Oltre l’ortodossia erotica: “né falsamente severi, né stupidamente frivoli” [quarta parte]

A photographer takes pictures of Fang in a wedding gown next to her husband as they hang from a cliff during a rock climbing exercise in LiuzhouDi là dall’essere originato alla concezione morale di peccato (per poi diventarlo solo in seguito e spesso nel senso moralista dell’apparenza), il pudore è, al contrario, secondo Evola, «il disagio che l’essere umano in quanto tale […] prova nel mettersi nello stato proprio di un animale».

È, dunque, anche a questo da connettersi la ricerca di una relativa intimità dell’atto, propria di una sfera erotica tutt’altro che connessa alla parte animale dell’uomo. E di cui sembra prova «la serietà che subentra negli amanti nel punto dell’unione dei corpi».

«“Quando si ama, non si ride; forse si sorride appena. Nello spasimo si è seri come nella morte”. Ogni distrazione cessa. Oltre la serietà, l’amplesso indica un grado particolarmente alto di concentrazione […]. Per tale ragione, ogni cosa che malgrado tutto lo distogliesse può avere su di lui un immediato effetto eroticamente inibitorio, anzi perfino fisiologicamente inibitorio […]. Questi tratti, questa serietà, questa concentrazione sono dei riflessi del significato più profondo dell’atto d’amore, del mistero in esso racchiuso». Proprio nel pudore dell’atto e della nudità, dunque, l’ennesima prova di un Eros che non è semplice biologia. Ma, soprattutto, proprio nella funzione erotica, come vedremo, del pudore la prova che in ciò non ci sia nulla di morale, se non in ciò che è secondario (oltre ai genitali, le aree del corpo che nelle diverse culture costituiscono oggetto di pudore). Mentre è nella “serietà dell’atto” la prova di uno stato di coscienza diverso da quello ordinario, intaccato dal momento erotico così come avviene (ma in forme diverse e “contrarie”) in quello del sonno.

«Al tempo in cui nove pretendenti si inginocchiavano in cerchio attorno a lei – scrive Kundera -, essa proteggeva con cura la sua nudità, come a voler esprimere, attraverso la misura del pudore, il valore del suo corpo». In contrasto, «la nudità era stata per Tereza il segno dell’uniformità obbligatoria del campo di concentramento; un segno di umiliazione».

Il pudore, quindi, a protezione del Mistero dell’Eros, a differenziarlo dall’animalità della biologia, che infatti rimanda alle forme umilianti connesse alla nudità. Ad una nudità impudica, che non è intima, conquistata ma «“naturale” e quasi casta, afunzionale, abituale e pressoché pubblica» e che va cosi «a testimoniare – o a propiziare – una diminuita tensione e, per l’appunto, l’ottusità propria dell’ “ideale animale”», come scrive Evola in un articolo del 4 maggio 1957, in riferimento all’affermazione della nudità come fatto normale nella società contemporanea.

Viene in poche parole meno il suo valore erotico con tutte le analogie connesse e che, soltanto nella donna, hanno a che fare con l’inaccessibilità (l’idea altamente erotica della verginità, si pensi alla tradizione giapponese della geisha) e il desiderio di conquista violenta che caratterizzano l’erotismo.

L’evidenza, dunque, porta  riconoscere l’ambivalenza dell’Eros come “estasi” o, all’opposto, come “ebbrezza della debolezza”.

Del resto, proprio Evola parla del principio femminile come «principio e causa di ebbrezza. E questa ebbrezza può avere sia la forma inferiore e elementare, dionisiaca, selvaggia e menadica, sia la forma superiore di ebbrezza trasfigurante e luminosa».

Quanto alla donna, nella contrapposizione (da intendersi non schematicamente) tra gli archetipi di Demetra (madre) – a cui Evola non attribuisce potenzialità trascendenti se non nella trasfigurazione non biologica e disinteressata del rapporto col figlio – e Durga (amante), «il femminile afrodisiaco abissale», anche per lei l’Eros «può essere tanto via di perdizione quanto via di superamento della Madre».

