Nelle sale “My name is Adil”, l’ennesimo film sul perché “dobbiamo” accogliere i migranti

Ci sono film che meritano di essere visti, che ti rimangono nella pelle, che non puoi dimenticare. Non è questo il caso. Uscita nelle sale lo scorso 24 ottobre, “My name is Adil” è una pellicola di cui il cinema avrebbe potuto tranquillamente fare a meno. Non aggiunge nulla, non dice nulla di più della sua scarna trama. E probabilmente non avrebbe dovuto andare oltre la sua premessa. “Pensavo che nessuno fosse interessato ad ascoltare la mia storia”, spiega Adil, durante le prime inquadrature, parlando in prima persona. E subito uno pensa: peccato non abbia dato retta a quella prima intuizione. Invece no. Adil Azzab – oggi ventisettenne che lavora come educatore in un centro per minori non accompagnati e che, nel frattempo, ha iniziato a coltivare la sua passione per il cinema – ha deciso di raccontarci la sua storia. E, insieme ad Andrea Pellizzer e Magda Rezene, che hanno contribuito anche alla produzione, prova a dirci della sua terra natale povera di possibilità, della sua nostalgia, dello strano sapore del ritorno a casa dopo tredici anni ma, in fondo, anche della sua intima soddisfazione (e insieme delusione) nel tornarci diverso. Continua a leggere