Precariato? La soluzione non è certo stabilizzare i ciclofattorini

Risultati immagini per deliverooFirmata da M.R., ecco un’altra testimonianza per la rubrica #generazioneprecaria.

Sono un rider di Deliveroo e sono stanco della demagogia spicciola su questo lavoro, con tanto di osservazioni compassionevoli su “quei poveri ragazzi che sfrecciano in bici con il vento e con la pioggia“, come se poi fossimo gli unici (poveri postini!), come se fossimo obbligati a lavorare anche con la pioggia o a “sfrecciare” e, peraltro, come se andare in bici fosse quasi una sorta di tortura. Ma, naturalmente, non è questo il punto e non vorrei essere frainteso. Continua a leggere

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Esselunga: altro che “top employer”, ecco il loro metodo di “annientamento” [#generazioneprecaria]

Risultati immagini per esselunga fotoFirmata da A. G., ecco un’altra testimonianza per la rubrica #generazioneprecaria, dopo quella proposta in merito alle nuove “assunzioni” in Poste Italiane.

Premiata Esselunga: è tra le migliori società in Italia dove lavorare“. La notizia è apparsa sui quotidiani poco più di un mese fa. Secondo quanto comunicato alla stampa, l’azienda fondata da Bernardo Caprotti ha ottenuto infatti la certificazione “Top Employer Italia 2018” per le “eccellenti condizioni di lavoro garantite ai propri dipendenti, identificazione e sviluppo dei migliori talenti a tutti i livelli aziendali, costante ricerca di miglioramento dei propri processi organizzativi”. Ente certificatore olandese, che ha valutato i dati relativi ad un totale di novanta società italiane, si occupa solo di realtà dotate di strutture di risorse umane particolarmente avanzate. E, soprattutto, opera le sue scelte attraverso un questionario destinato unicamente alle aziende e che non prevede domande dirette ai dipendenti. Insomma, un “premio”, o meglio una certificazione, da prendere con le molle, nonostante i titoloni: a fornire gli elementi necessari, infatti, è l’azienda stessa. Continua a leggere

La flessibilità in Poste Italiane: una testimonianza dall’interno [#generazioneprecaria]

Il 20 dicembre scorso sono stato “assunto” da Poste Italiane. Due mesi di contratto o poco più: il prossimo 28 febbraio potrei essere già fuori. Stessa sorte toccata agli altri della mia stessa “infornata”. Eppure, Poste Italiane continua a reclutare, ininterrottamente, migliaia di postini. Ho inviato la mia candidatura ad agosto, in seguito all’apertura di posizioni come portalettere in tutta Italia. Ma campagne simili, in seguito, si sono ripetute praticamente a scadenza mensile e, da almeno tre anni, del resto, non sono più appunto una novità.

La precarizzazione del lavoro parte dall’alto, è sistematica. Entri già col punto interrogativo. Col fiato sospeso ogni due mesi. Sempre sotto esame. Sempre costretto a dire si a tutto. Pronto alla porta in faccia quando non servi più. Una vita col fiato corto. Perché, dopo tutto, se il settore recapito è inefficiente (e arretrato) e non crea profitti, è chiaro che, in attesa di disfarsene o di modificarlo radicalmente (almeno si spera), tocca assumere gente utile a tappare i buchi. Tanto la manodopera, con la disoccupazione che c’è, si trova. E le Poste, oramai una spa (seppur coi soldi per la maggior parte nostri), sono liberissime di tuffarsi nel bel mondo della flessibilità. “Gli inserimenti attualmente previsti nella misura di circa 1.500 unità”, recitava una nota di Poste Italiane nel 2014, “avvengono nell’ambito delle strutture territoriali del gruppo, al fine di gestire picchi di attività o situazioni di indisponibilità temporanea del personale stabile, in modo da garantire il mantenimento dei livelli di servizio attesi”. La musica è cambiata poco. Solo se sei fortunato e nel frattempo si è liberato un posto, dopo qualche anno di scadenze e rinnovi, ti fanno un contratto vero ed entri a far parte anche tu dei privilegiati. Continua a leggere

[#generazioneprecaria] Una “rubrica” per tornare a parlare di lavoro

Ci hanno raccontato della flessibilità come una favola. Poi ci hanno detto che era necessaria. Poi ci hanno detto che si erano sbagliati, ma ormai era tardi. Ci hanno detto “flessibilità è bello”, “flessibilità è il futuro”, “flessibilità è moderno”. E ci hanno preso in giro perché volevamo un lavoro vero, stabile, soddisfacente e perché volevamo una vita a misura d’uomo – non appesa ai calcoli su un foglio che misura efficienza e produttività. Perché volevamo una casa, una famiglia. Ci hanno detto che quello è il passato. E poi non hanno capito perché in tanti si sono suicidati. Perché in tanti non ce l’hanno fatta. Li hanno chiamati deboli, vigliacchi, perdenti. Gli hanno costruito un mondo senza senso e poi li hanno rimproverati perché non hanno trovato un senso per andare avanti. Hanno tolto la dignità ad un padre di famiglia con la loro usura e non gli hanno chiesto scusa quando ha deciso di smettere di vivere per ripagare delinquenti in giacca e cravatta.

Ho trentun’anni. Sono calabrese. Sono il primo di quattro figli e, quando ero poco più che un bambino, mio padre mi portava con lui a lavorare o a guardarlo lavorare. Oggi è politicamente scorretto. Oggi non si fa. Ma è così che mi ha insegnato a sporcarmi le mani, a rispettare chi lavora, ad essere umile. E quella umiltà forse l’ho pagata, perché non ho mai preteso niente. Finché ho capito: ci stavano prendendo in giro. Mi offrivano flessibilità, zero sicurezze, zero prospettive.
L’ho vissuta fino in fondo la precarietà. Non ho ancora capito le scelte che ho fatto e quelle che, in fondo, mi ha imposto la realtà.
Hanno anche imparato a confonderti, a farti sentire in colpa.
So solo che, ad un certo punto, mi ci sono abituato. E ho iniziato a giocarci. A vedere fin dove si può arrivare.
E, come tanti, sono emigrato: a Roma, a Milano, in Inghilterra, in Spagna.
A un certo punto mi sono accorto che avrei potuto finire a lavorare ovunque.
Se nessun posto è casa, qualunque posto può andar bene.
Poi ho capito che era una bugia anche questa. E che sembrava tutto facile ma non mi stavo divertendo. Mi ero solo assuefatto. Continua a leggere

Milano-Alicante in bicicletta: 1600 chilometri per riflettere su un mondo “low-cost”

Un percorso lungo (in linea di massima) mille e seicentodue chilometri, quindici giorni di pedalate, diciassette giorni in tenda in quindici posti diversi, tre Stati e centinaia di città attraversate, a partire dall’Italia, scivolando sulla pianura Padana, alla Francia, passando per le Alpi, fino alla Spagna, scavalcando i Pirenei. Un media di circa 107 chilometri percorsi ogni giorno, escludendo ovviamente due giorni di stop usati per riprender fiato ma anche le decine di chilometri in più fatti per errore. Zaino in spalla, caschetto sulla testa, borsa e tenda da campeggio sul portapacchi: la mia prima metà di giugno è trascorsa così, deciso più che mai a vincere la mia piccola sfida personale di arrivare, da amatore inesperto, da Milano ad Alicante usando la bicicletta come unico mezzo di trasporto.

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