Per concludere, è possibile affermare, sintetizzando, che l’Eros, spogliato del moralismo che lo vuole peccaminoso e sporco, è in realtà un’esperienza che ha anche assunto significati iniziatici ma che, a parte questo, rimane un’esperienza di potenziale trascendenza e che, in quanto tale, è ambivalente.

Va distinto, insomma, un aspetto sub-personale da uno superindividuale, che esemplificando potremmo indicare come scadimento nell’esperienza prettamente meccanica (che questa abbia come fine il piacere o la riproduzione) o connessione diretta tra gli strati più profondi dell’essere “uomo” e “donna”.

È chiaro che, escludendo la morale dal discorso, la sua valutazione è legata a fattori del tutto soggettivi e per nulla legati all’azione in sé, che di suo può avere significati interiori differenti.

Stando anche a quanto scritto dal Julius Evola in alcuni articoli raccolti nel testo “Critica del costume”, è chiaro che il riflesso di questa visione sui costumi di uomini e donne corrisponde perfettamente all’etica fascista precedentemente prospettata: ripudio dell’ipocrisia moralista, degli “occhi bassi” ma anche della superficiale frivolezza, dell’esibizione “animalesca”, seguita magari dalla paradossale logica del “vietato toccare” scandalizzato. Esibizione semmai elegante, “aristocratica”, misurata e non volgare. Distacco da una logica di tipo volgarmente predatorio e parolaio. Rifiuto del giudizio bigotto e conseguente distanza da fanatismi “religiosi” e, tanto più, da ogni pretesa di “statalismo teocratico”.

Né falsamente severi, né stupidamente frivoli”, per parafrasare un’indicazione strettamente fascista.

Uso e non abuso di parole, emozioni e sensazioni, senza alcun preconcetto morale, guidati anche qui dalle tre “E” del validissimo Manifesto dell’Estremocentroalto: etica, epica, estetica.

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L’attrazione erotica come conquista e violazione [terza parte]

erosviolenzaDemonico, abissale, fascinoso. È dunque questa la caratteristica dell’esperienza erotica, laddove il demoniaco non va ovviamente inteso in senso “cristiano”, ma nel senso letterale di “daimon”, “essere divino”, intermediario tra l’umano e il soprannaturale.

Ecco, “finalmente”, il carattere ambivalente dell’erotismo, che non a caso risulta essere il tratto più «fascinoso» appunto. Ed ha a che fare con il fascino dell’abisso, della notte, della “violenza”.

«Si è che in ciò intervengono», spiega ancora Evola in “Metafisica del sesso“, «fattori sottili, d’ordine sia cosmico che analogico: cosmico, perché, come si è detto, è di notte che, ciclicamente, avviene in tutti un cambiamento di stato, il passaggio della coscienza alla sede del cuore, per cui anche quando si resta svegli, di notte permane la tendenzialità di questo spostamento […]; analogico, perché l’amore sta sotto il segno della donna, e la donna corrisponde all’aspetto oscuro, sotterraneo e notturno dell’essere, al vitale-inconscio, e il suo regno è pertanto la notte, l’oscurità».

Venendo all’ambivalente rapporto tra amore e “morte”, esso si scorge fin nella «ambivalenza delle divinità, specie femminili, che sono divinità del desiderio, del sesso, della voluttà e, insieme, divinità della morte» (es. Kalì). E la sua origine sta esattamente nella natura magnetica dell’impulso erotico: «Il desiderio e il possesso dell’essere amato è ciò che distingue ogni amore sessuale dall’amore in genere come “voler bene”, come puro amore umano […], l’amore sessuale implica il desiderio come bisogno di assorbire».

Si può, in tal caso, fare riferimento al mito dell’androgino, all’unità originaria e alla reintegrazione delle qualità, ma anche al simbolismo taoista che spiega la natura dell’Eros nel magnetismo (tsing) che muove donna e uomo in quanto yin e yang, dal momento che nel Tao si tratta non a caso di due principi che sembrano in continua “lotta”, in un equilibrio dinamico, in un “conflitto misurato”.

