Difendere la famiglia, ma non quella borghese

Repubblica“, allarmata, ne ha dato notizia con questi toni: ci sarebbero “115mila neomamme che tra il 2011 e il 2016 sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro. Una su due ha meno 35 anni, ma la loro è una scelta obbligata dall’impossibilità di far conciliare la propria vita professionale con la cura di un figlio”. Dal 2011, secondo l’Ispettorato nazionale del Lavoro, le donne che si sono dimesse sono aumentate del 55% (peraltro, 17.681 nell’ultimo anno del governo Berlusconi e ben 27.443 nell’ultimo del governo Renzi). “Sentirsi costrette a scegliere tra l’amore di un figlio e la passione per il lavoro – spiega il quotidiano progressista – è un’umiliazione che rischia di sfociare in depressione“.

Scegliere i figli, ci spiegano, sarebbe umiliante. Del resto, “secondo il Fondo monetario internazionale l’Italia perde il 15% del proprio Pil (240 miliardi) proprio perché non riesce a incentivare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso norme che garantiscano l’effettiva uguaglianza tra i sessi”. Così come per l’ambito assistenziale e sociale, ci abituano a pensare tutto concedendo una priorità miope all’economia: una società che si suicida e fallisce, alla fine smette anche di essere produttiva. E perché non fallisca, bisogna tenere conto soprattutto del piano sociale e, quindi, politico. Continua a leggere

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Regno Unito, disfatta dei laburisti alle amministrative. Corbyn sotto accusa per il suo estremismo

A un mese dalla data in cui si terranno le elezioni politiche nel Regno Unito, i conservatori allargano la forbice del proprio vantaggio sui laburisti ed il leader Jeremy Corbyn è ormai sotto il fuoco incrociato di nemici sia interni che esterni al partito. Accusato di essere troppo estremista, nei giorni scorsi Corbyn, alla guida del partito da settembre 2015, ha portato il Labour ad una storica sconfitta nelle elezioni amministrative dello scorso 4 maggio, in occasione delle quali è andato perduto anche il fortino di Glasgow, laburista da settant’anni. Nonostante questo, ha fatto sapere che, qualunque sia il risultato delle elezioni del prossimo 8 giugno in cui sarà proprio lui a sfidare l’attuale primo ministro per ottenere la guida del governo, non lascerà il suo posto e rimarrà comunque alla guida del partito. Sarebbe la prima volta, da trent’anni a questa parte, che il capo dell’opposizione non lascia il suo posto dopo esser stato sconfitto alle elezioni generali. Un atto a dir poco inusuale e che in tanti potrebbero non condividere tra i simpatizzanti del partito, considerano soprattutto che gli ultimi sondaggi danno i conservatori addirittura al 48% dei consensi ed i laburisti appena al 24%, tre punti percentuali in meno di quelli ottenuti in questa già disastrosa tornata amministrativa, che ha rivelato peraltro la sostanziale scomparsa dell’Ukip.

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Tremonti a CasaPound: “la democrazia non si esporta”. Ma dimentica l’intervento in Iraq nel 2003

Milano, 17 dic – “Le guerre di esportazione hanno causato le migrazioni di massa. Ma la democrazia è un processo progressivo che non si può esportare. Inoltre, patria deriva da ‘pater’: non puoi superare e violare la terra degli altri”. Ma ci troviamo di fronte ad un secco “no comment” quando, all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, chiediamo conto della sua posizione e dell’operato del secondo governo Berlusconi, che all’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 diede il proprio sostegno e vi partecipò attivamente. In merito a quell’intervento, costruito sulla bugia dell’intelligence delle armi chimiche di Saddam Hussein, l’ex ministro di peso di ben quattro governi Berlusconi su quattro ha preferito il silenzio.

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Enrico Letta a Londra: i popoli europei sono contro l’Europa

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, durante la registrazione della trasmissione dell'Arena di Domenica In, negli studi della Rai della Dear a Roma, 10 novembre 2013. ANSA/CLAUDIO ONORATI

L’ex primo ministro Enrico Letta, fatto fuori dall’attuale premier nonché “compagno” di partito Matteo Renzi, ha partecipato ieri ad un incontro organizzato dal King’s College di Londra sull’adesione da parte del Regno Unito all’Unione Europea tra passato, presente e futuro. L’ex vicesegretario del Pd, che dopo le dimissioni da presidente del Consiglio si è trasferito con la famiglia a Parigi, dove insegna Scienze Politiche e dirige la Scuola di affari internazionali, è stato infatti tra i relatori di un convegno teso ad approfondire la questione “brexit” vista dall’estero.

