La censura di Facebook è un’arma politica intollerabile

Capita a molti di vedersi cancellato un post condiviso su Facebook: rientra tra le possibilità di cui la piattaforma ti avvisa al momento dell’iscrizione e, in linea di principio, è cosa buona e giusta. Ieri, però, è accaduto qualcosa di inquietante e che non può essere sottovalutato. Infatti, singolarmente nello stesso giorno in cui il nuovo governo (di “sinistra”) chiedeva la fiducia al Parlamento e fuori da Montecitorio l’opposizione “sovranista” riempiva le piazze, gli account ufficiali dei movimenti (di “destra”, presenti peraltro alla manifestazione anti-governativa) CasaPound e Forza Nuova sono stati cancellati in via definitiva, insieme a quelli dei principali dirigenti nazionali ed rappresentanti eletti (come era avvenuto in passato, ad esempio, per quelli del movimento su scala europea Generazione Identitaria).

Non si è trattato di un provvedimento verso un singolo “hater” ed un contenuto offensivo specifico, ma di una misura indiscriminata, mirata a colpire una precisa appartenenza politica. Un gesto, insomma, di forte e chiara valenza politica, assunta in seguito a una riflessione di natura altrettanto politica e non “tecnica/amministrativa”.

La dimensione pubblica è data, innazitutto, dagli obiettivi dell’atto censorio, ovvero due movimenti che si sono regolarmente presentate alle ultime elezioni politiche, contro le quali non esiste alcun decreto di scioglimento per motivi di ordine pubblico né condanna per ricostituzione del partito fascista.
E, in secondo luogo, dalla stessa funzione acquisita e voluta da Facebook: realtà globale con miliardi di utenti, è veicolo fondamentale di comunicazione pubblicitaria, di informazione e di propaganda politica riconosciuto e consapevole, tanto da essere protagonista nel caso “Russiagate”.

Ma la dimensione pubblica dell’accaduto e la rilevanza politica della decisione non è tutto.
Certo, Facebook offre un servizio gratuito in cambio della possibilità di proporre sponsor e inserzioni agli utenti. Allo stesso tempo, ha il diritto di porre delle regole.
Ma, come tutti i privati, le regole che impone non possono essere contro la legge, tanto meno contro la Costituzione di un Paese. E quello che si sottoscrive al momento dell’iscrizione è un vero e proprio accordo contrattuale, come viene ricordato nelle “Condizioni d’uso” destinate agli utenti.

Proprio qui, al punto 4, viene spiegato chiaramente che eventuali controversie possono essere risolte in tribunale: “Facebook tenta di fornire regole chiare in modo da limitare o, auspicabilmente, evitare controversie con gli utenti. In caso di controversia, è utile conoscere in anticipo le sedi in cui è possibile risolverle, nonché le leggi applicate. Nell’ambito dei consumatori che risiedono abitualmente in uno Stato membro dell’Unione Europa, trovano applicazione le leggi dello Stato membro in questione in relazione a eventuali reclami, azioni legali o controversie contro Facebook derivanti o correlati alle presenti Condizioni o ai Prodotti Facebook (“reclamo”). Il reclamo può essere risolto davanti a qualsiasi tribunale competente dello Stato membro che gode della giurisdizione nell’ambito del reclamo”.

Venendo alla potenziale controversia di cui sopra, sarà utile sapere a quali degli “Standard” di Facebook farebbe riferimento un’azione come quella condotta ieri. La cancellazione di account relativi a organizzazioni, contestuale a quella dei suoi principali esponenti è prevista in caso di:
– Terrorismo
– Odio organizzato
– Omicidio di massa o seriale
– Traffico di esseri umani
– Violenza organizzata o attività criminale.

Per esclusione e sulla base delle dichiarazioni laconiche dei portavoce di Facebook che fanno riferimento all’odio, nel caso di CasaPound e Forza Nuova in questione sarebbe proprio la violazione del secondo punto qui presente. E, nei casi elencati, Facebook spiega: “Per impedire e interrompere atti di violenza reali, non permettiamo la presenza su Facebook di organizzazioni o individui che proclamano missioni violente o che sono coinvolti in azioni violente” e “rimuoviamo inoltre contenuti che esprimono supporto o elogio di gruppi, leader o individui coinvolti in queste attività”.

Ora, a parte la comparazione di due movimenti alle organizzazioni criminali e al terrorismo, l’esistenza o meno di condizioni che permettono di considerare due movimenti – che, ripetiamo, sono stati regolarmente ammessi alle elezioni, non hanno ricevuto decreto di scioglimento né condanna per ricostituzione del partito fascista – come dedite all’odio organizzato e incitanti all’odio, sono tutte ma proprio tutte da dimostrare.
Un’organizzazione che incita all’odio”, prosegue Facebook nel definire i suoi standard, “è definita come: Qualsiasi associazione di almeno tre persone organizzata con un nome, un segno o simbolo e che porta avanti un’ideologia, dichiarazioni o azioni fisiche contro individui in base a caratteristiche come la razza, il credo religioso, la nazionalità, l’etnia, il genere, il sesso, l’orientamento sessuale, malattie gravi o disabilità”.

Il riferimento all’ideologia è quindi esplicito. La discriminazione avviene per motivi politici, ciò che vieta la nostra Costituzione, con l’importante deroga costituita appunto dalla ricostituzione del Partito Fascista (che qui, appunto, non sussiste). E’ molto probabile, dunque, che Facebook violi così la nostra Costituzione. E, anche se è molto facile che qualche toga rossa dia qualche interpretazione stramba pur di facilitare la censura, con un team di buoni avvocati probabilmente si potrebbe vincere una giusta e importante battaglia di libertà e creare un importante precedente.

Detto questo, viene provocatoriamente da chiedersi: ong e partiti di fatto complici e simpatizzanti del traffico clandestino di essere umani, come mai hanno tutti i profili attivi? E come mai sono ancora attive le pagine di tanti centri sociali della sinistra antagonista quotidianamente protagonisti di post violenti contro i nemici politici, di aggressioni fisiche e di manifestazioni realmente violenti?

Emmanuel Raffaele Maraziti

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