sfigurarono a botte. Poi la giustiziarono con un colpo alla nuca, il corpo fu gettato davanti al cimitero di Zinola. Studentessa, Giuseppina aveva vinto un concorso a tema e aveva ricevuto una lettera di encomio da Benito Mussolini: questo uno dei più gravi indizi contro di lei accusata di essere una spia delle Brigate Nere. La foto del suo arresto la ritrae, il volto imbrattato di scritte, le mani legate dietro la schiena, prigioniera fra uomini adulti armati e sorridenti”.

Anche questo fu la Resistenza e anche questo si ostinano a difendere i vergognosi rappresentanti dell’Anpi. Senza nessuna vergogna. Orgogliosi nel loro cieco furore ideologico. E che non rappresenta un caso isolato. Non è il primo e non sarà l’ultimo, tanto più ora che il tintinnio di manette della probabile futura legge Fiano fomenterà ancor di più le loro fantasie di potere assoluto.

Proprio ieri, dall’altra parte dell’Italia, nel capoluogo calabrese, Catanzaro, una delegazione del “Comitato Una via per Sergio Ramelli” ha dovuto recarsi in Prefettura a chiedere un incontro a seguito dello stop alla decisione – che pareva ormai cosa fatta – di dedicare una via al militante del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del Msi) ucciso nel 1975, poco più che diciottenne, da un agguato voluto ed attuato dal gruppo di estrema sinistra “Avanguardia Operaia”. Studente dell’Itis Molinari, pochi mesi prima, in seguito alle aggressioni ed al clima di ostilità, era stato costretto a cambiare scuola per andare in un istituto privato. Tra le sue “colpe”, un tema contro il terrorismo delle Brigate Rosse, esposto nella bacheca scolastica con l’accusa che gli costò la vita: “fascista”. Il 13 marzo, mentre tornava a casa, fu assalito da un gruppo di persone armate di chiavi inglesi (le Hazet 36 erano quasi un feticcio degli estremisti di sinistra in quegli anni) che lo colpirono ripetutamente in testa. Lo lasciarono esanime, costretto ad un intervento chirurgico di cinque ore, in coma per quarantotto giorni prima di morire il 29 aprile del ’75. Anche in quel caso, impunito, nel corso di un Consiglio comunale a Milano, ci fu chi applaudì alla notizia dell’aggressione. Mentre Sergio Ramelli era ancora in coma, continuarono le aggressioni ai giovani missini. “A Sergio non fu concesso un corteo funebre”, sottolinea Raffaele Arabia, tra i promotori dell’intitolazione della via a Catanzaro, “il fratello sotto minaccia dovette lasciare Milano“.

E’ in memoria di questo ragazzo brutalmente pestato e assassinato incolpevole che, su iniziativa del Comitato e con il sostegno burocratico di alcuni consiglieri cittadini, era stato deciso dal Comune di dedicare al ragazzo una via nel quartiere marinaro della città. In Italia, del resto, esistono oltre venti città che hanno fatto lo stesso, tre delle quali proprio in Calabria (Taurianova, Crotone e Praia a Mare). L’inaugurazione avrebbe dovuto tenersi lo scorso 17 giugno ma era poi slittata per motivi burocratici. Duecento persone, in quella occasione, si sono riunite pacificamente per ribadire con forza la loro richiesta. Ma, anche in questo caso, l’Anpi, insieme a Cgil, Giovani Comunisti e Rifondazione, si è messa in mezzo: nessuna via per un fascista. Ed anche in questo caso, la questione era finita sui giornali nazionali. Ma, dopo le proteste, della via non si è avuto più notizia ed è per questo che una delegazione è andata a chiedere conto dello stop: “Abbiamo depositato una richiesta di incontro al prefetto Latella“, spiega Arabia in un video postato sulla pagina Fb del Comitato, “per conoscere l’attuale stato dell’iter procedurale dopo la sospensione qualche giorno prima dell’inaugurazione“. “Vogliamo consegnare al prefetto il fumetto su Sergio Ramelli ed un libro che parla della sua storia: ‘Quando uccidere un fascista non è reato‘. In ogni caso, continueremo a promuovere iniziative per Sergio finché a Catanzaro non ci sarà via Sergio Ramelli“.

“La problematica”, si legge in un comunicato del Comitato dopo lo stop, “nasce dalla volontà dei ‘soliti’ che si sono mobilitati con l’intenzione di bloccare questa iniziativa guidati dall’odio e dall’infamia, gli stessi fattori con i quali uccisero Sergio 42 anni fa. In ogni caso siamo stati rassicurati dalle istituzioni che si tratta solo di attendere un’autorizzazione di ordinaria amministrazione e che la sospensione è dovuta ad un rinvio e non ad un annullamento”. Ma, dal momento che lo stop si è prolungato, il Comitato ha pensato bene di bussare alla porta del prefetto sperando di far luce sul misterioso rinvio.

Nel 2015, nel giorno in cui ne ricorreva l’anniversario della morte, anche l’ex ministro Ignazio La Russa, che da avvocato e da missino si occupò della vicenda, intervenne alla Camera dei Deputati per ricordare Ramelli. E lo fece con queste parole che dovrebbero far riflettere: “vennero i colpevoli a portarmi una lettera con una richiesta di perdono che io accolsi a nome della mamma di Sergio Ramelli, perché il sacrificio di quel ragazzo non fosse mai il ricordo di una parte ma potesse aspirare ad essere un momento di pacificazione contro una cieca violenza ed una pratica di ‘divide et impera’ che era in quegli anni consuetudine per il potere e per chi comandava”. “Sergio Ramelli è presente”, aggiunse. Ma è proprio quella pacificazione che l’Anpi e la sinistra continuano a rifiutare. Continuando ad uccidere ed infierire sui corpi di Giuseppina, di Sergio e di tutti quelli uccisi dall’estremismo di sinistra.

Emmanuel Raffaele

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