Tebaldeschi e la federazione mondiale: “la sovranità appartiene all’umanità”

Poco conosciuto al di fuori del mondo accademico, Ivanhoe Tebaldeschi è però una figura diffusamente citata e pubblicata in ambito accademico.
Tra i primi assistenti di Teodorico Moretti-Costanzi (titolare della cattedra di filosofia teoretica prima all’Università di Pisa nel 1951 e, immediatamente dopo, a Bologna), incluso nella “cerchia di collaboratori e discepoli della scuola bolognese” del docente perugino di origini nobiliari, Tebaldeschi è autore di un testo sulla federazione mondiale che, come vedremo, risulta essenziale per cogliere alcuni passaggi del nostro discorso sulla sovranità.

Teso molto più al discorso filosofico che politico, nel 1959, presso la Facoltà di Scienze Politiche di Pavia, Tebaldeschi è appunto presente – insieme, tra gli altri, al noto filosofo Norberto Bobbio – al IV Congresso Nazionale di Filosofia del Diritto. Ed è lo stesso Bobbio, nel 1957, a valutare la sua candidatura nella Commissione per l’abilitazione alla libera docenza in Filosofia del diritto. Nonostante questo, la vicinanza all’approccio del Moretti-Costanzi si avverte anche nell’articolo pubblicato, nel 1986, sui “Quaderni fiorentini XV” (dell’Università degli Studi di Firenze) dal titolo “Autenticità e società nei più recenti sviluppi del pensiero di L. Bagolini“.

Nell’articolo in questione, che fa riferimento alla “violenza” e al “terrorismo”, definisce “indesiderabile” la “crisi del diritto e dello stato” e osserva come “la rivolta anti-diritto e anti-stato”, “nata dal ‘desiderio’ molto più che dal ‘bisogno”, sia “l’emblema di una complessa situazione critica”. Ma, soprattutto, interrogandosi sul concetto di giustizia per un cristiano, adotta una prospettiva che riporta senza dubbio all’approccio del Moretti-Costanzi, il quale, pur insegnando nella rossa Bologna negli anni della contestazione e del marxismo imperante, non era certo un sessantottino e includeva addirittura il cristianesimo nella sua filosofia.

Tra i testi di Tebaldeschi troviamo “La vocazione filosofica del diritto. Studi di epistemologia giuridica e di teoria della giustizia” (1979), “Soggetto di pensiero e soggetto di diritto. Saggi di filosofia della persona e della dimensione giuridica” (1986) e “Verso la federazione mondiale. Presupposti filosofici e giuridici” (1983). Nella Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto, invece, tra le sue pubblicazioni troviamo “Validità ed efficacia della norma giuridica” (1960) e “Normatività e libertà nel discorso etico e nel discorso giuridico (1975).

In particolare quest’ultimo – il cui contenuto è ben riassunto nell’Annuario di Filosofia del Diritto dello stesso anno – ci racconta molto dell’autore, a partire dall’interessante distinzione tra “libertà come assenza di coercizione” e libertà intesa come “libertà morale”. La prima, spiega, è “qualcosa che si possiede”, la seconda “qualcosa che si è”, “la libertà come modo di essere”. La prima dipende da oggettivi vincoli coercitivi esterni e, quindi, solo indirettamente da noi; la seconda, invece, è “una qualità della persona, riferita al modo di rapportarsi rispetto ai propri doveri”, è “seguire le indicazioni della morale”. Rispetto al discorso normativo e giuridico, dunque, acquisisce importanza la “disposizione morale pre-normativa” della persona e la relazione tra norme morali e norme giuridiche. Ragion per cui, secondo lui, “la ricettività del ordinamento giuridico rispetto alle istanze etiche del contenuto normativo non rappresentano una questione risolvibile a partir da una teoria del diritto positivo, ma soltanto a partire da una teoria della giustizia“.

