MANIFESTO

PERCHE’ RIVOLUZIONE ROMANTICA

Anti-capitalista. Identitario. Indipendente.
Ma, prima di ogni altra cosa, “romantico” nella purezza di un idealismo sincero, contrario ad ogni fanatismo, rigorosamente anti-ideologico e, quindi, autenticamente libero.
Questo, in sintesi, il “cuore editoriale” del blog “Rivoluzione Romantica”, online dal 2013.

LE IDEE GUIDA

Qui, dunque, messi al bando i dogmi, gli slogan e le ricette preconfezionate, senza maestri e testi sacri, alle contrapposizioni astratte e parolaie si preferiscono la concretezza e le sfumature di pensiero che fanno la vera differenza. Un punto di partenza che, però, non impedisce in alcun modo il maturare di una visione precisa, fondata su una serie di principi guida:

  • SOVRANITA‘: il “diritto/dovere” di una comunità, fattasi “nazione” e, quindi, fattasi Stato di auto-determinarsi ed essere libera – e quindi moralmente autorizzata a liberarsi – da ingerenze esterne sul proprio territorio. La coscienza stessa di essere comunità, insieme alla capacità stessa di conquistare la propria sovranità, è allo stesso tempo causa e conseguenza della sovranità;
  • IDENTITA‘, ovvero ciò che è alla base della coscienza comunitaria e che giustifica – e ad un tempo facilita – l’esigenza di “auto-governarsi” liberamente: essere comunità perché ci si riconosce simili, perché si condivide una lingua, una storia, una terra e, quindi, un “confine”, né statico né ottusamente chiuso, ma comunque un pilastro necessario all’organizzazione sociale. Tanto quanto il concetto di sovranità, il riconoscersi simili è un fenomeno oggettivo, naturale, causa e conseguenza di se stesso.
    Il fattore etnico, il fattore culturale ed il fattore territoriale ne costituiscono l’essenza, eppure non è possibile ridurre l’identità ad un fattore rigidamente etnico, rigidamente culturale o rigidamente territoriale. Non si tratta, quindi, assolutamente di difendere la “purezza razziale” di un popolo, tanto meno presunte “superiorità culturali”, ma non si tratta neanche di pensare che il luogo di nascita sia l’unico dato rilevante rispetto all’appartenenza. Al di là dei rigidi confini tra “ius sanguinis” e “ius soli”, dunque, si tratta di capire che l’identità ha uno spettro ampio e “confini” soggetti a variazioni, ma anche che forzature e cambiamenti drastici hanno effetti devastanti sull’organizzazione sociale, sulla coesione comunitaria e, ovviamente, sul senso stesso del termine “identità” e del concetto di “popolo”, minando alla base il concetto di sovranità;
  • LIBERTA’: l’idea per cui il concetto di sovranità dello Stato porti con sé il concetto di onnipotenza dello Stato (e sia quindi in contrasto con la volontà popolare variamente espressa) è del tutto artificiale e astratta. Se la sovranità è la libertà dello Stato rispetto ad ogni altro potere esterno, il potere sovrano – che in ogni caso dal popolo procede – ha il suo limite interno nella libertà personale (libertà di pensiero inclusa) degli individui. E, seppure di fatto è lo Stato, detenendo il monopolio della violenza legittima, a rispettare o meno questo principio in via fattuale, ciò non vuol dire che la libertà possa essere considerata una concessione dello Stato. Ed è proprio questo, del resto, il limite invalicabile: poiché la sovranità attiene all’organizzazione sociale e non certo alla sfera personale, al di là c’è la rottura legittima del patto sociale.
    Ecco perché la libertà è un principio fondante: tutto il resto è statolatria, tirannia e/o totalitarismo.
  • ANTI-CAPITALISMO: seppur privi di una nozione precisa di capitalismo, è però certo a cosa tende “naturalmente” il capitalismo, ovvero all’assenza di confini per uomini, merci e capitali, ad un mercato globale che “auto-regoli” la produzione superando il ruolo dello Stato e la rilevanza strategico-politica del fenomeno, alla socializzazione della produzione a fronte di un accentramento progressivo della proprietà privata e dei mezzi di produzione nelle mani di una cerchia di persone e società sempre più ristretta.
    Insomma, tende ad attuare tutto ciò che non fa bene alla sovranità, alla diversità e alla libertà.
    Invece, l’organizzazione della produzione, seppur affidata in linea di massima alla libera iniziativa individuale, non deve lasciar fuori l’idea di confine e lo Stato come ente regolatore, che all’occorrenza stimola, aiuta e tutela, sulla base di un principio semplice, ovvero la difesa della dimensione comunitaria e, quindi, della struttura economica interna, dei lavoratori, della propria indipendenza nazionale, dei propri interessi strategici, delle proprie priorità, della propria capacità e conoscenze tecniche, della propria identità. In poche parole, quando l’economia diventa un fatto politico, la politica non può stare a guardare.Peraltro, la spontanea tendenza a massimizzare i profitti, non può trovare come controparte uno Stato complice, disposto a lasciar trattare i propri lavoratori come merce, con la produttività come unico faro, assecondando un atteggiamento istintivamente predatorio del capitale, a discapito di una dimensione umana e non alienante del lavoro.Del resto, come aveva notato già Marx, la prima vittima del grande capitale è la piccola impresa (l’essenza dell’autentica libera iniziativa individuale e della libertà economica): di fatto, la concorrenza e l’obbligo quasi morale di “portare avanti economie di scala” hanno così distrutto la piccola produzione locale e compromesso la libertà di iniziativa privata. Infatti, una volta reso possibile e conveniente soltanto alle grandi società di capitali di stare sul mercato, pressoché chiudendo l’accesso ai singoli, due sono state le conseguenze principali. Da un lato c’è stata una progressiva standardizzazione e omologazione dell’offerta a discapito delle specificità e dell’eterogeneità. Dall’altro, siamo tutti stati trasformati, con poche alternative praticabili (considerato il “monopolio radicale” della produzione capitalista), in lavoratori salariati al servizio delle grandi aziende.Il risultato, insomma, è una società certamente più produttiva e ricca nel complesso, in cui però, paradossalmente, il divario si è ampliato a causa di una distribuzione della ricchezza iniqua e nella quale l’uomo e il suo lavoro sono divenuti merce, essendo la produzione non più strumento ma fine. L’individuo ridotto a cifra vive così, ingabbiato e privato del normale ritmo vitale, nella società disciplinatamente organizzata per restituire la massima resa possibile al costo (relativamente) minore possibile per gli “investitori” (la nuova definizione deresponsabilizzante e gentile dei padroni). Manca manodopera e i salari crescono? Basta importare manodopera a basso costo in abbondanza da altri Paesi.