Ecco dunque che «si può dunque parlare di una ambivalenza di ogni impulso erotico intenso, perché l’essere che si ama, mentre lo si afferma, in pari tempo lo si vorrebbe distruggere, assimilare, risolvere in sé stessi; sentendo in lui il proprio complemento, si vorrebbe che cessasse di essere un altro essere. Donde, anche, un elemento di crudeltà che si unisce al desiderio, elemento spesso attestato da aspetti anche fisici dell’amore e dallo stesso amplesso». Annota infatti Evola: «Nel Kama-sutra di Vatsayana, a parte una considerazione dettagliata della tecnica dei morsi, dell’uso delle unghie e di altri accorgimenti dolorosi nell’amore […], è interessante l’accenno ad un possibile effetto erotogeno-magnetico oggettivo provocato dalla vista dei segni corrispondenti rimasti sul corpo».

Ed è interessante notare come il tema in effetti ritorni molto spesso nella letteratura, a conferma di questa latenza implicita e che, si badi, solo in quanto latenza rimane nell’alveo di quell’equilibrio dinamico di cui sopra.

«Non di rado la sofferenza fisica nell’amore attrae più della blandizia», scrive D’Annunzio ne “Il piacere”.

«L’amore fisico è impensabile senza violenza», afferma Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, che riserva alla lettura diversi dialoghi e situazioni emblematiche in merito, contornando un testo noto per la denuncia politica dei regimi comunisti europei di significative riflessioni sull’amore e su quella che viene definitiva «amicizia erotica», non senza confusioni rispetto alla prospettiva qui adottata.

Nel cogliere dunque l’esistenza di un rapporto analogico e in minima parte concreto tra violenza ed Eros, osserviamo al contempo un dato che può essere considerato un primo risultato di questa indagine: ogni feticismo non è altro che l’estremizzazione di una latenza comunemente e normalmente presente.

Del resto, tornando al principio maschile e femminile puro, tornando anche visivamente al simbolo del Tao, yin ha in sé traccia del suo opposto e viceversa. Ecco, dunque, l’equilibrio dinamico nel mantenere tali queste latenze, sia in sé che fuori da sé.

Ed ecco, dunque, un primo significato dell’ambivalenza dell’Eros, dal momento che una rottura dell’equilibrio in sé è causa di una rottura dell’equilibrio fuori da sé, e viceversa.

Scrive D’Annunzio nel descrivere il giovane e nobile protagonista de “Il piacere”: «Non potendo più adeguarsi a una superior forma dominatrice, l’anima sua, camaleontica, mutabile, fluida, virtuale si trasformava, si difformava, prendeva tutte le forme. Egli passava dall’uno all’altro amore con incredibile leggerezza; vagheggiava nel tempo medesimo diversi amori; tesseva, senza scrupolo, una gran trama d’inganni, di finzioni, di menzogne, d’insidie, per raccogliere il maggior numero di prede. L’abitudine della falsità gli ottundeva la coscienza. Per la continua mancanza della riflessione, egli diveniva a poco a poco impenetrabile a sé stesso, rimaneva fuori del suo mistero. A poco a poco egli quasi giungeva a non veder più la sua vita interiore».

Poco ci interessa delle implicazioni morali, né l’impostazione può esser completamente fatta “nostra”; ciò che rileva è, invece, la correlazione tra vita interiore ed esperienza erotica.

Tornando al carattere violento dell’esperienza erotica, che ne costituisce l’aspetto più “misterioso”, è chiaro che in esso il punto essenziale è quello della violenza come “conquista”. Lì sta l’analogia ed il mistero.

«Tutto il suo essere  – scrive ancora il Vate – accendevasi d’un orgoglio selvaggio, al pensiero di posseder quella bianca e superba donna per diritto di conquista violenta».

«Non era quindi – e siamo di nuovo a Kundera – il desiderio del piacere sessuale (il piacere era un’aggiunta, una sorta di premio), bensì il desiderio di impadronirsi del mondo (di aprire con il bisturi il corpo supino del mondo) ciò che lo spingeva ad inseguire le donne».