Ma, tra quelli citati, in questa sede ci interessa più direttamente il testo dalle implicazioni politiche indubbiamente più immediate, in cui si parla più esplicitamente della sovranità e lo si fa, peraltro, con l’uso di un linguaggio certamente più divulgativo (l’unico tra i suoi testi stampato infatti in tre edizioni). Si tratta, appunto, della pubblicazione “Verso una federazione mondiale”.

“La realizzazione dell’ideale federalistico sarebbe il solo mezzo realmente efficace per la preservazione della pace mondiale”, afferma Tebaldeschi nel testo, usando una argomentazione che abbiamo ritrovato spesso tra le tesi globaliste. “Nell’attuale situazione del mondo la realizzazione della Federazione mondiale non è più un lusso, ma una necessità“, aggiunge ponendo la questione su un piano altrettanto comune alle argomentazioni globaliste: unificare il mondo sotto un ordinamento unico non è una possibilità, una proposta, una via tra le altre, ma è al contrario una necessità, la unica via, è insomma nell’ordine naturale delle cose. Ecco perché chi vi si oppone non è considerato semplicemente qualcuno con una visione diversa, ma come qualcuno che si oppone al ‘progresso’ e al futuro e si pone quindi fuori dalla storia (come è stato detto recentemente sulla brexit dall’europarlamentare nonché presidente dell’Unione dei Federalisti Europei).
E rispetto all’idea classica della cosmopoli (a cui pure si richiamano spesso le idee globaliste e rispetto alla quale abbiamo ascoltato le distinzioni rispetto all’internazionalismo), osserva – senza smentire la sostanziale assonanza fra i due concetti – che “la Federazione mondiale non è un sinonimo della cosmopoli ma è piuttosto una versione di essa”. Infatti, aggiunge, “se per ‘cosmopoli’ si intende lo Stato che governi su tutta l’umanità e sia ‘sovrano’ su tutto il mondo, la Federazione mondiale si pone, rispetto a tale Stato, come una species, la cui ‘differenza specifica’ sta, appunto, nella forma federalistica”.
La federazione mondiale, dunque, come manifestazione concreta della cosmopoli, nell’unica forma alternativa alla forma imperiale, altro concetto che ritorna spesso – quanto meno a livello di comparazione – nei discorsi globalisti e che consisterebbe nella “conquista del mondo da parte di uno degli Stati odierni, il cui sovrano assurgerebbe così alla dignità di primo imperatore del Cosmo”.
Una tesi, quella imperiale, che però “non si oppone alla centralità degli Stati nazionali, ma piuttosto la ipostatizza e la sublima; non chiede all’odierna cultura “statalista” di uscire dall’800, ma la lascia riposare in esso, anche se non senza disaccordi su quale popolo o quale sistema di governo o quale “grande” idea politica debba assumersi il compito della conquista totale del globo”. Una conquista che il Tebaldeschi, nell’orizzonte odierno delle guerre potenzialmente atomiche, innanzitutto non vede realizzabile nella forma classica dello scontro bellico. Ma, come vedremo, non si tratta soltanto di questo. Il nemico è lo Stato nazionale, come chiariremo a breve.
“I temi della pace, dell’unità politico-giuridica del mondo e della critica dello Stato nazionale procedono insieme”, sottolinea in seguito: “L’impostazione esplicita di essi fu offerta alla fine del ‘700, in modi del tutto indipendenti e tuttavia non privi di convergenze, dal Federalismo affermatosi nell’America del Nord e dalla filosofia politica e giuridica di Kant”. “La critica dello Stato nazionale, o più precisamente della sovranità esclusiva attribuitagli”, spiega “è un tema centrale così del pensiero kantiano come del movimento federalistico. Al Federalismo della Convenzione di Filadelfia del 1787 si è infatti richiamato e tuttora si richiama il movimento federalistico europeo, nelle sue vicende e nei suoi sviluppi degli ultimi due secoli”.
E, come avevamo rilevato, il contesto politico-economico affermatosi nel secondo dopo guerra, ha dato spunto al realizzarsi di questo ‘sogno’: “Con la fine della seconda guerra mondiale e con l’acquisita indipendenza delle genti già colonizzate, la molteplicità dei contesti di rapporti internazionali si è fusa in un unico contesto di rapporto internazionali su scala mondiale“.
Ed ecco allora dispiegarsi una filosofia anti-nazionale che fa dello Stato nazione l’elemento di per sé nemico della pace e del diritto: “Anzitutto la ‘nazione’ tende a porsi come una rivale dell’umanità o, quanto meno, di ogni forma di universalismo o cosmpolitismo. Lo stesso esistere dello Stato nazionale comporta infatti una veduta di nazione come ‘divisione organizzata’ del genere umano. Lo Stato nazionale comporta quindi un frazionamento anche psicologico e ideale dell’umanità”; “Lo Stato impone la sua artificiosa base sociale: unifica ciò che non è unico, separa ciò che è umanamente affine”.