    In maniera indiretta ma altrettanto fatale, l’uomo è stato privato così della possibilità di sviluppare spontaneamente quelle abilità e competenze da sempre possedute dall’uomo, grazie a quella essenziale connessione con la natura che permetteva una conoscenza quanto meno basilare del proprio “habitat”. Derubato di un mondo reale e circondato da un completamente artificiale e virtuale fatto solo di cibo in scatola, prodotti finiti e individui isolati, l’uomo ha perso la capacità e la possibilità di sopravvivere, di difendersi, di procurarsi del cibo, di fabbricarsi un rifugio: a fronte di una specializzazione estrema da catena di montaggio, non c’è bisogno, non conveniente né facile o permesso sapere e potere far altro se non produrre nel posto assegnato. Ed ecco che, considerati i rischi sistemici, ciclici e connaturati al sistema economico capitalista, considerata la spinta verso rottura dei vincoli comunitari e la tendenza all’isolamento, considerate le dimensioni e quindi le conseguenze ancora più disastrose di eventi simili, la “disoccupazione” (ovvero il non avere un salario), in una società totalmente burocratizzata e urbanizzata, equivale all’impossibilità di produrre, di sostenersi autonomamente e di avere un tetto sulla testa: un incubo senza scampo con il ricatto però costante dell’affitto e dell’altrettanto spietata speculazione del “mercato immobiliare” (come in quello dei terreni agricoli) che rende sempre più difficile essere liberi, radicati e costruirsi una vita normale. Ecco perché da una parte è necessaria e irrinunciabile, dall’altra è sintomatica della nostra epoca la presenza di uno Stato sociale imponente.

