Uno “Stato del Lavoro” a difesa di lavoratori e imprese: l’ultima “lotta di classe” è contro il capitale finanziario

La “lotta di classe” tra lavoratori e imprese è un fatto: è la naturale e giusta contesa per i diritti, l’organizzazione del lavoro, i rapporti di proprietà e di distribuzione.
Ma è stata la deviazione ideologica marxista ad imporre l’idea che la lotta di classe dovesse portare per forza alla “dittatura dei lavoratori” e/o alla scomparsa dello Stato, del mercato e all’azzeramento di ogni differenza sociale.
E’ quindi necessario ripartire da lì, depurando però ogni analisi da pregiudizi ideologici.
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Ma, in una prospettiva banalmente bidimensionale, per cui stai con i lavoratori o stai con i “padroni”, è normale che nessuno schieramento abbia dato peso ad un’altra “lotta di classe” che la globalizzazione ha acutizzato: quella tra le (piccole e medie) imprese e le imprese multinazionali, tra capitale produttivo e capitale finanziario.

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‘Stato d’allarme’ ed ‘eccezione’ nella costituzione spagnola: Schmitt aveva ragione?

Per far fronte alla pandemia da Covid-19, la Spagna ha dichiarato lo stato di allarme, una situazione prevista dall’articolo 116 della Costituzione spagnola che, al suo interno, fa riferimento anche ad altre due situazioni ‘emergenziali’: lo stato d’assedio e lo stato d’eccezione.
Carl Schmitt, che proprio sullo stato d’eccezione focalizza la sua teoria della sovranità, sarà quindi tornato in questi giorni alla mente di molti.
Come interpretare, infatti, in chiave filosofico-politica e in termini di filosofia del diritto, la sospensione di alcuni diritti costituzionali fondamentali in tempo di democrazia, anche in relazione alla natura della sovranità?
Per capirlo vi parleremo oggi, appunto, di Schmitt ma, prima di tutto, sarà il caso fare un cenno alla costituzione spagnola e a quella italiana per capire, concretamente, di cosa si tratta e poter così forse rispondere a questi interrogativi in maniera più chiara.

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Così la sinistra anti-sovranista ha tradito proletariato e fasce popolari

C’è qualcosa che certa stampa continua a non vedere e raccontare con la necessaria oggettività. E c’è una tradizione politica, quella della sinistra, in evidente crisi di identità, con poche minoranze in grado di proporre una lettura differente.
Per capire di cosa si parla, basterebbe leggere un testo – Sovranità o barbarie, pubblicato nel 2018 da Meltemi – che guarda alla tradizione socialista e al movimento operaio, che cita Togliatti, Keynes e Marx (non certo Salvini), senza rinunciare alla sovranità nazionale.
Il libro, che porta la firma del giornalista Thomas Fazi e dell’economista William Mitchell, ammonisce: la sovranità nazionale è democrazia, lo Stato nazionale è l’unico argine al liberismo, internazionalismo e cosmopolitismo sono cose differenti, essere anti-sovranisti non è di sinistra.
Non si tratta di fanatismo nazionalista insomma, ma di un’analisi alternativa, che parte da dati oggettivi: non è un segreto – e ha avuto modo di dichiararlo anche il deputato di “Italia Viva” Massimo Ungaro – che “in dieci anni abbiamo perso dieci punti di pil, l’equivalente di uno scontro bellico” e che l’introduzione dell’euro ha più di una responsabilità.
Non c’è nulla di obiettivo e di sinistra nel fingere di non vedere un problema. Identica cosa che accade sulla questione migratoria, in cui il dialogo è bandito. Continua a leggere

“Sovranità o barbarie”: per un sovranismo socialista (nonostante il Pd)

Sicuramente una delle letture più interessanti proposte negli ultimi anni sul tema della sovranità, “Sovranità o barbarie – Il ritorno della questione nazionale” Meltemi – 2018) è incisivo innanzitutto perché propone una visione della sovranità non “allineata” al sovranismo retorico e reazionario a cui siamo abituati.
Il lavoro del giornalista Thomas Fazi e dell’economista William Mitchell risponde a molte delle domande che ci siamo posti nei precedenti post sul tema e, soprattutto, fa luce su una questione fondamentale: il sovranismo è di destra? La risposta – lo anticipiamo – sembra essere decisamente un ‘no’.

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Mondialisti allo scoperto: “crolli lo Stato, serve un governo globale”

Abbiamo visto come la nuova centralità del concetto di sovranità come categoria politica sia conseguenza della “sommatoria della dialettica destra/sinistra tradizionalmente dominante ad una crescente contrapposizione tra, appunto, sovranisti e anti-sovranisti/globalisti, accentuatasi progressivamente insieme ad una aumentata visibilità (a partire dalla Seconda Guerra Mondiale) del potere degli organismi di governo sovra-nazionali”.

Dunque, partendo dalla sovranità come dato di fatto storico-politico quanto meno fino al secondo conflitto mondiale, resta da capire se, come e perché questo avvenimento abbia cambiato le carte in tavola e, in ogni caso, come si sia modificata la considerazione della sovranità nella teoria politica. L’impressione, infatti, è che i mutamenti imposti dalle contingenze abbiano indotto il salto di livello, che gli eventi abbiano influenzato la teoria e se, com’è ovvio, ciò non è avvenuto del tutto passivamente, è fuori di dubbio che il nuovo scenario abbia ispirato soluzioni nuove ed un approccio differente. Più semplicemente,  potremo dire che, se di cosmopolitismo si è sempre “fantasticato” nella filosofia politica, i nuovi equilibri creatisi hanno dato coraggio, concretezza e contenuti all’utopia globalista.

Sintomatica e paradigmatica può ritenersi, ad esempio, la copertina dedicata al tema dal settimanale “Internazionale” lo scorso 4 maggio 2018:  “LA FINE DEGLI STATI“. Continua a leggere