E ancora, con riferimento a Proudhon: “la ‘connazionalità’ e l”estraneità’ sono fissate ad arbitrio dallo Stato che decide di autorità chi è da considerare come ‘straniero’ e chi invece come ‘connazionale’. Al di là di ciò, ogni Stato impone ai suoi sudditi l”insocievolezza’ verso lo straniero e giunge nel suo estremo ‘egoismo’ a negare il ‘diritto alla vita’ e la ‘qualità umana’ di vaste parti del genere umano”.
Non ci soffermeremo adesso nel commentare la definizione dei popoli e della diversità come elemento artificiale, l’autonomia e l’indipendenza (politica) riassunte nel concetto di egoismo e l’identificazione sostanziale e tendenziosa tra Stato nazionale e razzismo istituzionale, intrinsecamente votato al considerare lo straniero come non-umano senza diritti.
E’ interessante, infatti, continuare con l’esposizione per dare un’idea delle basi ‘filosofiche’ dell’antiglobalismo e notare l’orizzonte comune in cui si muovono.
Come abbiamo evidenziato adesso e in precedenza, la sovranità nazionale è considerata dunque intrinsecamente totalitaria. Troviamo qui la descrizione più chiara del ragionamento: “L’esplicito e totale superamento di ogni totalitarismo è però solo possibile alla luce del principio federalistico. Il Federalismo non si è infatti limitato alla critica della nazionalità e degli Stati, ma ne ha prospettato il superamento o, se si vuole, la sublimazione in una prospettiva universalistica e su sovranità ‘distribuita’. In tale prospettiva gli Stati non sono più titolari ciascuno di una sovranità incondizionata (e quindi potenzialmente in guerra con tutte le altre), ma sono gli agenti plurimi di un’unica sovranità che, per il tramite dell’Unione di tutti gli Stati, può solo competere alla totalità degli uomini“.
Per chiarire ulteriormente: “Inteso nella sua totale realizzazione – nel suo programma massimo – il Federalismo mira dunque a un unico ordine, il cui sovrano sia la totalità degli uomini e la cui espressione si manifesti così al livello dei singoli Stati, come al livello dell’Unione. A questo risultato si può giungere per gradi. […] Ognuna delle attuali nazioni, specie se sia coerentemente democratica, può da se stessa costruire la federazione nel suo ambito. La dissociazione della nazione dallo Stato non comporta, del resto, in alcun modo un declino o un diniego della nazionalità”.
La singola comunità, per quanto grande essa sia, non ha quindi diritto ad autonomia politica e indipendenza, non ha diritto ad organizzarsi autonomamente, poiché la sovranità appartiene all’umanità intera come blocco indivisibile. E’ l’umanità che, come un moderno monarca, concede dall’alto al baso un margine limitato di autonomia alle singole comunità. La sovranità, dunque, non procede più dal basso verso l’altro, dall’individuo verso la comunità, ma tutto il contrario.
L’indipendenza politica, del resto, rappresenta di per sé un pericolo. Riassumendo: tutti sotto un unico padrone per evitare conflitti. Ritorneremo naturalmente sull’essenza totalitaria proprio di questa prospettiva, che non a caso si presta a comparazioni con il modello imperiale. Ma è nel frattempo interessante notare il venir fuori della stessa teoria gradualista che ha animato il progetto europeista, sottraendo sovranità agli Stati in maniera progressiva, selettiva, fino a svuotarla, senza che i popoli potessero ‘accorgersene’ o intervenire per bloccare un processo volutamente ‘caotico’ anziché unitario. Anche su questo, torneremo in un approfondimenti specifico. Rilevante è ovviamente la separazione del concetto di nazionalità – rimasto un guscio vuoto considerando l’artificiosità con la quale è stata etichettata – e Stato: “La ‘nazionalità’ vissuta in modo autentico è ‘via’ verso l’universalità, che è poi l’unica via verso la pace”.
A partire da adesso, il discorso si fa più tecnico e spunta anche la dottrina dei diritti umani. “La ragione per cui i ‘diritti dell’uomo’ sono inviolabili già prima che la Repubblica prenda atto di essi (la Repubblica può riconoscerli solo in quanto già i presupponga)”, sottolinea Tebaldeschi, “deve essere fatta risalire al principio per cui il Sovrano del mondo è unico e si identifica con lo stesso genere umano, cioè con la totalità degli uomini”. La dottrina dei diritti umani, quindi, è implicitamente globalista, non tanto per i suoi contenuti e non solo per il presupporre un ordinamento mondiale che li faccia valere, quanto a partire dalla concezione giusnaturalistica che presuppone l’esistenza di un unico diritto naturale valido per tutti i popoli e in ogni tempo a cui il diritto deve adeguarsi. Ma sulle speculazioni conseguenti, al momento, non intendiamo soffermarci.

