L’attrazione erotica come conquista e violazione [terza parte]

erosviolenzaDemonico, abissale, fascinoso. È dunque questa la caratteristica dell’esperienza erotica, laddove il demoniaco non va ovviamente inteso in senso “cristiano”, ma nel senso letterale di “daimon”, “essere divino”, intermediario tra l’umano e il soprannaturale.

Ecco, “finalmente”, il carattere ambivalente dell’erotismo, che non a caso risulta essere il tratto più «fascinoso» appunto. Ed ha a che fare con il fascino dell’abisso, della notte, della “violenza”.

«Si è che in ciò intervengono», spiega ancora Evola in “Metafisica del sesso“, «fattori sottili, d’ordine sia cosmico che analogico: cosmico, perché, come si è detto, è di notte che, ciclicamente, avviene in tutti un cambiamento di stato, il passaggio della coscienza alla sede del cuore, per cui anche quando si resta svegli, di notte permane la tendenzialità di questo spostamento […]; analogico, perché l’amore sta sotto il segno della donna, e la donna corrisponde all’aspetto oscuro, sotterraneo e notturno dell’essere, al vitale-inconscio, e il suo regno è pertanto la notte, l’oscurità».

Venendo all’ambivalente rapporto tra amore e “morte”, esso si scorge fin nella «ambivalenza delle divinità, specie femminili, che sono divinità del desiderio, del sesso, della voluttà e, insieme, divinità della morte» (es. Kalì). E la sua origine sta esattamente nella natura magnetica dell’impulso erotico: «Il desiderio e il possesso dell’essere amato è ciò che distingue ogni amore sessuale dall’amore in genere come “voler bene”, come puro amore umano […], l’amore sessuale implica il desiderio come bisogno di assorbire».

Si può, in tal caso, fare riferimento al mito dell’androgino, all’unità originaria e alla reintegrazione delle qualità, ma anche al simbolismo taoista che spiega la natura dell’Eros nel magnetismo (tsing) che muove donna e uomo in quanto yin e yang, dal momento che nel Tao si tratta non a caso di due principi che sembrano in continua “lotta”, in un equilibrio dinamico, in un “conflitto misurato”.

Ecco dunque che «si può dunque parlare di una ambivalenza di ogni impulso erotico intenso, perché l’essere che si ama, mentre lo si afferma, in pari tempo lo si vorrebbe distruggere, assimilare, risolvere in sé stessi; sentendo in lui il proprio complemento, si vorrebbe che cessasse di essere un altro essere. Donde, anche, un elemento di crudeltà che si unisce al desiderio, elemento spesso attestato da aspetti anche fisici dell’amore e dallo stesso amplesso». Annota infatti Evola: «Nel Kama-sutra di Vatsayana, a parte una considerazione dettagliata della tecnica dei morsi, dell’uso delle unghie e di altri accorgimenti dolorosi nell’amore […], è interessante l’accenno ad un possibile effetto erotogeno-magnetico oggettivo provocato dalla vista dei segni corrispondenti rimasti sul corpo».

Ed è interessante notare come il tema in effetti ritorni molto spesso nella letteratura, a conferma di questa latenza implicita e che, si badi, solo in quanto latenza rimane nell’alveo di quell’equilibrio dinamico di cui sopra.

«Non di rado la sofferenza fisica nell’amore attrae più della blandizia», scrive D’Annunzio ne “Il piacere”.

«L’amore fisico è impensabile senza violenza», afferma Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, che riserva alla lettura diversi dialoghi e situazioni emblematiche in merito, contornando un testo noto per la denuncia politica dei regimi comunisti europei di significative riflessioni sull’amore e su quella che viene definitiva «amicizia erotica», non senza confusioni rispetto alla prospettiva qui adottata.

Nel cogliere dunque l’esistenza di un rapporto analogico e in minima parte concreto tra violenza ed Eros, osserviamo al contempo un dato che può essere considerato un primo risultato di questa indagine: ogni feticismo non è altro che l’estremizzazione di una latenza comunemente e normalmente presente.

Del resto, tornando al principio maschile e femminile puro, tornando anche visivamente al simbolo del Tao, yin ha in sé traccia del suo opposto e viceversa. Ecco, dunque, l’equilibrio dinamico nel mantenere tali queste latenze, sia in sé che fuori da sé.

Ed ecco, dunque, un primo significato dell’ambivalenza dell’Eros, dal momento che una rottura dell’equilibrio in sé è causa di una rottura dell’equilibrio fuori da sé, e viceversa.

