Rivolta contro il mondo moderno: “tenersi in piedi” senza nostalgismi reazionari

Mi perdonino Evola e gli evoliani, ma il concetto di “Rivolta contro il mondo moderno” è troppo invitante, essenziale e pregnante per non appropriarsene.
Sia chiaro però che, pur dovuta ad una indubbia fascinazione, questa resta soltanto una rielaborazione “romantica” o probabilmente anche meno: una riflessione liberamente ispirata, facilmente ed auspicabilmente criticabile. Non volontà di spiegare o interpretare, ma il furto conclamato, consapevole e chiaramente de-contestualizzato di un concetto, che rispettosamente ritengo nasconda due pericoli che provo invece ad allontanare più che mai: il “reazionarismo” (del resto dichiarato) e l’ideologismo.

E’ chiaro, infatti, che nel dividere il “mondo” in due (da una parte un mondo basato “su valori di spiritualità pura, di aristocrazia, di gerarchia”, dall’altra un mondo moderno in cui domina l’elemento “puramente umano, secolare e contingente”), da una parte tutto il bene e dall’altra tutto il male, il seme dell’errore è piantato. Se è anche chiaro che molti fraintendimenti sono dovuti a banalizzazioni – ragion per cui non mi arrogo il diritto di attribuire colpe -, è innegabile, però, che lo stesso Evola, nella sua prefazione alla prima edizione (1934), definisca quello del quale si è qui preso in prestito il titolo come un “un libro decisamente reazionario“.
E, benché l’uso del termine sia stato in altre occasioni spiegato più dettagliatamente, è chiaro che l’estremo tentativo di sistematizzare il “mondo tradizionale” per farlo rientrare in una definizione sostanzialmente tesa a comprimerne le differenze, per porlo in blocco come esempio contro un “mondo moderno” fonte di ogni male, facendosi persino alfiere di un vero e proprio reazionarismo politico, siano due elementi che rendono bene l’idea di quanto siano concreti quei due pericoli.

TRA EVOLA E  IL “1789”
Dal momento che proprio nel concetto di “Rivolta contro il mondo moderno” e nella dottrina che la presuppone si potrebbe forse individuare una linea di confine, preme dunque far notare quanto lo stesso fascismo si sia posto in chiave anti-ideologica e “trasversale”, su questo fronte – sorprendentemente soltanto per chi ne conosce soltanto la versione stereotipata. Un trasversalismo, in effetti, non certo gradito ad Evola e che, dunque, gioca a nostro favore nel confermare i rischi appena prospettati proprio da un punto di vista di “destra”.

Nessun passo indietro rispetto al 1789“, affermavano Mussolini e Gentile nella Dottrina del Fascismo. “La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre“. “L’assolutismo monarchico fu, e così pure ogni ecclesiolatria. Così ‘furono’ i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro“, assicurava quella dottrina scaturita peraltro da un movimento notoriamente vicino agli ambienti del futurismo italiano e con radici socialiste mai sopite. Se Evola taglia di netto con l’accetta due mondi e li assolutizza, il fascismo – in cui pure Evola vede spunti “tradizionali” notevoli – ammette persino di rubare qualcosa dalle macerie del liberalismo e della democrazia. Non che vengano fatte concessioni sui principi, sia chiaro, ma si tratta di due modi di attualizzarli, due modi di pensare e di fare, nettamente differenti, che non bisogna sottovalutare (pur se la guerra e gli errori spazzarono via tutto), soprattutto nell’analisi del “neofascismo” e della destra attuale. Il fascismo si pone quanto meno l’obiettivo di “filtrare” la modernità.