Quel che però vale la pena notare di sfuggita è che, secondo Tebaldeschi, nel momento in cui la Costituzione italiana garantisce il diritto d’asilo allo straniero e stabilisce che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute” (art. 10), ma anche e soprattutto nel momento in cui “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” (art. 11), l’Italia di fatto si configura come una Repubblica rivolta al federalismo (mondiale).

E’ opportuno infatti evidenziare che, nel momento in cui questo articolo venne discusso in assemblea costituente, le limitazioni alla sovranità furono ovviamente oggetto di dibattito. E, nel momento in cui Mario Cevolotto – avvocato, massone, tra i maggiori esponenti del Partito Democratico del Lavoro e membro nel ’43 della giunta militare del Cln – espone le sue perplessità sulla costituzionalizzazione di questo principio (che pure non rifiuta a priori) e sul futuro funzionamento delle Nazioni Unite, è proprio Camillo Corsanego – anch’egli avvocato e tra i padri fondatori del Partito Popolare e della Democraia Cristiana – a insistere per il suo inserimento.

E, nei verbali, la sua posizione è riassunta così: “sembra infatti opportuno affermare nella Costituzione questo principio dell’autolimitazione della sovranità, in considerazione che quasi tutte le rovine che si sono verificate in questi ultimi tempi, sono dovute alla protervia con cui ogni Stato ha voluto sostenere in modo assoluto, senza limitazioni, la propria sovranità. Se si vuole veramente arrivare ad un lungo periodo di pace tra i popoli, bisogna invece che le Nazioni si assoggettino a norme internazionali che rappresentino veramente una sanzione. Fare una Costituzione moderna che finalmente rompa l’attuale cerchio di superbia e di nazionalismo, e sia una mano tesa verso gli altri popoli, nel senso di accettare da un lato delle limitazioni nell’interesse della pace internazionale e col riconoscere dall’altro un’autorità superiore che dirima tutte le controversie, gli sembra che sarebbe mettere la Repubblica italiana tra i pionieri del diritto internazionale”.

Ed è un altro democristiano, Carmelo Caristia, a dire che “non dissente dal contenuto dell’articolo, che esprime anzi un concetto diffusissimo nell’ambito degli studiosi e nella coscienza di ogni popolo civile, ma ritiene che esprimerlo nella Costituzione sia perfettamente superfluo”. A rispondergli è Palmiro Togliatti, dissentendo “dalla opinione dell’onorevole Caristia, perché, a suo avviso, si tratta di un principio che deve essere affermato nella Costituzione, per chiarire la posizione della Repubblica italiana di fronte a quel grande movimento del mondo intiero, che, per cercare di mettere la guerra fuori legge, tende a creare una organizzazione internazionale nella quale si cominci a vedere affiorare forme di sovranità differenti da quelle vigenti“.