Scrive D’Annunzio nel descrivere il giovane e nobile protagonista de “Il piacere”: «Non potendo più adeguarsi a una superior forma dominatrice, l’anima sua, camaleontica, mutabile, fluida, virtuale si trasformava, si difformava, prendeva tutte le forme. Egli passava dall’uno all’altro amore con incredibile leggerezza; vagheggiava nel tempo medesimo diversi amori; tesseva, senza scrupolo, una gran trama d’inganni, di finzioni, di menzogne, d’insidie, per raccogliere il maggior numero di prede. L’abitudine della falsità gli ottundeva la coscienza. Per la continua mancanza della riflessione, egli diveniva a poco a poco impenetrabile a sé stesso, rimaneva fuori del suo mistero. A poco a poco egli quasi giungeva a non veder più la sua vita interiore».

Poco ci interessa delle implicazioni morali, né l’impostazione può esser completamente fatta “nostra”; ciò che rileva è, invece, la correlazione tra vita interiore ed esperienza erotica.

Tornando al carattere violento dell’esperienza erotica, che ne costituisce l’aspetto più “misterioso”, è chiaro che in esso il punto essenziale è quello della violenza come “conquista”. Lì sta l’analogia ed il mistero.

«Tutto il suo essere  – scrive ancora il Vate – accendevasi d’un orgoglio selvaggio, al pensiero di posseder quella bianca e superba donna per diritto di conquista violenta».

«Non era quindi – e siamo di nuovo a Kundera – il desiderio del piacere sessuale (il piacere era un’aggiunta, una sorta di premio), bensì il desiderio di impadronirsi del mondo (di aprire con il bisturi il corpo supino del mondo) ciò che lo spingeva ad inseguire le donne».

Qui pare che tutto torni: l’Eros come esperienza indipendente tanto dal bisogno fisico, che dal piacere, ma anche, per l’appunto, il tema della “violenza”, che giunge ad un’immagine estrema («aprire con il bisturi il corpo supino del mondo») per riferirsi all’atto sessuale, rappresentato esattamente come impulso al raggiungimento violento dell’essere nudo, come conquista, scoperta e come “violazione”. Immagine che diviene congiungimento dell’uomo assoluto con la donna assoluta nel momento in cui la donna è analogicamente rapportata al mondo, alla Terra, così come il principio femminile yin, in contrapposizione al principio maschile del Cielo.

«Solo nella sessualità il milionesimo di diversità si presenta come qualcosa di prezioso perché è inaccessibile pubblicamente e bisogna conquistarlo». In questo passo dello scrittore ceco la violenza che diventa conquista, impulso prometeico alla conoscenza, alla scoperta, di ciò che inaccessibile e che chiarisce tanti aspetti dell’esperienza erotica, cui non a caso deve includersi quella del pudore femminile.

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Sesso e costumi tra prassi e teoria fascista

Coronadiferro-1941-CarpiNell’affrontare il tema enunciato, sarebbe impensabile non tener conto di ciò che appare immediatamente chiaro nel leggere la dottrina: il Fascismo è una concezione etica prima che politica ma, ancor più, è testualmente una «concezione spiritualistica», «religiosa».

Nel farlo, però occorre anche osservare, innanzitutto, che la storiografia pur non “schierata” non può evitare di ammettere che il Fascismo costituì un momento di modernizzazione dei costumi, con l’esordio della donna nella società. E senza dover ricordare il noto esempio del Saf o le numerose organizzazioni femminili costituite dal regime parallelamente a quelle maschili, è forse significativo citare invece i Fasci femminili, fondati nel 1920 e quindi presenti già agli albori del Fascismo, dimostrando come la “promiscuità” fosse prassi avanguardistica per il neonato movimento e tutt’altro che un tabù.

Del resto, già nel ’19 tra i punti programmatici vi era il suffragio universale femminile, varato dal governo provvisorio del fascista D’Annunzio a Fiume e concretizzatosi nel paese – per motivi contingenti – soltanto con la concessione pressoché formale del voto femminile alle amministrative nel ’25.

E se, similmente ad altre iniziative legislative dannunziane, il futurista Marinetti arrivava ad inneggiare addirittura al «libero amore», senza dubbio rappresentativa al riguardo è invece la frase pronunciata dalla fascista Teresa Labriola: «L’età muta della donna è finita. Facciamo che la donna cominci a essere eloquente parlando della patria».

D’altra parte, se lo sport femminile conobbe – non senza polemiche di altra matrice – un suo sviluppo proprio grazie al Fascismo, è altrettanto noto che il regime non si oppose affatto alla diffusione del cinema, che tanto influì in merito, al contrario della Chiesa, con papa Pio XI che lo riteneva invece «strumento di traviamento morale». Fu, anzi, proprio sotto il regime fascista che si ebbe la nota diatriba sul primo seno nudo del cinema italiano, primato che l’attrice Doris Duranti rivendicava per sé per una scena del film “Carmela” (1942) in opposizione a Clara Calamai, apparsa a seno nudo ma distesa ne “La cena delle beffe” (1941), e che, in realtà, apparteneva alla meno nota Vittoria Carpi, che sempre nel ’41 si mostrava in deshabillé ne “La corona di ferro” seppur per poche frazioni di secondo. Il tutto nel contesto di un cinema di primo piano e che, nel complesso, non ostacolava certo le pellicole più “leggere” e romantiche.