Ecco perché è politicamente ancor più rilevante, alla luce di queste frasi, sottolineare la curiosa formula usata dal “Barone” per porsi in maniera critica e indipendente proprio nei confronti del regime, pur senza opporvisi duramente. “Nella misura in cui – scrisse – anche il Fascismo si ponga contro tutto ciò, la presente opera non può non trovarsi sulla direzione stessa della Rivoluzione”. Non a caso, in conclusione, insisteva augurandosi che la rivoluzione fascista fosse “il preludio di una rivoluzione integrale, cioè di una vera rivolta contro il mondo moderno”. E’ la posizione che poi assunsero i neofascisti sedotti dalle sue idee, implicitamente critici verso il fascismo per non essere del tutto “rivoluzione”, in un senso però del tutto reazionario. Un margine che fa riflettere sulla conciliabilità o meno di queste due “rivoluzioni”.

SFUGGIRE ALLE TRAPPOLE REAZIONARIE

Al di là di Evola e del fascismo, in questa sede interessa però conservare quel che del concetto di “rivolta contro il mondo moderno” è l’aspetto fondamentale: “un appello alla rivolta spirituale”, come peraltro sintetizzò egli stesso in un’occasione.
Invitando, dunque, a non fare della modernità un blocco monolitico, ma a cogliere il senso essenzialmente interiore di quella lotta, fatto di principi da custodire e di un “carattere”, appunto, da forgiare secondo quei principi.
C’è da dire del resto che, se la “spoliazione” rispetto all’Evola-politico è un azzardo “eretico” problematico da digerire, il soffermarsi sula formazione di se stessi risponde invece bene alla prospettiva che gli evoliani solitamente hanno fatto propria (non a caso mi avvicinai per la prima volta all’autore attraverso una piccola raccolta edita da “Il Cinabro” sul tema appunto “Carattere”).
Nel rispondere a quell’appello, senza cercare nessuna approvazione dottrinaria, si intende quindi semplicemente ribadire che esistono trappole alle quali sfuggire.

Per non confondere la rivolta contro il mondo moderno con il passatismo.
Per non confonderla con il disprezzo per il progresso.
Con l’essere fuori dal tempo, anacronistici, folkroristici.
Con il conservatorismo.
Con la simpatia per l’oppressione.
Con il disprezzo per le conquiste sociali e politiche.
Con il disprezzo per la libertà.
Con il disprezzo per la pace.
Con il disprezzo per la scienza.

COSA RIMANE DI UNA RIVOLTA “DE-POLITICIZZATA”?
Rimane un deciso “no” al pensiero ideologico, perché la rivolta contro il mondo moderno è, innanzitutto, opporsi alla cultura dominante facendo propria una prospettiva anti-materialista, è percezione viva del sacro, è dare un senso alle parole e rispettare la parola data, è lealtà, è guardare in faccia la paura e prova a superarla, è ricerca interiore, è autenticità, è coerenza con le proprie idee, è mettere al centro l’essenziale, è rallentare quando la corsa è frenetica, è  uno slancio poetico di fondo, un’aspirazione eroica latente, è superamento di se stessi, sforzo di essere migliori, più forti.

E’ concepirsi come parte di qualcosa, di una famiglia, di un popolo e l’esigenza di esserne all’altezza. E’ la ricerca del “giusto mezzo” delle dottrine orientali (e non solo). E’ memoria della propria identità. E’ un riavvicinamento alla natura, imparare ad ascoltarne gli insegnamento, come gli insegnamenti del tempo, degli elementi, del proprio corpo. E’ inseguire uno stato di coscienza reale. E’ fermezza, è compostezza, è tenacia, è bontà, è altruismo.

Non è vivere nel passato, non è mascherarsi di forme svanite, non è avanzare proposte inservibili ed inattuali, non è combattere la conoscenza scientifica o non riconoscere alcuni benefici al progresso, o ad un diritto per certi versi meno arbitrario che in passato. E’ riconoscere che la libertà, dopo tutto, non è un principio di poco conto, che non è per forza anti-gerarchica e, quindi, anti-tradizionale. Che il popolo ha diritto di parola e di tutele. Che la forma di governo (come ammise Evola stesso, peraltro) non è tutto, anzi, può non esser nulla se l’uomo è assente. Che dopo la Rivoluzione Francese non c’è un mondo interamente da buttare: quello è solo reazionarismo politico. Perché il bene non è tutto da una parte e il male dall’altra. E men che meno è semplice identificare l’uno e l’altro in una qualsiasi entità politica, che si tratti degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica, di Putin o di Cuba, della Chiesa moderna o di quella tradizionale.