Ed è addirittura il presidente dell’assemblea costituente Umberto Tupini, altro democristiano, a spiegare la sua posizione rispetto all’articolo affermando “che egli è favorevole all’idea degli Stati Uniti d’Europa” e “ritiene opportuno esprimere fin d’ora il concetto della collaborazione tra le nazioni, affermando così un principio originale che non è compreso in nessuna delle Costituzioni moderne”.

Ritorna quindi il gradualismo, che Tebaldeschi giustifica da un punto di vista non soltanto tecnico, ma anche culturale: “Prima che nella realtà, l’unità giuridico-politica del mondo va creata nelle disposizioni mentali. Prima che all’esterno, la predetta unità va costruita nell’interiorità degli uomini. […] La predisposizione delle menti umane al ‘federalismo’ richiede anzitutto la rimozione o correzione di tutte quelle opinioni e vedute umane, che sono incompatibili con il genere di universalismo, che è richiesto dalla preservazione della pace e dall’affermarsi di una prospettiva federalistica. A parte ciò, occorre, sul piano positivo, una visione del diritto che ne sottolinei la vocazione razionale e concettuale”.
Avete letto bene: occorre prima procedere alla rimozione e correzione delle opinioni contrarie alla visione universalistica e intervenire sulla filosofia stessa del diritto.
A questo proposito, Tebaldeschi si chiede: “E’ proprio certo che il diritto sia sempre e solo uno strumento e un ausiliare del Potere politico?”
E premette: “Se per diritto e ragion giuridica si intendono l’uso e l’organizzazione mentale di una serie di schemi e di tecniche che sono al servizio delle scelte e decisioni del potere politico, non si può non rilevare che la ragion giuridica è, per definizione, una ragione vicaria, donde appare ben più ragionevole rivolgersi all’utente attivo di essa e cioè al potere politico”. Senonché “Il solo difetto della ragion politica è che essa è, per definizione, una ragione di parte che mira non alla conciliazione dei conflitti, ma alla propria vittoria in essi. Anche senza richiamarsi a Kant, appare chiaro che la ragione degli Stati è, per definizione, la “ragione” non della pace, ma della guerra”.
Ecco perché la sua risposta, in conclusione, è negativa e tende a rivalutare il ruolo del diritto rispetto all’autorità, in quanto “nel suo dispiegarsi l’operatività del diritto tende a riscattarsi della soggezione politica”.
In questo senso, argomenta: “Il diritto va colto non staticamente, ma nel suo divenire, non nella separazione, per sé astratta, fra l’attività di normazione e quella di applicazione delle norme, ma piuttosto nella fondamentale circolarità e identificazione (rilevata dallo stesso Kelsen) fra tali due funzioni, per cui ogni applicazione di norme preesistenti si risolve nella posizione di nuove norme, laddove ogni posizione di nuove norme si risolve, a sua volta, nell’applicazione di norme già esistenti”. Si tratta, appunto, dell’opposizione allo schema kelseniano per il quale “il diritto si identifica in toto con un meccanismo sanzonatorio al servizio dell’autorità“. Il fine è la cancellazione della concezione del diritto quale strumento del potere politico e, così, del potere politico stesso a favore di un ordinamento in cui il rapporto è perlomeno invertito: il potere politico come strumento del diritto. E’ curiosamente un ragionamento che chiarisce più che mai la posizione di Ferrajoli riguardo la sua ipotesi di un ordinamento mondiale senza governo mondiale. Con le nazioni, anche il tempo della politica e dei govermi potrebbe essere insomma giunta al termine. Ecco spuntare la tecnocrazia, il regime dei competenti del quale tanto sentiamo parlare (da Monti alle sardine).
