Ieri su El País: “Radiografia di un suicidio politico”

Questa la foto di Matteo Salvini che, ieri, campeggiava a pagina 4 di “El Pais”

Per “El Pais” è tutto molto chiaro: “Dopo le elezioni europee, nelle quali la Lega ha dilagato in Italia, il Governo si è spaccato in tre blocchi: l’esecutivo di Salvini; quello di Luigi Di Maio, e un altro formato dal primo ministro, Giuseppe Conte, il titolare degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, il titolare dell’Economia, Giovanni Tria, e lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Da questo terzo polo, più istituzionale e vicino all’Unione Europea – spiega un deputato del Pd prossimo alle negoziazioni -, si è iniziato a tessere la trama della cosiddetta Operazione Ursula […]. Diffidente per natura, questa volta [Salvini, ndr] ha percepito indizi reali”. Continua a leggere

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Area di libero scambio e cooperazione, ecco cosa chiede il Regno Unito dopo la “brexit”

Abbiamo già messo in guardia dalla convenienza economica e dall’opportunità politica di una eventuale chiusura da parte dei paesi dell’Ue nei confronti del Regno Unito. Ma, all’indomani dell’incontro tra i leader europei per ufficializzare la linea negoziale, resta soprattutto una riflessione da fare: le più svariate conseguenze disastrose prospettate in caso di uscita dall’Europa ed usate alla vigilia del referendum come spauracchio per indurre il popolo britannico a scegliere l’UE, si sono rivelate essere, semmai, a tutti gli effetti conseguenze dovute non tanto alla Brexit in sé, quanto – se questa venisse portata avanti fino in fondo – alla volontà punitiva della leadership europea. Lo abbiamo sostenuto nel nostro precedente articolo ed è ora il caso di concretizzare il concetto guardando all’indirizzo politico della premier Theresa May sull’argomento.

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Brexit, Merkel fa la voce grossa ma il Regno Unito ha un’arma da 70 miliardi di euro

Domani a Bruxelles i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione Europea dovranno ufficializzare le linee guida per le trattative con – o, per meglio dire, contro – la Gran Bretagna per negoziare la Brexit.

“Siamo uniti, abbiamo una linea chiara e siamo pronti”, ha dichiarato Michel Barnier, che sarà il capo negoziatore dell’Ue in una trattativa che vede incredibilmente tutti d’accordo sulla necessità di punire il Regno Unito. Come ha sottolineato ieri la premier inglese Theresay May, infatti, i leader dell’Europa Unita si preparano “ad opporsi a noi” e raggiungere un accordo non sarà cosa rapida. Di mezzo, infatti, c’è innanzitutto una questione: i soldi che il Regno Unito dovrebbe ancora all’Europa. Secondo la scaletta dettata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, non c’è possibilità di procedere nelle trattative senza prima aver chiarito i termini preliminari della separazione: Londra dovrà versare nelle casse dell’Europa tutto quanto si è impegnata a versare con il bilancio pluriennale che scade nel 2020. “Le pendenze di bilancio a carico di Londra in vista del recesso”, spiega il Sole 24 Ore, “oscillano fra i 20 e i 70 miliardi di euro, con la forbice 50-60 miliardi considerata, da Bruxelles, più realistica”. Pagare moneta, vedere cammello: questo, in pratica, il monito di Angela Merkel, che ha più volte ribadito la necessità di procedere necessariamente “in quest’ordine, non al contrario”.

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Enrico Letta a Londra: i popoli europei sono contro l’Europa

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, durante la registrazione della trasmissione dell'Arena di Domenica In, negli studi della Rai della Dear a Roma, 10 novembre 2013. ANSA/CLAUDIO ONORATI

L’ex primo ministro Enrico Letta, fatto fuori dall’attuale premier nonché “compagno” di partito Matteo Renzi, ha partecipato ieri ad un incontro organizzato dal King’s College di Londra sull’adesione da parte del Regno Unito all’Unione Europea tra passato, presente e futuro. L’ex vicesegretario del Pd, che dopo le dimissioni da presidente del Consiglio si è trasferito con la famiglia a Parigi, dove insegna Scienze Politiche e dirige la Scuola di affari internazionali, è stato infatti tra i relatori di un convegno teso ad approfondire la questione “brexit” vista dall’estero.