E’ ammettere che i fanatici – islamici o cristiani o ebrei o qualsiasi altra cosa – non sono custodi di nessuna verità tradizionale, perché ideologizzano l’insegnamento religioso. Che la rigida divisione in caste è ben altro rispetto all’ideale platonico di una naturale espressione di sé stessi in società sulla base a ciò che si è interiormente. Che la proprietà dell’uomo sull’uomo fa schifo: del passato non possiamo certo rimpiangere quella sbagliatissima interpretazione della gerarchia che fu la schiavitù. Né la violenza motivata dal razzismo. Né le altre brutture che ci siamo lasciati alle spalle. E non possiamo fingere che in questo mondo tutto sia orribile (salvo poi adeguarci più che volentieri). Allo stesso modo in cui non possiamo cancellare tutti i meriti del passato per via degli errori compiuti.
Bisogna, insomma, imparare il pensiero complesso, non schematico.
Sezionare, indagare, differenziare, distinguere.

Perché un conto è l'”ideologia” del progresso e un altro è il progresso scientifico e tecnologico concreto, che non è da buttar via se non nella misura in cui compromette l’integrità dell’uomo in quanto tale (e della terra in quanto tale). Ma non quando è evoluzione verso un mondo più vivibile, meno selvaggio, meno animale. Roma stessa era il faro del progresso nella sua epoca e anche questo la rese grande. Non si può idealizzare il progresso, così come un utopico stato di natura se si comprende che solo l’equilibrio è il fine e la perdita dell’equilibrio il campanello d’allarme.
Non gli estremi opposti come soluzione, ma il bilanciamento continuo come tendenza.
Rivolta contro il mondo moderno è questo.
E, spesso, si tratta o non può che trattarsi di risposte del tutto personali. Di scelte intime. Che abbiamo il dovere di armonizzare con ciò che ci circonda, a meno di non alienarci. E che, certo, alcune circostanze politiche possono favorire ma che non per questo dipendono da esse.

VIVERE IL PRESENTE
Del resto, ci sono temi politici sui quali esiste una risposta “tradizionale” servibile, casi in cui è semplicemente impossibile portare indietro le lancette del tempo e poi, come detto, c’è anche quello che lasciamo volentieri al passato.

Prendiamo la questione animalista: se il veganesimo può essere considerato una risposta estremista, non è forse altrettanto estremista mettere su fabbriche di animali, esclusivamente a nostro uso e consumo, in cui gli animali sono merci, che nascono, vivono e muoiono imbottiti di “cibo” e medicinali con il solo scopo di nutrirci? In questo senso il veganesimo è, certo, una comprensibile forma di rigetto nei confronti di uno sfruttamento andato oltre il limite. Ma è comunque possibile portare avanti proposte tese a recuperare quell’equilibrio senza schierarsi sugli estremi, conciliandone le istanze.

Si pensi, invece, al nucleare, ad un’economia che non è più quella di un tempo per ragioni anche pratiche, a spazi politici inevitabilmente più grandi: agire e pensare senza la consapevolezza del tempo presente, in questi casi, è semplicemente velleitario.
Per non parlare dell’istinto reazionario di porre rimedio al cambiamento dei costumi attraverso l’imposizione. Niente di più sbagliato. Non si può legiferare su tutto. L’etica senza libertà di scelta è finzione.