Qui pare che tutto torni: l’Eros come esperienza indipendente tanto dal bisogno fisico, che dal piacere, ma anche, per l’appunto, il tema della “violenza”, che giunge ad un’immagine estrema («aprire con il bisturi il corpo supino del mondo») per riferirsi all’atto sessuale, rappresentato esattamente come impulso al raggiungimento violento dell’essere nudo, come conquista, scoperta e come “violazione”. Immagine che diviene congiungimento dell’uomo assoluto con la donna assoluta nel momento in cui la donna è analogicamente rapportata al mondo, alla Terra, così come il principio femminile yin, in contrapposizione al principio maschile del Cielo.

«Solo nella sessualità il milionesimo di diversità si presenta come qualcosa di prezioso perché è inaccessibile pubblicamente e bisogna conquistarlo». In questo passo dello scrittore ceco la violenza che diventa conquista, impulso prometeico alla conoscenza, alla scoperta, di ciò che inaccessibile e che chiarisce tanti aspetti dell’esperienza erotica, cui non a caso deve includersi quella del pudore femminile.

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Eros: mistero, trascendenza e…magnetismo [seconda parte]

erosUna volta inquadrato in una prospettiva che va al di là della logica morale e biologica, è possibile finalmente cogliere, nei suoi significati ambivalenti, quello che è l’autentico mistero dell’Eros.

«Quando si desta, per attrazione “fisica”, l’impulso sessuale – spiega Julius Evola – si muovono gli strati più profondi dell’essere, strati essenzialmente elementari rispetto al semplice sentimento».

Ecco dunque il dato fondamentale: non l’attrazione corporea in sé e per sé, né astrazioni ideali di varia natura sono causa essenziale dell’attrazione erotica. Al contrario, si tratta nel primo caso di una semplice conseguenze naturale e necessaria, nella seconda di un fattore addirittura non necessario e comunque indipendente, al massimo di una sublimazione.

A rilevare nell’attrazione erotica pura è appunto l’ “essere nudo”, il principio maschile e femminile presente nella persona, una sorta di proiezione “spirituale” della persona nella sua verticalità, spogliata delle comunque influenti “sovrastrutture” fisiche o psichiche di natura “orizzontale”, terrena.

Ecco perché Evola, fedele alle tradizioni antiche, ci parla di un Eros come strumento di trascendenza dell’io, strumento per giungere all’unità superindividuale.

Guardando essenzialmente all’estremo oriente, infatti, l’autore di “Metafisica del sesso” inquadra il fenomeno come una sorta di vero e proprio “magnetismo”: «col frequentarsi anche senza contatto di individui dei due sessi si desta, nell’essere più profondo di entrambi, una speciale energia, o “fluido” immateriale, detto tsing. Questo deriva dalla polarità dello yin e dello yang […] Tale energia tsing è una specificazione della forza vitale radicale, tsri». «L’intervenire di tale stato – osserva – dà luogo ad un primo spostamento del livello abituale della coscienza individuale di veglia».

In relazione agli stati dell’essere, quindi, è indubbio che l’Eros interviene direttamente e gradualmente (da qui l’ovvia ambivalenza) sullo stato ordinario di coscienza.

Interessante in merito è la funzione sensuale che viene data allo sguardo: «La forza tsing dell’insegnamento cinese, si accende inizialmente attraverso lo sguardo, e passa a pervadere il sangue».

Così posto, l’Eros non oppone corpo e spirito e, allo stesso tempo, mette da parte il concetto razionalista per cui l’attrazione erotica sarebbe motivata da fattori puramente estetici o “sociali”. Il magnetismo, semplicemente, è o non è.

