“Don’t Look Up”: ecco perché guardare l’ultimo film con Leonardo Di Caprio

Cinematograficamente si sta parlando molto di “Don’t Look Up“, film con Leonardo Di Caprio e Jennifer Lawrence uscito lo scorso dicembre, disponibile su Netflix, scritto e diretto da Adam McKay.

Lo abbiamo visto e, come facciamo nel caso di contenuti culturalmente interessanti, ne offriamo una breve analisi in prospettiva socio-politica.
Gli spunti al riguardo, in effetti, non mancano.

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“La Casa Gucci” sembra una soap opera

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L’altro giorno ho visto “House of Gucci”.

Sono sempre curioso di vedere come vengono rappresentati gli italiani da parte del cinema straniero. Quasi sempre, infatti, il risultato è un’accozzaglia di stereotipi.

E, anche se non ho nulla contro gli stereotipi, è importante saper contestualizzare, usare il giusto registro e sapere di cosa si parla quando si tratta del caso concreto.
Se parli di Gucci, soldi, potere e di un delitto, ad esempio, non mi aspetto una rappresentazione macchiettistica.

Nel nuovo film di Ridley Scott, che si concentra sull’avvento di Patrizia Reggiani nella casa di moda Gucci, tutti i personaggi sembrano un po’ una macchietta, cinematograficamente parlando.
Ora, non so se questo ha qualcosa a che fare con la rappresentazione e la concezione dell’italianità negli Usa, ma resta il fatto che diversi elementi rendono artificiali recitazione e plot, facendo sembrare il film più una soap opera che un capolavoro del cinema.

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Amazon en lugar del Estado

[VERSIÓN ITALIANA EN “LA FIONDA” Y “RIVOLUZIONE ROMANTICA“]

Acostumbrados a una lógica sindical basada en la mera relación entre tiempo y costos laborales, la cuestión del “bienestar psicofísico” en el lugar de trabajo ahora parece importar poco a lo que queda de la izquierda.

Después de todo, habiendo obtenido del capital la elevación generalizada del nivel de vida del trabajador (aunque en detrimento de la igualdad), la izquierda se ha lanzado a otros temas, dejando a los trabajadores a su suerte. Y, abrazando el liberalismo, también ha olvidado la alienación del trabajador, que va más allá de la cuestion de la retribución del trabajo, es inherente a la producción capitalista y tiene una correlación directa con el bienestar psicofísico antes mencionado.

Pero se equivocaría y jugaría el juego del “enemigo”, quien enfocase el tema de Amazon en la intensidad robótica del trabajo, la hipercompetitividad y el método opresivo en la gestión de personal del que muchos culpan a Amazon.

El fanatismo de la productividad, al fin y al cabo, es solo un viejo vicio del capitalismo, que resurge cada vez que las máquinas nos permiten superar nuevos límites y poner a la humanidad a prueba aún más.

Y es siempre y solo la complicidad del Estado lo que lo hace posible. Por ejemplo, con un modelo contractual que no protege al trabajador y promueve la inestabilidad y, por tanto, el chantaje.

Pero las protestas en este sentido se concilian fácilmente: pequeñas concesiones a cambio de grandes ganancias, como siempre ha sido el caso. Con la habitual ilusión de haber solucionado el problema.

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Amazon al posto dello Stato

[CONTRIBUTO PER “LA FIONDA“] [CLICCA QUI PER LA VERSIONE IN SPAGNOLO]

Abituati ad una logica sindacale basata sul mero rapporto tempo/costo del lavoro, la questione del “benessere psico-fisico” sul posto di lavoro sembra ormai importare poco a quel che resta della sinistra.

Del resto, ottenuto dal capitale l’innalzamento generalizzato del livello di vita dell’operaio (pur a discapito dell’uguaglianza), la sinistra si è buttata su altri temi, lasciando i lavoratori al proprio destino. E, abbracciato il liberismo, ha archiviato anche la questione relativa all’alienazione del lavoratore, che va al di là della retribuzione del lavoro, è insita nella produzione capitalista ed ha diretta correlazione con il benessere psico-fisico di cui sopra.

Ma si sbaglierebbe e si farebbe il gioco del “nemico”, focalizzando la questione Amazon sull’intensità robotica del lavoro, l’iper-competitività e il metodo oppressivo nella gestione del personale che molti rimproverano ad Amazon.

Il fanatismo della produttività, del resto, è solo un vecchio vizio del capitalismo, che risorge ogni volta che le macchine permettono di superare nuovi limiti e mettono l’uomo ancora più a dura prova.

Ed è sempre e solo la complicità dello Stato a renderlo possibile. Ad esempio con un modello contrattuale che non tutela il lavoratore e ne favorisce l’instabilità e, quindi, la ricattabilità.

Ma le proteste in questo senso sono facilmente conciliabili: piccole concessioni in cambio di grandi profitti, com’è sempre stato. Con l’illusione solita di aver risolto il problema.

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La rivoluzione impossibile

Per anni, decenni, secoli la rivoluzione è stata il sogno dei giovani più entusiasti, un sogno dipinto generalmente considerato “di sinistra”.
Ma quindi solo la “sinistra” è rivoluzionaria?
Ed i giovani sono ancora quegli entusiasti sognatori della rivoluzione come nel passato passato o la cultura della “resilienza” ha tolto loro il fascino della ribellione?
Cosa c’è all’origine di una rivoluzione?
E, per finire, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, è ancora possibile fare “la rivoluzione”?

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