La carovana di migranti che sfida la sovranità degli stati: migliaia in marcia per attraversare il confine Usa

Le prime centosessanta persone sarebbe partite il 12 ottobre scorso da San Pedro Sula, in Honduras, una delle città con il tasso di omicidi più alto al mondo, ed in pochi giorni avrebbero raggiunto il Guatemala per poi arrivare, in poco meno di due settimane, a Ciudad Hidalgo, in Messico.

Continua a leggere

Annunci

Tutti contro Trump: niente inchino all’imperatore giapponese. Ma i Clinton hanno fatto la stessa cosa (e non sono i soli)

Ieri, a seguito della visita del presidente statunitense in Giappone, sulle testate giornalistiche online circolavano titoli del genere: “Il Giornale”: “Lo schiaffo di Trump all’imperatore del Giappone: niente inchino“. Rai News: “Donald Trump incontra l’imperatore e rompe l’etichetta: non si inchina e cerca il contatto fisico”. Il Fatto Quotidiano: “Trump ne combina un’altra. The Donald calpesta il cerimoniale davanti all’imperatore del Giappone”. Sky Tg24: “Trump non concede l’inchino all’imperatore giapponese”. La Stampa: “Trump ricevuto dall’imperatore del Giappone non si inchina”.

Ma è davvero così strano, inusuale, maleducato e “trumpiano” che il presidente Usa non si sia inchinato di fronte all’imperatore del Giappone Akihito, in carica dal 1989?  Continua a leggere

Nel mondo scoppia il caso “Paradise Papers”: maxi-fuga di notizie dai paradisi fiscali

Il sito di “The Guardian”, oggi, ha una “prima pagina” tutta particolare. In primo piano, a schermata intera, ci sono le reazioni live e le miriadi di approfondimenti che seguono e seguiranno ancora alla diffusione di ben tredici milioni di files, trafugati agli studi legali off shore di Appleby (nato nelle Bermuda, ha sue filiali in altri nove paradisi fiscali) e Asiaciti Trust (sede principale a Singapore ed altre sette sparsi tra Panama, Samoa, Hong Kong e le isole Cook). Recuperati dalla testata tedesca “Süddeutsche Zeitung“, i documenti in questione sono stati condivisi con l’Icij (International Consortium of Investigative Journalists), Consorzio internazionale di giornalisti investigativi del quale fanno parte anche la Bbc, Le Monde e il New York Times. Con file per 1,4 terabyte, quella relativa ai “Paradise Papers” è la seconda più grande fuga di notizie a livello mondiale, dopo i Panama Papers del 2016 (2,6 terabyte), con uno stacco importante rispetto al caso WikiLeaks del 2010 (1,7 gigabyte). Basti pensare che i file “desecretati” coprono un periodo che parte addirittura dal 1950 per arrivare al 2016. Partner dell’Icij, in Italia sarà l’Espresso a pubblicare maggiori dettagli sull’inchiesta – della quale si sono occupati 380 giornalisti in 67 paesi – nel numero della prossima settimana. Nel frattempo sono ovviamente trapelate varie indiscrezioni. Continua a leggere

Bannon: “L’Europa è un protettorato americano, neanche ci prova a difendersi da sola” [VIDEO]

Quando intorno a metà agosto aveva lasciato la Casa Bianca ed il suo incarico di consigliere ufficiale del presidente Donald Trump, il discusso Steve Bannon aveva fatto una promessa: “tornerò, da fuori posso combattere meglio“. E così ha fatto, tanto che, dopo aver ripreso il ruolo di direttore di Breitbart, nelle scorse ore Bannon ha tenuto un lungo discorso nel corso di una convention repubblicana in California, difendendo Trump a spada tratta. Un discorso utile a capire il rapporto di Trump con Bannon e con l’ “estrema destra” americana senza altri filtri che quello del realismo politico.

E’ un discorso che trasuda realismo politico, in effetti, quello di Bannon il quale, nonostante la “separazione”, rivendica ancora la sua fedeltà al presidente: “sono orgoglioso di essere la sua spalla qua fuori”. La Corea del Nord, negli oltre quaranta minuti del suo intervento, non viene mai nominata. La questione che secondo molti aveva condotto alla rottura (Trump aperto ad una soluzione militare, Bannon a dir poco critico) viene esplicitamente evitata. E’ senz’altro un tasto dolente ed ecco perché viene liquidata come una delle tante cose sulle quali sarebbe normale essere in disaccordo nell’ambito di una coalizione. Bannon, infatti, punta tutto su una priorità, il nazionalismo economico, e su un metodo, una coalizione stabile tra conservatori, populisti e nazionalisti. Continua a leggere

Iran, sull’accordo Trump fa decidere Israele e rimane isolato

Dieci anni fa due professori di Harvard, John Mearsheimer e Stephen Walt, fecero scalpore con “La Israel lobby e la politica estera americana”. In Italia il saggio fu pubblicato da Mondadori. Non si trattava di complottismo di nicchia, non si trattava di teorie antisemite ma dell’esplicito – e se vogliamo legittimo – tentativo di Israele di influenzare la politica estera a stelle e strisce. Il punto, semmai, era capire il perché di questa enorme e documentata influenza sul Congresso e, soprattutto, se questa influenza fosse foriera di conseguenze positive per gli Usa oppure no. I due accademici provarono a dimostrare che non era assolutamente così.

Poche altre volte l’irrazionalità di certe manovre da parte del governo americano è stata tanto esplicita e manifestamente etero-diretta. Sull’accordo con Teheran, siglato dall’amministrazione Obama il 14 luglio 2015 e oggi messo in dubbio da Trump, si è lasciato semplicemente decidere Israele. E, ancora una volta, non serve ricorrere al complotto: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, oltre ai sauditi, è infatti l’unico che festeggia la decisione di Trump di non certificare il rispetto del trattato sul nucleare da parte dell’Iran. Persino alcuni falchi del comando militare americano, come il generale James Mattis, avrebbero tentato di frenare il presidente. Francia, Regno Unito e Germania che, dopo due anni di trattative, hanno sottoscritto il patto di Vienna insieme a Russia e Cina, hanno fatto sapere che l’Iran sta effettivamente tenendo fede all’accordo. Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera UE, ha fatto lo stesso. E contrariata si è detta anche Mosca. Lo stesso Rex Tillerson, segretario di Stato americano, del resto, a settembre aveva confermato che l’Iran non era tecnicamente inadempiente.

Continua a leggere