Sempre Tebaldeschi, infatti, lamenta e ribatte: “Il diritto non può ridursi a un mero meccanismo sanzionatorio, posto che anche un tale meccanismo (perfino nella versione kelseniana di esso) presuppone tutta una distinzione di competenze e di compiti per il proprio funzionamento, una distinzione che costituisce una costruzione giuridica, il cui senso non è riducibile ai comandi o divieti che la tutelano, proprio perché questi comandi la presuppongono. In breve, non è la qualità giuridica quella che presuppone il potere sanzionatorio come artefice di essa, ma, al contrario, il predetto potere può solo articolarsi, in quanto presuppone l’avvenuta promozione o costruzione delle qualità giuridiche”. “Se, da un lato, le qualità giuridiche sono sempre il prodotto dell’applicazione di una o più norme giuridiche, dall’altro lato, l’applicazione di ogni norma giuridica si innesta, a sua volta, su una o più preesistenti qualità giuridiche”: ecco, appunto, la circolarità di cui si parlava prima.
Appaiono chiare fin da subito le implicazioni sul concetto di sovranità, posto che Tebaldeschi esplicita: “il presente approccio giuridico è ‘non autoritario'”. E argomenta: “La ragione per cui si rifiuta la nozione della norma come comando è che essa ‘restringe’ il campo delle possibilità del diritto. In altre parole il collegamento della norma con l’Imperator […] identifica il diritto esclusivamente con il diritto dello Stato nazionale o, più precisamente, con la visione riduttiva dello Stato stesso, che viene a porsi esclusivamente come l’erogatore di sanzioni e come l’ente investito della potestà di costringere e punire”.
E’ un attacco frontale al concetto di sovranità.
L’intenzione, come accennato, è andare oltre l’autonomia del diritto. Una intenzione che in un altro passaggio si fa esplicita: “L’esplicazione coerente del significato di validità giuridica può quindi comportare, ancor meglio che la prospettiva statalistica, un punto di vista per cui si affermi non solo l’autonomia concettuale del diritto, ma anche il primato di esso rispetto alle componenti autoritarie, che il diritto tende (come si rileverà in seguito) a scontare e relativizzare. Fra i presupposti di una mentalità federalista o cosmopolita v’è dunque l’esigenza di una revisione di tutte le analisi concettuali così giuridiche come filosofiche, allo scopo di depurarle dalle estrinseche interpolazione nate (spesso inconsciamente) da eccessi di fedeltà e di affezione all’autorità costituita“.
Promuovere insomma una interpretazione del diritto e della ragion giuridica intrinsecamente universalista e rifiutare, dunque, l’istituzionalismo che “sottolinea ed esalta principalmente il momento organizzativo o di comando” ponendo “in ombra il ruolo della ragion giuridica, che è intesa come vicario e vassallo della ragion politica o di Stato, una visione questa che, se presa alla lettera, impoverisce e riduce il senso e la funzione del diritto”.
L’obiettivo è abbattere Kelsen, per cui “non si dà norma senza l’Autorità da cui essa sia posta, cioè non v’è norma senza un atto di volontà di cui tale norma sia il senso”.