Per riassumere il concetto di yin e yang è chiaro che il riferimento a due principi opposti, corrispondenti al principio maschile ed al principio femminile, è estremamente riduttivo. Innanzitutto perché essi anche in quanto tali sono da intendere “platonicamente” come rappresentazioni dell’uomo e della donna assoluti. In secondo luogo perché essi sono più in generale il simbolo del dualismo della “creazione” o, meglio, della “manifestazione”. Un dualismo che è, dunque, opposizione e/o complementarismo (ecco il Velo di Maya) e che, in effetti, trova forse il suo mistero più evidente proprio nell’Eros, a cui non casualmente Evola attribuisce dunque significati così alti («reintegrarsi della qualità maschile pura e della qualità femminile pura»), citando peraltro il famoso mito degli androgini di Platone.

È in relazione a quanto dicevamo inizialmente e per approfondire questa potenziale “reintegrazione” che è quindi opportuno mostrare i tre stadi in cui questa attrazione può realizzarsi:  «sul piano più profondo tale attrazione è qualcosa che va al di là dell’individuo […]. Perciò non è sempre vero che la forma più volgare e animale di amore è quella in cui non si ama una donna, ma la donna»; «il livello intermedio è anche quello delle “idealizzazioni” della donna amata; è in esso che sorge l’illusione, che si ami una donna per l’una o l’altra sua qualità, mentre ciò che veramente sia ama, e che vincola, è il suo essere, il suo essere nudo»; l’ultimo livello, infine, è quello più “esteriore”, relativo all’attrazione legata maggiormente al piacere fisico (“libertinaggio”) o agli aspetti sociali (amore «borghese»).

Non è forse inopportuno qui ricordare una singolare citazione goethiana del D’Annunzio ne “Il piacere”: «Ai tempi eroici, quando gli dei e le dee amavano, il desio seguiva lo sguardo, il godimento seguiva il desio. Credi tu che la dea dell’Amore abbia a lungo meditato quando, sotto i boschetti d’Ida, Anchise un giorno le piacque?». Né lo sarebbe fare cenno ad una perfetta descrizione dell’estasi erotica: «Questa “spiritualizzazione” del gaudio carnale, causata dalla perfetta affinità dei due corpi, era forse il più saliente tra i fenomeni della loro passione […]. Tanto era la congiunzion perfetta, che l’una forma sembrava il natural complemento dell’altra».

Di tal fatta è dunque tale esperienza, sì da poter distinguere la profonda differenza tra «emozione estetica» e attrazione erotica, che non è dovuta alla fredda bellezza «statuaria» ma appunto alla «qualità yin, il demonico, l’abissale, il fascinoso».

È per questo che, descritta in maniera sufficiente la sua provenienza, resta ora da indagarne la natura, nella quale risiede appunto il suo mistero e la sua ambivalenza.

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La “terza via” dell’Eros: oltre il materialismo e la morale [prima parte]

amorepsicheE’ solo il 1958 quando il “tradizionalista” Julius Evola pubblica “Metafisica del sesso”. Ma, sotto il fascismo, sui fogli di regime, le sue posizioni al riguardo, tutt’altro che moraliste, hanno già trovato ampio spazio e ben si inseriscono nella discussione dell’epoca su ruolo della donna e morale sessuale.

E, nel chiarire i termini della questione, il “Barone nero”, studioso delle tradizioni religiose, iniziatiche e misteriche dell’antichità, esordisce significativamente così: «L’amore che può interessare la nostra ricerca è essenzialmente l’amore-passione – ed è, in fondo, questo soltanto a meritare il nome di amore».

«Nell’amore – continua – possono aver parte affinità ideali, devozione e affetto, spirito di sacrificio, manifestazioni elevate del sentimento; ma tutto questo rappresenta, dal punto di vista esistenziale, qualcosa di “altro”, o qualcosa di incompleto, se per controparte non si ha quell’attrazione che si suol chiamare “fisica”, la cui conseguenza è il congiungersi dei corpi e il trauma dell’amplesso».

Del resto, già il fatto stesso che Evola parli di una “metafisica” del sesso, «come possibilità di una esperienza non soltanto fisica, come esperienza transpsicologica e transfisiologica», chiarisce una visione dell’Eros che se non è appunto intesa come esperienza in sé “immorale”, non è neppure considerata per il suo carattere meramente biologico-fisico. Una “terza via” erotica appunto.