«L’Unione Europea non può raggiungere l’integrazione contro la volontà dei popoli europei. E oggi i popoli europei sono contro l’Ue», ha affermato Letta nel corso dell’incontro a cui era presente anche l’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Nonostante la consapevolezza dell’ostilità popolare, però, Letta ha confermato: «sono fortemente convinto che la “brexit” rappresenti una sconfitta sia per il Regno Unito che per l’Unione Europea». Secondo l’ex democristiano, infatti, da una parte «Londra è diventata la capitale finanziaria del mondo anche grazie al mercato unico», dall’altro proprio la sua permanenza potrebbe essere la chiave di volta per «sburocratizzare e rendere più competitiva l’Unione Europea». «I paesi europei hanno bisogno di restare uniti per dettare le regole in futuro» ma alcuni paesi «non sono ancora consapevoli di essere piccoli se rimangono da soli». Anche se, per la verità, il Regno Unito da solo non se l’è mai cavata male, a capo di un vasto impero intercontinentale che le ha sempre garantito una certa indipendenza dal resto dell’Europa. Del resto, si tratta di un paese che risente oggi molto della crisi e la cui economia, come e forse più di quella degli altri paesi, è cambiata molto rispetto agli albori dell’attuale Unione Europea, con un settori terziario che attualmente impiega l’82% dei lavoratori a dispetto di una percentuale poco superiore al 30% negli anni Cinquanta, mentre l’industria oggi occupa appena il 17% della forza lavoro.

Proprio questo, dunque, sembra rimandarci al punto centrale della questione: cosa è oggi e cosa vuole essere domani l’Europa? Nessuno dubita dell’utilità di un mercato unico europeo, ma questo ha senso se a trarne benefici sono i paesi membri, non se il blocco serve soltanto a fare da sponda al blocco americano, come ha ricordato Obama facendo riferimento al Ttip che prepara un mercato unico ben più ampio e che di europeo ha ben poco. E ancora: l’economia finanziaria sganciata dalla produzione ha rivelato i mali della speculazione; vogliamo che sia ancora questo il modello da seguire? Come ha preannunciato l’ex primo ministro portoghese Barroso e come pensano in molti anche tra gli euroscettici, del resto, l’ipotesi “brexit” avrebbe un impatto enorme sull’Unione Europea, probabilmente distruttivo: male per i paesi europei nel complesso, certo, ma è oggi pensabile costruire un’Europa diversa su queste basi – sull’impalcatura di una pretesa democrazia che manca però delle sue caratteristiche fondamentali e che, nonostante questo, mira comunque a scavalcare il potere decisionale dei governi? L’Europa oggi non è nazione e non lo diventerà soltanto perché a volerlo sono la Boldrini, Monti, Letta, Renzi, Cameron oppure Obama. L’auspicabile quanto “vecchio” sogno di un’Europa delle nazioni, che non scavalca i popoli ma li unisce, semplicemente non passa attraverso le strutture oligarchiche di questa Unione Europea nata dall’utopia federalista. Ma non è ancora troppo tardi – anzi, sembra proprio possa accadere da un momento all’altro – per smantellarla e, piuttosto, ricostruirla su base confederale. «Chi è dentro ce l’ha con l’Ue, chi è fuori ne è attratto. Nella stessa domenica elettorale gli europeisti perdono a Vienna e vincono a Belgrado»: secondo Enrico Letta questo è un buon segno. Ma è uno strano modo di interpretare la democrazia. E a noi qualcosa non torna.

Emmanuel Raffaele, 27 apr 2016

«TTIP»: OLTRE IL COMPLOTTISMO – Scure sulla piccola e media impresa

eu-usLA NOTIZIA è passata quasi inosservata su televisioni e giornali. Qualche flash ma nessun approfondimento, niente che crei consapevolezza su un trattato che darà vita alla più grande area di libero scambio al mondo: il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) che sta già scatenando i complottisti del web.

I complotti e i segreti, però, non sono poi così tanti.
«Portatori d’interesse» che «operano su base volontaria e gratuita», spiega il sito della Commissione Europea. Lobbisti, dunque che trattano per ridurre ulteriormente le barriere tariffarie ma, soprattutto, per ridurre le barriere non tariffarie. Normative e regolamenti statali che limitano o negano l’accesso al mercato di un prodotto proteggendo il mercato interno.

La discussione va avanti dallo scorso anno, col permesso del governo Letta. L’ultimo incontro a maggio, ad Arlington (Virginia, Usa), a ridosso delle elezioni europee. Usa e Ue, rappresentate da Dan Mullaney ed Ignacio Garzia Bercero, contano di concludere i lavori entro la fine del 2014, anche se molti parlano di fine 2015.
Al centro del dibattito: accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti materiali, energia e materie prime, misure sanitarie e fitosanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, imprese di proprietà statale.

Liberismo oppure no: i pro e i contro stanno tutti qui.
Non in qualche oscura misura che affamerà d’un tratto popoli e imprese, ma nel suo liberismo estremo: qui sta l’imbroglio del Ttip, che non è un punto di non ritorno come Gatt e Wto, ma è senz’altro l’ennesimo stadio della globalizzazione. È per questo che considerare l’accordo una sorta di «Nato economica», magari in funzione anticinese, come hanno fatto in molti, tra cui il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, vuol dire sminuirne il significato più ampio.

Usa ed Europa, spiega il dipartimento italiano dell’American Chamber of Commerce, «rappresentano circa il 50 per cento del PIL mondiale e il 30 per cento degli scambi commerciali» e con questo accordo «l’export europeo verso gli Stati Uniti dovrebbe aumentare del 28,03 per cento (circa 187 miliardi di euro) mentre quello americano verso la Ue del 36,57 per cento (159 miliardi di euro)». In sintesi: più prodotti americani in Europa, maggiore concorrenza per le stremate imprese europee, ulteriori vantaggi soltanto per chi è già forte nelle esportazioni come la Germania, spinta al ribasso per salari e diritti in nome della produttività.

