Centrodestra alle solite: confusi e felici

Riaggregare, secondo uno schema collaudato, ciò che troppo frettolosamente era stato dato per morto e che invece si scopre avere ancora senso di esistere”. Alessandro Sallusti, su “Il Giornale“, lo scrive chiaramente. E lo schema, effettivamente, è collaudato eccome: fingere divisioni, scissioni, cambiare simboli, poltrone e slogan ma alla fine restare uniti per rimanere a galla. Continua a leggere

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Bergoglio sempre più a sinistra e ad Ostia un prete lascia la Chiesa per candidarsi contro CasaPound

Messa all’angolo la cura delle anime, la Chiesa di papa Francesco sembra più che mai attenta alla politica italiana e più che mai vicina – politicamente e concretamente – alla sinistra. Non hanno dunque meravigliato nessuno le parole di Bergoglio che, replicando quelle del presidente del Consiglio Mattarella, ha esortato la politica ad una rapida approvazione dello “ius soli”: la nazionalità subito a chi nasce in Italia. Ed ecco perché, dopo tutto, non c’è da meravigliarsi neanche se, a Roma, alla presidenza del X municipio, il candidato “a sorpresa”, quello della sinistra a sinistra del Pd, sarà don Franco De Donno, che lascerà quindi la Chiesa (ancora è incerto se lo farà definitivamente oppure otterrà una sospensione).  Continua a leggere

Regno Unito, disfatta dei laburisti alle amministrative. Corbyn sotto accusa per il suo estremismo

A un mese dalla data in cui si terranno le elezioni politiche nel Regno Unito, i conservatori allargano la forbice del proprio vantaggio sui laburisti ed il leader Jeremy Corbyn è ormai sotto il fuoco incrociato di nemici sia interni che esterni al partito. Accusato di essere troppo estremista, nei giorni scorsi Corbyn, alla guida del partito da settembre 2015, ha portato il Labour ad una storica sconfitta nelle elezioni amministrative dello scorso 4 maggio, in occasione delle quali è andato perduto anche il fortino di Glasgow, laburista da settant’anni. Nonostante questo, ha fatto sapere che, qualunque sia il risultato delle elezioni del prossimo 8 giugno in cui sarà proprio lui a sfidare l’attuale primo ministro per ottenere la guida del governo, non lascerà il suo posto e rimarrà comunque alla guida del partito. Sarebbe la prima volta, da trent’anni a questa parte, che il capo dell’opposizione non lascia il suo posto dopo esser stato sconfitto alle elezioni generali. Un atto a dir poco inusuale e che in tanti potrebbero non condividere tra i simpatizzanti del partito, considerano soprattutto che gli ultimi sondaggi danno i conservatori addirittura al 48% dei consensi ed i laburisti appena al 24%, tre punti percentuali in meno di quelli ottenuti in questa già disastrosa tornata amministrativa, che ha rivelato peraltro la sostanziale scomparsa dell’Ukip.

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Regno Unito, deputate contro Theresa May: “Niente elezioni durante il Ramadan”

Ha indetto le elezioni politiche per il prossimo 8 giugno, nel bel mezzo del mese di Ramadan per i musulmani, che quest’anno cadrà tra il 26 maggio ed il 24 giugno. E’ per questo che il primo ministro conservatore del Regno Unito, Theresa May, è finito sotto accusa per aver ignorato le esigenze dei musulmani. “Il fatto che le elezioni generali si tengano a metà del Ramadan non è l’ideale”, ha dichiarato Rushanara Ali, deputata di fede islamica e laburista. “Si potrebbe verificare una sproporzione nella presenza degli elettori in quei collegi con una popolazione musulmana considerevole. Se qualcuno pensa che la sua capacità di andare a votare ne sarà influenzata, lo invito a registrarsi per il voto postale”, ha aggiunto Ali, 42 anni, in parlamento dal 2010, nel Regno Unito da quando aveva sette anni dopo essere aver lasciato il Bangladesh insieme alla sua famiglia.

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Anche i Bush contro Trump. Demonizzazione da una parte, demagogia dall’altra

nbc-fires-donald-trump-after-he-calls-mexicans-rapists-and-drug-runnersNon fosse un palazzinaro multimiliardario, più volte coinvolto nella bancarotta delle sue aziende (un modo, a suo dire, di ridurre il debito), showman più che politico, una sorta di Berlusconi d’oltreoceano bravo a cavalcare l’umore del momento, verrebbe quasi voglia di tifare Donald Trump, considerando la quantità e qualità dei nemici che s’è fatto. Secondo la BBC, infatti, anche gli ex presidenti repubblicani Bush padre e figlio non saranno al fianco dell’ormai quasi certo candidato del loro stesso partito alla presidenza deli Stati Uniti. «Una novità assoluta», spiega la BBC, «per il 91enne ex presidente Bush, che aveva sostenuto i candidati repubblicani nelle ultime cinque elezioni». Una presa di posizione indiretta, a cui si accompagnano le parole più esplicite di Bush figlio in South Carolina: «Capisco che gli americani siano arrabbiati e frustrati. Ma non abbiamo bisogno di qualcuno nello Studio Ovale che rifletta ed infiammi la nostra rabbia e la nostra frustrazione». Detto da uno che credeva di fare le guerre in giro per il mondo in nome della civiltà cristiana e che ha lodato (se non ordinato) l’impiccagione di Saddam Hussein in diretta tv (per poi criticare ipocritamente il tono vendicativo), suona effettivamente poco credibile. Se poi si aggiunge che, oltre ai Bush e ad altri repubblicani, tra cui l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney, Trump non piace neanche ai Rothschild ed altri amici di Wall Street, non piace alla Cia, né – naturalmente – ai democratici altrettanto guerrafondai alla Clinton e Obama ed ai fanatici dell’antirazzismo contrari alle frontiere, viene quasi voglia di avviare le pratiche per la cittadinanza americana. Soprattutto a sentire le parole di Hilary Cliton al riguardo, che riflettono un politicamente corretto bipartisan già importato nel nostro paese insieme al loro modello di democrazia: «I repubblicani sono d’accordo: Donald Trump è incosciente, pericoloso e divisivo». Le accuse, non nuove agli ambienti nazionalisti italiani, risuonano al di là dell’Atlantico e facilitano l’identificazione fin dalla nostra sponda, trovando conferma dell’ipocrisia dominante proprio nelle parole di Trump: «So che le persone sono incerte sul tipo di presidente che io sarò, ma le cose andranno bene. Io non mi candido a presidente per rendere instabile la situazione del paese». Scandalismo per demonizzare il nemico dagli uni, populismo d’occasione dall’altro: ancora una volta sarebbe il caso di evitare tifoserie e rivendicazioni di appartenenza inopportune.

Emmanuel Raffaele, 6 mag 2016