Non intendendo in questa sede approfondire la funzione strettamente “iniziatica” sulla quale pur si concentra il testo in questione, ci limiteremo dunque a trarne alcune considerazioni di ordine più generale utili ad inquadrare la questione.

Così, in primo luogo abbiamo una concezione di derivazione “psicanalitica” che riconduce il sesso ad una questione fondamentalmente “materiale” connessa alle pulsioni elementari dell’uomo e che sta alla base dei tratti fondamentali della personalità e del comportamento. È ovvio che, al di là di ogni altra speculazione e delle parziali verità, la prospettiva appunto materialista, finisce per porre in maniera nichilista l’accento sulla ricerca del piacere fisico, se non altro come reazione ad un bisogno da placare.

Si tratta essenzialmente della visione contemporanea di base del sesso nella società occidentale, di cui Evola tra l’altro sottolinea il carattere essenzialmente psichico, più che strettamente fisico (il sesso non è mai un bisogno specificamente fisico, osserva).

Quanto a questa concezione, «l’amore fisico – spiega Evola – […] fa parte integrante dell’amore-passione. Preso in sé, rappresenta il limite inferiore di quest’ultimo; ma ne conserva pur sempre la natura».

È per questo che, in riferimento ad una considerazione essenzialmente fisica, limitata all’atto in sé, che quasi nega quell’irrazionalità dell’amplesso che proporzionalmente aumenta il piacere stesso, si fa riferimento a «dissociazioni» e «razionalizzazioni» dell’amore fisico, poiché «nella “normalità” dell’eros non vi è l’ “idea” del piacere come motivo determinante, ma vi è l’impulso che, destato in date circostanze dalla polarità sessuale in quanto tale, provoca da sé uno stato di ebbrezza fino alla crisi del “piacere” nel congiungimento dei corpi e del piacere».

In secondo luogo abbiamo il mito schopenhaueriano del “genio della specie”, che non a caso ha le stesse radici culturali della successiva ideologia evoluzionista e pone all’origine del sesso l’impulso innato alla conservazione della specie ed ha anch’esso ovvie radici materialiste.

Qui Evola sottolinea, innanzitutto, l’assenza dalla sfera cosciente dell’uomo la connessione diretta tra impulso erotico e volontà di riproduzione, non solo per le innumerevoli “sublimazioni” che l’esperienza stessa prevede – innaturali, irrazionali e illogici rispetto alla finalità – ma anche perché, anche qualora l’eventualità della riproduzione non venga esclusa o venga addirittura ricercata, essa non costituisce comunque che una consapevolezza razionale, indipendente dall’esperienza erotica e, tra l’altro, addirittura assente in alcune popolazioni primitive.

Quanto alle pretese “scientiste” per cui si tratterebbe di un desiderio inconscio, di un impulso innato, Evola obietta citando Vladimir Solovieff: «Molti organismi sia del regno vegetale che animale si moltiplicano in modo asessuale; il fatto sessuale interviene non nel moltiplicarsi degli organismi in genere, ma di quelli superiori». Di più: «amore sessuale e moltiplicazione della specie si trovano in rapporto inverso: quanto più l’uno dei due elementi è forte, tanto più l’altro è debole». «La passione sessuale – prosegue facendo parlare questa volta André Joussain – comporta quasi sempre una deviazione dall’istinto…in altri termini, in essa, di fatto, il riprodursi della specie è quasi sempre evitato».

Ciò che rivendica con forza Evola, insomma, è l’assoluta indipendenza dell’impulso erotico rispetto a qualsiasi istinto meramente biologico o di derivazione psichica. Una concezione che, naturalmente, finisce per andare contro anche all’idea “religiosa” dell’Eros: meno da quella strettamente semitica (ebraica e islamica), in cui l’aristocratico romano ritrova perlomeno una sacralizzazione che innalza il sesso nella sua funzione genesiaca e in ambito matrimoniale, molto di più nell’idea (archeo?) cristiana per cui il sesso ha funzione eminentemente riproduttiva ed in quanto tale si configura come una sorta di “male necessario”, da praticare esclusivamente in relazione alla fecondazione per non incorrere nel peccato carnale.