PRIMA DI TUTTO: TENERSI IN PIEDI
Insomma, la rivolta contro il mondo moderno non è la scusa per rimanere a guardare, non agire e non prendere posizione qui e oggi. Ecco perché, al netto di tutto questo, la vera rivolta, quella indispensabile e imprescindibile, è interiore: risvegliare se stessi. Distinguendo bene questa lotta dallo scenario politico. Vivere nel mondo differentemente. Senza sentirsi in dovere di dire al prossimo come deve farlo (sono talmente tante le carenze di ciascuno per pensare di giudicare il prossimo).
Si tiene il fuoco acceso oppure si contribuisce a spegnerlo, tutto qua.

Possiamo tentare di non “digitalizzare” completamente le nostre vite. Provare a porre un limite alla realtà virtuale. Vivere e usarle senza perdere la presenza a se stessi. Non lasciare che stravolgano i rapporti, anche e soprattutto i rapporti tra i due sessi – banalizzandoli, rendendoli sostituibili, togliendogli l’unicità. Proviamo insomma a sopravvivere alla modernità senza snaturarci, esercitiamoci a non farlo. E rimaniamo vigili rispetto a ciò che è stato snaturato. All’essere sempre localizzabili, intercettabili, esposti, captati, spiati nei nostri gusti dall’intelligenza artificiale di Google e delle app che ogni giorno utilizziamo e a cui forniamo una marea di informazioni su noi stessi come a nessun altro.

Non lasciamo al passato la magia del primo sguardo, il non-detto dei gesti e dei movimenti non potrà mai essere sostituito da una descrizione su Instagram o da qualche foto su Facebook. Nè il gioco del corteggiamento, che è più autentico del gioco dei like. Recuperiamo, ogni tanto, il gusto della carta, di una lettera scritta a mano, di un discorso più profondo del solito “whatsup”. Della conoscenza vera, paziente. Della curiosità. Riappropriamoci dell‘attesa, e dell’assenza. Del desiderio. Quando ne abbiamo l’occasione, assaporiamo il piacere di un viaggio in cui si può respirare la vita dei posti che si attraversano, piuttosto che un viaggio low cost o l’uso dei mezzi ad ogni costo. Camminiamo a piedi, perdiamoci nelle città, pedaliamo, scopriamo ciò che ci circonda, viviamo davvero le città che ci ospitano. Conosciamole. Innamoriamocene. E innamoriamoci. Non è questione di sentimenti o sentimentalismo: riappropriamoci, piuttosto, dell’Eros. Di quel meraviglioso magnetismo, di quella chimica, che non è il sesso “take away”, consumista, meccanico, ma non è neanche noia, pregiudizi e procreazione. Superiamo insieme moralismo e materialismo e viviamo solo esperienze autentiche. Scegliamo. Anche solo con uno sguardo. Impariamo a donarci. Perché donarci è l’unico modo per vivere al cento per cento le cose. E quando è il caso impariamo a dire di no, imparando a selezionare ciò che davvero ci fa bene. Le infinite possibilità di scelta sono solo infinite illusioni: il “cuore” a volte sa prima e sa di più, è intelligenza intuitiva.

Impariamo a sopravvivere agli errori, agli sbagli. Perché il mondo reale è fatto proprio così, ne è pieno. Lasciamoci pure andare alla nostalgia romantica di un mondo a misura d’uomo anche se più duro. E ogni tanto facciamo a meno di qualche comodità, del superfluo, mettiamoci alla prova. Cerchiamo di focalizzare l’essenziale. Il di più, certo, prendiamocelo quando c’è. Ma teniamo a mente che è un di più. Teniamo a mente che potrebbe non esserci. Impariamo a vivere anche se non ci fosse. Sperimentiamo la solitudine, la concentrazione, la preghiera, la meditazione, lo studio, l’approfondimento. Prendiamo il divertimento come un piacere che viene spontaneamente, casualmente, occasionalmente e non come un’industria dello svago del quale siamo solo l’ennesimo cliente, magari ammassato in uno squallido capannone. Chiediamoci se ci stiamo davvero divertendo o solo cercando di riempire un tempo morto. E poi, certo, quando ne abbiamo bisogno, lasciamoci anche andare. Magari con pochi buoni amici. Senza troppi formalismi.