    E’ proprio su questa precarietà insita, del resto, che il capitalismo insiste in maniera sistematica per “stimolare” la produttività ed aumentare i profitti, a vantaggio soprattutto dei grandi capitali e non certo di chi produce. Mentre le crisi cicliche, paradossalmente ancora raccontate come fossero “eccezioni”, producono danni spesso irreversibili alla vita delle persone, difficilmente vale la stessa cosa per i capitali, rapidi a spostarsi, mettersi al riparo, trovare altri canali di investimento e di speculazione finanziaria – altro fenomeno che distingue il normale commercio dal sistema capitalista.

    Ecco perché, al posto di un’altrettanto ideologica, irreale e spietata alternativa fondata su una logica collettivista, che estende impropriamente la definizione di capitalismo, l’unica opposizione radicale ma di buon senso al capitalismo viene fuori dalla risultante di una priorità data alla sovranità, all’identità e alla libertà, ovvero alle dimensioni politiche dell’uomo.
    Il collettivismo, del resto, condivide con il liberismo tutti i principali obiettivi finali: l’indebolimento e la distruzione del potere statuale, l’assenza di confini, il superamento delle identità e della sovranità, una libertà individuale schiacciata da un sistema di fatto totalitario. Non per questo, però, è necessario dare per scontati e perfetti i rapporti di proprietà per come oggi li conosciamo, che non per forza rispondono al principio di libertà della persona.

A PROPOSITO DI IDENTITA’…

In maniera conforme ai principi esposti, senza mettere in dubbio un laicismo conseguentemente necessario ed un certo anticlericalismo connaturato all’anti-dogmatismo, sarà certamente possibile individuare una ispirazione nella figura rivoluzionaria di Cristo e nel Cristianesimo. D’altra parte, non solo è riposto il massimo rispetto in ogni altra manifestazione autentica dello spirito e del sacro, ma non saranno mai sminuite, anzi, saranno sempre tenute in grande considerazione soprattutto le radici culturali e religiose pre-cristiane e romane dell’Europa, con buona pace dei fanatici di ogni schieramento.

Allo stesso modo, pur ribadendo che qui non c’è spazio per chi disprezza gli altri popoli, è chiaro che l’auspicio è quello di rafforzare il legame naturale tra i popoli europei, fratelli di sangue e di spirito, perché Rivoluzione Romantica rifiuta con sdegno il razzismo (alla pari di ogni prepotenza verbale o fisica) e pure non teme di essere identitaria. Pensiero critico e azione costruttiva non sono nemici dell’identità, piuttosto del conformismo che uccide le menti (e che oggettivamente tende a presentarsi nel gruppo divenuto “branco”).

A PROPOSITO DI RIVOLUZIONE…

A proposito, infatti, torna l’esigenza di essere anti-ideologici, senza ragionare per schieramenti e tifoserie. Di qualsiasi colore sia, ogni rivoluzione che non si ferma davanti agli errori, davanti alle ingiustizie, spietata e cieca di fronte alla realtà, burocraticamente violenta contro ogni esitazione, che implacabilmente opera sentendosi presuntuosamente spinta dalla “Storia” e che dimentica l’uomo, non è una rivoluzione di fronte alla quale si può stare a guardare in silenzio. Questo è il senso di una “Rivoluzione Romantica”, che di per sé non implica la rinuncia all’azione né comporta un’opposizione frontale rispetto ad una volontà di cambiamento generale nella quale ci si identifica.

Nascondere gli errori impedisce una crescita sana ed un vero miglioramento e, spesso, sottintende un metodo che ignora ideologicamente la realtà dei fatti, sostituendo il mezzo con il fine, l’interesse di “partito” con il risultato. Più di ogni altra cosa, dunque, una Rivoluzione Romantica rifiuta di focalizzarsi sul fine senza valutare la legittimità dei mezzi.
Infatti, non tutto ciò che è utile è legittimo: se perde da un punto di vista etico, una rivoluzione non ha senso di esistere e, se passa sopra la libertà degli uomini, non ha nulla di rivoluzionario.