Ecco perché, per fare del diritto “un testimone essenziale dell’universalismo”, secondo Tebaldeschi “occorre però che il diritto sia cercato e trovato non tanto nell’empirica apparenza dei rapporti umani, quanto nell’apriori e cioè nel Logos. Perché le ‘particolarità’ del diritto si superino e scontrino sul piano dell’universalità e del cosmopolitismo, deve essere possibile una comprensione o ritrovamento del diritto nel contesto del Logos”.
D’altronde secondo Tebaldeschi “il rapporto fra il diritto e lo Stato presenta aspetti antinomici”. Esattamente come per Ferrajoli, il quale evidenziava la “antinomia tra sovranità e diritto”. E qui giungiamo al punto chiave del ragionamento, che coglie l’essenza del nostro discorso sulla sovranità: “Da un lato, il diritto ha bisogno di presupporre lo Stato. Ogni ordine giuridico si innesta infatti su un iniziale atto di imperio e di assoggettamento, che è l’atto di autoaffermazione di un Potere ed è quindi specificamente politico. Dall’altro lato, se l”atto politico’ è ciò che dà occasione al sorgere del diritto, il predetto ‘atto’ non ne spiega però minimamente la capacità di articolazione, distinzione e sviluppo, e rende anzi, nella sua prospettiva, inintellegibile il senso del diritto. In sintesi il diritto presuppone sul piano fattuale lo Stato ma è inesplicabile e, per certi aspetti, incompatibile rispetto ad esso. L’antinomia fra Stato e diritto è superabile se ci si ponga in una prospettiva dinamica, che comporti una pluralità di stadi nel rapporto di statalità e diritto“.
In questa pluralità di stadi, “Al principio è preminente il Potere […] che è appunto necessario al sorgere di tale società”. Poi, però, le cose cambiano: “Una tale fase è però inevitabilmente transitoria. Non solo essa è per se stessa instabile – il predominio della forza può sempre essere scosso da una forza superiore -, ma la fase stessa consente solo un’articolazione molto limitata di rapporti all’interno del contesto sociale. Ben presto il Potere si trova quindi di fronte all’impellente esigenza di sviluppare la sua propria sfera di esercizio e le “funzioni” derivanti da esso. Proprio per estendersi, il Potere è costretto progressivamente a superare la fase del suo mero imporsi attraverso comandi e imposizioni individuali, oltre che col generico terrore ispirato nella massa dei consociati. Per rendere più efficaci e costruttivi i propri comandi, il Potere è indotto a passare dalla mera emissione di ordini individuali alla formulazione di prescrizioni di portata generale, Ciò segna l’inizio della concettualizzazione del prescrivere. Per meglio imporsi la pura volontà è costretta ad associarsi in qualche modo alla ragione”.
A questo punto il diritto acquisirebbe autonomia propria: “il progressivo intellettualizzarsi dei contenuti giuridici è consentaneo al graduale de-personalizzarsi dell’iniziale Potere di comando. E’ da ritenere quindi che la prospettiva dell’autorità come incondizionato potere di imperio sia pertinente solo in una fase primitiva dello sviluppo del diritto. Via via che pone classificazioni e qualità giuridiche, l’autorità viene a circoscrivere la sua discrezionalità iniziale. La classificazione sistematica dei contenuti giuridici li rende, almeno in certa misura, indipendenti dal loro artefice, il quale finisce per essere limitato e perfino intrappolato dalle sue proprie creazioni. E’ proprio delle norme giuridiche di un ordinamento progredito che esse limitino i loro stessi creatori”.