Ricordiamoci che il pericolo, a volte, responsabilizza. Ricordiamocelo anche quando dobbiamo educare i nostri figli. Non evitiamo ciò che è giusto per via del pericolo. Non arrendiamoci a un mondo iper-protetto. Rendiamo testimonianza del bene con un sorriso. Ogni volta che ci lamentiamo, proviamo ad imporci di essere forti. Confidiamoci senza vittimismo. Sfoghiamoci con chi ci ha dimostrato vicinanza e comprensione. Non parliamo troppo, non parliamo quando non serve. Evitiamo di parlare male della gente. Ascoltiamo. Non perdiamoci in speculazioni inutili. Non scendiamo in polemica solo per metterci in mostra. Piuttosto cerchiamo di capire. Si impara più dall’esempio che da un dialogo. Chiediamoci se abbiamo uno scopo, un sogno e se lo stiamo vivendo. Dedichiamoci col cuore a ciò che scegliamo di fare o di avere. Dedichiamoci col cuore alla persona che amiamo o che vogliamo far nostra. Non lasciamo che la disillusione e il disincanto prendano il sopravvento sulla “nobiltà dell’incomprensibile”. Portiamo pazienza, che non vuol dire subire, ma vuol dire reagire nel giusto modo e nei giusti tempi. Essere forti perché non si è ceduto alla decisione dell’istinto. Capire quando la nostra debolezza ci influenza negativamente. Nell’alimentare una rabbia immotivata o nello spingerci ad una reazione sbagliata, poco conveniente. Dopo di che, portiamo avanti la nostra decisione con determinazione.

Non sminuiamo la religiosità, l’ingenuità. Apprezziamo la semplicità. Ma opponiamoci sempre all’ipocrisia, al buonismo, al fariseismo. E non scambiamo l’autenticità con l’incapacità di controllarci. C’è un equilibrio anche nella finzione. Quale spettacolo più sgradevole di un mondo che non sa più fingersi migliore – e così impegnarsi ad esserlo. Ribelliamoci all’ingiustizia, ma scegliamo bene le nostre battaglie. Cerchiamo di capire cosa vogliamo e perché. Non abbassiamoci alla retorica della partecipazione fine a se stessa. Fare bene nel campo in cui si opera è anch’esso fare il nostro dovere. E nel nostro ambito collaborare alla cosa pubblica. Non nascondiamoci di fronte alle responsabilità. Non dimentichiamo le buone maniere. Né il realismo. Non andiamo sempre di fretta. L’autenticità è quasi sempre in relazione con la lentezza. O, quanto meno, coi tempi giusti. Più di ogni altra cosa conta azzeccarli. Non perdere treni. Ma anche non disperare. Provarci e riprovarci. Fino a capire i nostri limiti. Non pensarci uguali agli altri. Fissarci i nostri obiettivi secondo il massimo delle nostre possibilità. L’intelligenza emotiva conta più di quella razionale nel raggiungerli: lavoriamoci. Stupiamoci delle cose nuove, delle cose belle, delle lingue e dei posti sconosciuti, dei popoli diversi da noi. Rimaniamo noi stessi, senza vergogna. Cerchiamo pure il gruppo, ma non il conformismo. Non viviamo mai nella presunzione di aver capito tutto: il dubbio che ci ossessiona è nocivo. Ma il dubbio che ci stimola è sempre positivo.

La rivolta al mondo moderno non è politica, non è ideologia, non è neanche una ricetta spirituale preconfezionata.
E’ ricerca.
E’, essenzialmente, lavoro costante sul carattere.
E’, più di ogni altra cosa, non lasciar spazio al materialismo nelle nostre vite.
Crederci e lottare.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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