Perciò anche in fase propositiva e di “ricostruzione”, Rivoluzione Romantica crede che l’etica degli uomini sia più rilevante dei modelli teorici, che praticamente non contano quasi nulla: nessun modello perfetto regge senza che una corrispondente consapevolezza si sia affermata in maniera generalizzata. E’ dunque rivoluzione culturale ed è rivoluzione che parte dall’individuo, nel momento in cui agisce in maniera rivoluzionaria in ogni ambito della propria vita: privata, lavorativa o comunitaria. In ogni caso, anzi, proprio per questo, non è mai esistito un modello teorico di Stato destinato a non fallire: pace, libertà e giustizia sono conquiste per le quali è necessario lottare, non sono mai per sempre. La “politica” è esattamente questa lotta, condotta su vari piani, per influire direttamente o indirettamente sull’organizzazione sociale e su questa consapevolezza generalizzata. E’ lotta e non può che essere tale ma, come abbiamo detto, non per questo la violenza è sempre legittima: la violenza non è mai legittima quando non è immediatamente necessaria a difendersi da chi intende concretamente ledere la nostra persona e/o la nostra libertà.

A PROPOSITO DI LIBERTA’

Rivoluzione Romantica, dunque, perché non c’è verità spirituale o politica che possa essere imposta con la forza: impedire agli individui il pensiero vuol dire ingabbiarli, creare un popolo di schiavi, ucciderne la vitalità, l’impulso e l’ingegno. Non insegnare il rispetto del prossimo ed il valore del confronto è il peggiore degli insegnamenti. In ogni caso, però, non è il “diritto soggettivo” a dettare la linea politica e lo “Stato” – in quanto espressione unitaria di un popolo nei suoi elementi essenziali da un punto di vista etnico-culturale – ha una sua propria libertà e identità da difendere. Infatti, se pur la dimensione spirituale è senz’altro individuale, è ovvio che le tradizioni religiose della popolazione, insieme agli altri elementi di natura culturale, storica e consuetudinaria, costituiscono lo scheletro della morale e del diritto di uno Stato. Perciò anche difendere, entro i limiti dati, questa identità è facoltà di uno Stato laico, libero e sovrano.

Rivoluzione Romantica è mettere sempre in guardia dall’altra faccia della medaglia. Rispettare le gerarchie naturali ma non il gerarchismo, la libertà ma non il soggettivismo, la disciplina ma non il conformismo, la giustizia ma non il giustizialismo, il garantismo ma non il buonismo, un atteggiamento pacifico ma non il pacifismo, la tolleranza ma non l’immigrazionismo e, infine, il rispetto per l’autorità ma non il legalitarismo, alla luce di una concezione perfettibile del diritto.
“Legge” e “Diritto” sono principi d’ordine che stanno alla base della civiltà, ma non coincidono ovviamente e semplicisticamente con le “leggi” in vigore.
Quanto al concetto di “Diritto”, inoltre, è indubbio che rappresenti un argine contro l’arbitrio e il caos ed ecco perché deve sempre legittimare l’azione dell’autorità anche nell’uso della forza. Ma, pur non essendo tutto ciò in cui si esaurisce l’autorità, la forza è a sua volta, pur sempre, causa originaria oltre che strumento dell’autorità stessa, a seconda delle circostanze di tempo: ecco il “mistero” della sovranità.

Alla luce di queste considerazioni, è certo che obbedire in vista di un bene comune è cosa nobile: del resto, la disciplina è effettivamente anche produttiva ed efficace. Ma, al tempo stesso, l’esercizio critico e proporzionato della disobbedienza non è per forza in contrasto con il rispetto del concetto stesso di “Autorità”: ecco perché è sempre necessaria l’esistenza di adeguate “valvole di sfogo”, che consentano la non-cristallizzazione dei meccanismi gerarchici ed un’efficienza giusta.
In questo senso, la disobbedienza non è sempre un atto individualista.

Rivoluzione Romantica, quindi, è determinata a scivolare con coerenza in mezzo a queste logiche binarie ingannevoli, che danno solo la cifra di una politica pensata attraverso il filtro opprimente dell’ideologia e delle soluzioni preconfezionate.
La banalità è il peggiore dei mali.

CHI SCRIVE LE NOTIZIE?

Rivoluzione Romantica è un blog creato e curato da Emmanuel Raffaele Maraziti, al quale vanno anche riferiti tutti i contenuti non esplicitamente attribuiti ad altri autori. I contenuti del sito sono inediti quando non diversamente indicato; sono invece da intendersi come precedentemente pubblicati su altre testate, non solo quelli in cui viene esplicitamente citata la fonte, ma anche i post contrassegnati dalla firma in fondo alla pagina con data di pubblicazione originale.

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