Lo sviluppo del diritto stesso, dunque, lo renderebbe in pratica autonomo e quasi precedente all’autorità stessa. In questo senso, sarebbe altrettanto consequenziale una evoluzione del diritto internazionale che cancelli la tradizionale distinzione tra diritto interno e diritto appunto internazionale, mentre una resistenza in tal senso sarebbe di per sé un atto autoritario.

Tebaldeschi, a proposito, argomenta: “L’aspetto estroverso del diritto non può però essere ignorato neanche nell’ambito dei diritti interni. Se uno Stato sottovaluta il predetto aspetto, ciò determina una forma di isolazionismo giuridico per cui il singolo Stato tende a configurarsi come un universo chiuso e i suoi sudditi come gente segregata da tutto il resto dell’umanità. Il predetto isolazionismo è tutt’uno con l’accentuarsi del principio autoritario. Esso esprime una scelta di politica interna, prima ancora che estera, e mira, almeno implicitamente, a frenare il progresso giuridico e la conseguente impersonalizzazione dell’autorità, un’impersonalizzazione che insieme con il riconoscimento dei diritti umani e delle libertà democratiche, comporta l'”umanizzazione” dell’organismo statale e quindi l’apertura di esso verso il “mondo esterno”. L'”insularismo” degli Stati si oppone appunto a tale “apertura”. Sempre dannosa e antiprogressista, una tale politica è stata attuabile e realistica nel passato, quando i rapporto internazionali erano poco sviluppati e i singoli stati nazionali potevano porsi come universi relativamente autosufficienti. Una tale situazione è però ormai del tutto superata, a causa della presente interdipendenza determinatasi fra le vite e i destini di tutti i popoli”.
Per tutta la passata distesa dei secoli e dei millenni non v’è mai stato un unico universo dei rapporti umani e, in un certo senso, neanche un’unica umanità. Fino al realizzarsi delle grandi scoperte geografiche (e anche per qualche secolo dopo) è esistito, in effetti, nel mondo non un unico universo umano, ma una molteplicità di “universi” separati ed ermetici e quindi, in sostanza, non una, ma più umanità. Ognuna di tali “umanità” aveva un’estensione monocontinentale o intracontinentale ed era costituita da un insieme di Stati sovrani e dalla rete dei loro rapporti”. Ma adesso, osserva Tebaldeschi, non è più così.
Il federalismo mondiale è in pratica inevitabile conseguenza della “dimensione estroversa” del diritto. E la dottrina dei diritti umani sancisce “una veduta giuridica “universale” che relativizza il Potere locale pertinente a quell’ordinamento stesso” e il loro riconoscimento presuppone già l’ammissione del principio per cui il diritto non procede dallo Stato nazionale. Allo stato attuale, infatti, il diritto internazionale sarebbe comparabile ad “uno stato di natura, alla Hobbes, dove stato di natura è sinonimo di stato di violenza e cioè di bellum omnnium contra omnes”. Un altro concetto che abbiamo visto ritornare spesso nei nostri approfondimenti.
Così come l’antinomia notata da Tebaldeschi, che infatti ritornerà anche in Ferrajoli: “Questa “eterogeneità” si risolve in un’antinomia” o contraddizione se le due prospettive giuridiche sono rapportate all’interno della visione che lo Stato (come partecipe di entrambe) non può non farsi di esse. Come ente sovrano (indipendente da qualsiasi vincolo o limite, interno o esterno), lo Stato identifica il diritto interno essenzialmente col rapporto di subordinazione. Un tale rapporto di risolve, a sua volta, nel potere totale che il Sovrano (cioè lo Stato stesso) ha sui sudditi. Se lo Stato intende il diritto in tal modo, esso non può riconoscere come “diritto” gli accordi di diritto internazionale, proprio perché da essi è assente il momento della subordinazione, che costituisce il carattere specifico dei diritti interni. Nella visione stessa dello Stato i rapporti fra gli Stati non possono quindi costituire “diritto”. Seppure le due dimensioni possano “coesistere” e non costituiscano dunque una “antinomia di fatto”, ammette Tebaldeschi, “La contraddizione è a livello concettuale, nel senso che se è diritto quello interno (fondato sulla “subordinazione”) non può essere “diritto” quello internazionale (dal quale la subordinazione è, per definizione, esclusa) e viceversa”.
 “Almeno come “tentazione” ideale e altamente etica”, conclude Tebaldeschi, “non può, quindi non sorgere, diffusa e irresistibile, la prospettiva della Cosmopoli e cioè dell’unità giuridica e politica degli uomini di tutto il mondo”. Una cosmopoli in cui pare non ci saranno più guerre. Infatti, prosegue Tebaldeschi in un passaggio che appare molto meno scientifico e ricco di contraddizioni: “Ogni guerra è in fondo un’opzione a favore del particolare e contro l’universale e cioè a favore del proprio popolo (o parte o gruppo) contro il resto dell’umanità. Il razzismo alla nazista è stato l’espressione più manifesta, ma tutt’altro che la sola, della scelta a favore di una parte dell’umanità contro tutto il resto di essa. Non ci sarebbero guerre senza l’egoismo dei popoli o di altre entità collettive. In contrasto con la relativa etimologia, l'”egoismo” appartiene molto più ai popoli che ai singoli”.
Emmanuel Raffaele Maraziti

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