Tutto ciò senza suscitare scandalo nel partito al quale, anzi, ad esempio la Duranti, era molto vicina essendo compagna di un Pavolini allora ministro proprio della Cultura popolare, delegato quindi all’approvazione dei film.

Allo scandalo, invece, gridò la Chiesa definendo la discussa pellicola con la Calamai come di un coacervo di «libidine, brutalità e libertinaggio». Ancor peggio, del resto, era successo otto anni prima quando «alla fascistissima Mostra del cinema di Venezia, il film cecoslovacco Estasi aveva mostrato il primo nudo integrale. ‘L’ Osservatore Romano’ era andato su tutte le furie, mentre la stampa vicina al regime aveva osannato la pellicola» (Scianca A.,  Riprendersi tutto, Cusano Milanino, Seb, 2011, p. 128).

Un indirizzo perfettamente in linea con quanto, nel frattempo, accadeva nella società, come dimostra il volume “Una giornata moderna – Moda e creatività nell’Italia fascista”, così recensito da “Il Sole 24 Ore”: «Un racconto pionieristico sul ruolo attivo, e sottovalutato, che la moda di quegli anni svolse per l’affermazione di tutta l’estetica moderna, poi anche una riflessione sui corpi e le pose dell’epoca, la gestualità e le abitudini, gli spazi della moda e i luoghi che abitò e stravolse nel quotidiano».

Quanto alle cosiddette case di tolleranza, se ciò può contare, non vennero certo chiuse durante il Fascismo, ma in pieno regime democratico, in perfetta continuità con i moralismi degli antifascisti della prima ora e di quelli odierni. Sotto il Fascismo, anzi, le case chiuse vengono regolamentate e le prostitute obbligate a sottoporsi ad esami medici periodici.

La “politica” del Fascismo nell’ambito dei “costumi sessuali”, dunque, è perfettamente riassunta dall’affermazione del deputato Giorgio Alberto Chiurco, «Nello stato fascista non si può concepire la donna chiusa nella sua casa» e ancor più dalle parole del segretario del partito Turati, che «nel giugno del 1930, si rivolgeva alle giovani italiane invitandole a non essere “né falsamente severe né stupidamente frivole” per concludere con un perentorio: “Nego che la modestia o la virtù possano consistere nel tenere bassi gli occhi”» (cit).

Tornando, quindi, all’incipit, è chiaro che il rimando ad uno stile fascista d’impronta “romana” e la non contraddittoria enfasi sulla donna come madre, non deve confondere circa l’animo per nulla “nostalgico” del Fascismo, che è ad un tempo nazionale e antidemocratico, ma anche sociale e futurista «chiesa di tutte le eresie», come amava dire lo stesso Benito Mussolini, il quale peraltro sottolineava: «Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente».

Dunque, perfettamente riassunto solo nel concetto di “terza via”, lo spirito del Fascismo rifugge qualsiasi fanatismo e logica aprioristica, tenendosi ad un tempo lontano da astrusi conservatorismi tanto quanto dalle derive relativiste del progressismo.

Quanto alla concezione definita «religiosa», infatti, tutto è nello Stato per il Fascismo ed anche la concezione spirituale non sfocia mai nel fare del Cattolicesimo la “religione del Fascismo”. Neanche i pur cattolici “Mistici” di Giani giungono ad anteporre la fede al Fascismo, tutt’altro.

E’ sancito il rispetto del divino in tutte le sue forme e del Cattolicesimo in particolare in quanto religione del popolo italiano, ma è altrettanto chiara la “laicità” del Fascismo nel momento in cui non intende occuparsi di questioni religiose in senso stretto, ponendosi però ad un tempo come una sorta di “autorità spirituale e potere temporale” (come direbbe Guénon) dai tratti innegabilmente “romani” e, per i più cattolici, dispregiativamente “pagani”.

Detto tra parentesi, ciò che ne viene fuori è, per forza di cose, qualcosa di diverso e di più sia rispetto ad un laicismo tendenzialmente agnostico o ateo, che ad un mero statalismo materialista.

In conclusione, e con l’intento di rilanciarne l’attualità del messaggio, è chiaro che non fu certo lo spirito giovanilista ed anticlericale del Fascismo sansepolcrista, ma neanche i richiami alla romanità del regime, a perpetuare nel Paese un certo bigottismo italiano di matrice indubbiamente “cattolica”.