«Un’opportunità per tutti», titola Limes che però ammette: «Non va fatto troppo affidamento su queste stime, in quanto è molto difficile calcolare ex ante l’impatto di tale accordo», riferendosi alle stime ottimistiche che rimbalzano sui giornali di settore come il Sole 24 Ore. Sottolinea in effetti Il Manifesto: secondo «l’analisi del più recente studio finora realizzato sul Ttip, a cura dell’Öfse, uno dei più autorevoli centri di ricerca austriaci […] gli aumenti in termini di Pil e di salari reali, secondo i quattro paper sopracitati, vanno dallo 0.3 all’1.3 per cento nel corso di un “periodo di transizione” di 10-20 anni. Anche prendendo come valide queste stime, stiamo parlando di una crescita annuale che va dallo 0.03 allo 0.13 per cento l’anno. Briciole».

Inoltre, «per quanto riguarda l’impatto del Ttip sul volume degli scambi commerciali, l’Öfse riconosce che è prevedibile un  aumento delle esportazioni dell’Ue nel suo complesso, ma sottolinea che a beneficiare di questo incremento saranno soprattutto i grandi gruppi industriali, a scapito delle Pmi». Infatti, «secondo i dati forniti dall’ Organizzazione mondiale del commercio le imprese italiane che esportano sono 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72 per cento delle esportazioni nazionali e che dunque beneficeranno maggiormente del Ttip. Gli autori, inoltre, prevedono che l’ingresso di prodotti statunitensi a basso costo sul mercato europeo ridurrà notevolmente il commercio intra-europeo (addirittura fino al 30 per cento)».

Come volevasi dimostrare.

La risposta alle interpellanze parlamentari dell’ex sottosegretario – oggi vice-ministro – per lo sviluppo economico, Claudio De Vincenti, è stata piena soltanto di slogan. A rivolgersi al governo, nel novembre scorso, sono Luis Alberto Orellana, senatore ex Movimento 5 Stelle, e la «cittadina» Tiziana Ciprini, che argomenta in maniera raffinata: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA».

Si tratta insomma di gettare il nostro tessuto produttivo, formato da piccole e medie imprese, in mano agli squali multinazionali. Lo chiede l’Europa.
Fra parentesi: cosa si farà per la questione Ogm, consentiti negli Usa ma non qui da noi?

«Alcuni dei guadagni», spiega Michael J. Boskin, della Stanford University e già collaboratore di G. Bush, «possono andare a scapito di altri partner commerciali. Anche all’ interno di ogni Paese, nonostante gli utili netti, ci sono alcuni perdenti».
Il sospetto è che i perdenti non saranno di certo gli Usa, che i conti in tasca, al contrario nostro, sanno farseli bene. Liberisti che salvano banche di fatto stampando moneta, ben avviati verso la ri-manifatturizzazione con buona pace dei vantaggi comparati: «Il rimpatrio degli investimenti americani dalle aree un tempo considerate ad alto vantaggio comparato è già in corso e raggiungerà presto percentuali che vanno dal 20 al 35 per cento», osserva Confindustria in uno studio sul Ttip.
Il mercato degli appalti pubblici statunitensi, evidenziano del resto gli industriali, «è aperto alle imprese europee soltanto per poco più del 30 per cento, con regole diverse a livello federale e statale, un’applicazione non uniforme dell’accordo WTO sugli appalti pubblici, clausole “Buy American” ed altre restrizioni». Non che gli Usa non abbiano sottoscritto l’accordo Wto sugli appalti pubblici, ma ben «13 Stati non sono coperti da queste disposizioni e gli altri 37 lo applicano in maniera disomogenea».

Senza contare la normativa federale che «impedisce a compagnie aeree straniere di acquistare compagnie aeree americane», il «Jones Act» che «impedisce alle imbarcazioni non costruite negli US di operare tra porti americani», i dazi antidumping del 15,45 per cento sulla pasta italiana, il contingentamento per i formaggi di latte vaccino, il divieto di importazione di mele e pere dall’ Ue e di prodotti a base di carne bovina, le licenze speciali necessarie ai prodotti ortofrutticoli freschi, i dazi del 35 per cento sul tonno in olio d’oliva, le norme stringenti sui prodotti a base di carne importati dall’ Italia, il divieto di importazione di bevande alcoliche per operatori non statunitensi, i 18 Stati su 50 che esercitano monopoli vari, i dazi superiori al 20 per cento (in un complesso di  linee» che all’ 85 per cento sono comprese nella fascia tra 0 e 10 per cento) per la frutta secca, l’abbigliamento per bambini, il settore calzaturiero, i veicoli per trasporto merci, parte del settore dell’abbigliamento.

«Froci» col culo degli altri.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, giugno 2014