«Sarebbe bene per l’uomo non toccare donna. Ma a causa delle fornicazioni, che ogni uomo abbia la sua moglie e ogni donna il suo marito» (I Cor., VII, 1-2,9). Una posizione riduttiva dell’esperienza erotica che si rifletterebbe, secondo Evola, nell’ibridismo dell’istituzione cristiana – peraltro non originaria – del matrimonio e che, sebbene si sia oggi adeguata ai tempi e necessiterebbe comunque di un approfondimento a parte, rimane come dato morale di fondo.

Messo in chiaro quello che non è l’Eros (atto peccaminoso, «finalismo biologico», «impulso genesiaco», piacere fine a sé stesso) e la prospettiva d’osservazione, occorrerebbe ora indagarne la natura.

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Sesso e costumi tra prassi e teoria fascista

Coronadiferro-1941-CarpiNell’affrontare il tema enunciato, sarebbe impensabile non tener conto di ciò che appare immediatamente chiaro nel leggere la dottrina: il Fascismo è una concezione etica prima che politica ma, ancor più, è testualmente una «concezione spiritualistica», «religiosa».

Nel farlo, però occorre anche osservare, innanzitutto, che la storiografia pur non “schierata” non può evitare di ammettere che il Fascismo costituì un momento di modernizzazione dei costumi, con l’esordio della donna nella società. E senza dover ricordare il noto esempio del Saf o le numerose organizzazioni femminili costituite dal regime parallelamente a quelle maschili, è forse significativo citare invece i Fasci femminili, fondati nel 1920 e quindi presenti già agli albori del Fascismo, dimostrando come la “promiscuità” fosse prassi avanguardistica per il neonato movimento e tutt’altro che un tabù.

Del resto, già nel ’19 tra i punti programmatici vi era il suffragio universale femminile, varato dal governo provvisorio del fascista D’Annunzio a Fiume e concretizzatosi nel paese – per motivi contingenti – soltanto con la concessione pressoché formale del voto femminile alle amministrative nel ’25.

E se, similmente ad altre iniziative legislative dannunziane, il futurista Marinetti arrivava ad inneggiare addirittura al «libero amore», senza dubbio rappresentativa al riguardo è invece la frase pronunciata dalla fascista Teresa Labriola: «L’età muta della donna è finita. Facciamo che la donna cominci a essere eloquente parlando della patria».

D’altra parte, se lo sport femminile conobbe – non senza polemiche di altra matrice – un suo sviluppo proprio grazie al Fascismo, è altrettanto noto che il regime non si oppose affatto alla diffusione del cinema, che tanto influì in merito, al contrario della Chiesa, con papa Pio XI che lo riteneva invece «strumento di traviamento morale». Fu, anzi, proprio sotto il regime fascista che si ebbe la nota diatriba sul primo seno nudo del cinema italiano, primato che l’attrice Doris Duranti rivendicava per sé per una scena del film “Carmela” (1942) in opposizione a Clara Calamai, apparsa a seno nudo ma distesa ne “La cena delle beffe” (1941), e che, in realtà, apparteneva alla meno nota Vittoria Carpi, che sempre nel ’41 si mostrava in deshabillé ne “La corona di ferro” seppur per poche frazioni di secondo. Il tutto nel contesto di un cinema di primo piano e che, nel complesso, non ostacolava certo le pellicole più “leggere” e romantiche.

Tutto ciò senza suscitare scandalo nel partito al quale, anzi, ad esempio la Duranti, era molto vicina essendo compagna di un Pavolini allora ministro proprio della Cultura popolare, delegato quindi all’approvazione dei film.

Allo scandalo, invece, gridò la Chiesa definendo la discussa pellicola con la Calamai come di un coacervo di «libidine, brutalità e libertinaggio». Ancor peggio, del resto, era successo otto anni prima quando «alla fascistissima Mostra del cinema di Venezia, il film cecoslovacco Estasi aveva mostrato il primo nudo integrale. ‘L’ Osservatore Romano’ era andato su tutte le furie, mentre la stampa vicina al regime aveva osannato la pellicola» (Scianca A.,  Riprendersi tutto, Cusano Milanino, Seb, 2011, p. 128).

Un indirizzo perfettamente in linea con quanto, nel frattempo, accadeva nella società, come dimostra il volume “Una giornata moderna – Moda e creatività nell’Italia fascista”, così recensito da “Il Sole 24 Ore”: «Un racconto pionieristico sul ruolo attivo, e sottovalutato, che la moda di quegli anni svolse per l’affermazione di tutta l’estetica moderna, poi anche una riflessione sui corpi e le pose dell’epoca, la gestualità e le abitudini, gli spazi della moda e i luoghi che abitò e stravolse nel quotidiano».

Quanto alle cosiddette case di tolleranza, se ciò può contare, non vennero certo chiuse durante il Fascismo, ma in pieno regime democratico, in perfetta continuità con i moralismi degli antifascisti della prima ora e di quelli odierni. Sotto il Fascismo, anzi, le case chiuse vengono regolamentate e le prostitute obbligate a sottoporsi ad esami medici periodici.

La “politica” del Fascismo nell’ambito dei “costumi sessuali”, dunque, è perfettamente riassunta dall’affermazione del deputato Giorgio Alberto Chiurco, «Nello stato fascista non si può concepire la donna chiusa nella sua casa» e ancor più dalle parole del segretario del partito Turati, che «nel giugno del 1930, si rivolgeva alle giovani italiane invitandole a non essere “né falsamente severe né stupidamente frivole” per concludere con un perentorio: “Nego che la modestia o la virtù possano consistere nel tenere bassi gli occhi”» (cit).

Tornando, quindi, all’incipit, è chiaro che il rimando ad uno stile fascista d’impronta “romana” e la non contraddittoria enfasi sulla donna come madre, non deve confondere circa l’animo per nulla “nostalgico” del Fascismo, che è ad un tempo nazionale e antidemocratico, ma anche sociale e futurista «chiesa di tutte le eresie», come amava dire lo stesso Benito Mussolini, il quale peraltro sottolineava: «Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente».

Dunque, perfettamente riassunto solo nel concetto di “terza via”, lo spirito del Fascismo rifugge qualsiasi fanatismo e logica aprioristica, tenendosi ad un tempo lontano da astrusi conservatorismi tanto quanto dalle derive relativiste del progressismo.

Quanto alla concezione definita «religiosa», infatti, tutto è nello Stato per il Fascismo ed anche la concezione spirituale non sfocia mai nel fare del Cattolicesimo la “religione del Fascismo”. Neanche i pur cattolici “Mistici” di Giani giungono ad anteporre la fede al Fascismo, tutt’altro.

E’ sancito il rispetto del divino in tutte le sue forme e del Cattolicesimo in particolare in quanto religione del popolo italiano, ma è altrettanto chiara la “laicità” del Fascismo nel momento in cui non intende occuparsi di questioni religiose in senso stretto, ponendosi però ad un tempo come una sorta di “autorità spirituale e potere temporale” (come direbbe Guénon) dai tratti innegabilmente “romani” e, per i più cattolici, dispregiativamente “pagani”.

Detto tra parentesi, ciò che ne viene fuori è, per forza di cose, qualcosa di diverso e di più sia rispetto ad un laicismo tendenzialmente agnostico o ateo, che ad un mero statalismo materialista.

In conclusione, e con l’intento di rilanciarne l’attualità del messaggio, è chiaro che non fu certo lo spirito giovanilista ed anticlericale del Fascismo sansepolcrista, ma neanche i richiami alla romanità del regime, a perpetuare nel Paese un certo bigottismo italiano di matrice indubbiamente “cattolica”.