«L’Unione Europea non può raggiungere l’integrazione contro la volontà dei popoli europei. E oggi i popoli europei sono contro l’Ue», ha affermato Letta nel corso dell’incontro a cui era presente anche l’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Nonostante la consapevolezza dell’ostilità popolare, però, Letta ha confermato: «sono fortemente convinto che la “brexit” rappresenti una sconfitta sia per il Regno Unito che per l’Unione Europea». Secondo l’ex democristiano, infatti, da una parte «Londra è diventata la capitale finanziaria del mondo anche grazie al mercato unico», dall’altro proprio la sua permanenza potrebbe essere la chiave di volta per «sburocratizzare e rendere più competitiva l’Unione Europea». «I paesi europei hanno bisogno di restare uniti per dettare le regole in futuro» ma alcuni paesi «non sono ancora consapevoli di essere piccoli se rimangono da soli». Anche se, per la verità, il Regno Unito da solo non se l’è mai cavata male, a capo di un vasto impero intercontinentale che le ha sempre garantito una certa indipendenza dal resto dell’Europa. Del resto, si tratta di un paese che risente oggi molto della crisi e la cui economia, come e forse più di quella degli altri paesi, è cambiata molto rispetto agli albori dell’attuale Unione Europea, con un settori terziario che attualmente impiega l’82% dei lavoratori a dispetto di una percentuale poco superiore al 30% negli anni Cinquanta, mentre l’industria oggi occupa appena il 17% della forza lavoro.

Proprio questo, dunque, sembra rimandarci al punto centrale della questione: cosa è oggi e cosa vuole essere domani l’Europa? Nessuno dubita dell’utilità di un mercato unico europeo, ma questo ha senso se a trarne benefici sono i paesi membri, non se il blocco serve soltanto a fare da sponda al blocco americano, come ha ricordato Obama facendo riferimento al Ttip che prepara un mercato unico ben più ampio e che di europeo ha ben poco. E ancora: l’economia finanziaria sganciata dalla produzione ha rivelato i mali della speculazione; vogliamo che sia ancora questo il modello da seguire? Come ha preannunciato l’ex primo ministro portoghese Barroso e come pensano in molti anche tra gli euroscettici, del resto, l’ipotesi “brexit” avrebbe un impatto enorme sull’Unione Europea, probabilmente distruttivo: male per i paesi europei nel complesso, certo, ma è oggi pensabile costruire un’Europa diversa su queste basi – sull’impalcatura di una pretesa democrazia che manca però delle sue caratteristiche fondamentali e che, nonostante questo, mira comunque a scavalcare il potere decisionale dei governi? L’Europa oggi non è nazione e non lo diventerà soltanto perché a volerlo sono la Boldrini, Monti, Letta, Renzi, Cameron oppure Obama. L’auspicabile quanto “vecchio” sogno di un’Europa delle nazioni, che non scavalca i popoli ma li unisce, semplicemente non passa attraverso le strutture oligarchiche di questa Unione Europea nata dall’utopia federalista. Ma non è ancora troppo tardi – anzi, sembra proprio possa accadere da un momento all’altro – per smantellarla e, piuttosto, ricostruirla su base confederale. «Chi è dentro ce l’ha con l’Ue, chi è fuori ne è attratto. Nella stessa domenica elettorale gli europeisti perdono a Vienna e vincono a Belgrado»: secondo Enrico Letta questo è un buon segno. Ma è uno strano modo di interpretare la democrazia. E a noi qualcosa non torna.

Emmanuel Raffaele, 27 apr 2016

L’Ue ha portato la pace? “Solo un luogo comune”. Duro affondo sul Telegraph

PORTSMOUTH, UNITED KINGDOM - JUNE 28: Sailors on board the aircraft carrier HMS Illustrious wait on the flight deck to salute during The International Fleet Review on June 28, 2005 in Portsmouth, England. The Review forms part of the Trafalgar 200 celebrations marking the 200th anniversary of the Battle of Trafalgar at which Lord Nelson commanded the Royal Navy in a famous victory over the French. (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)
Duro affondo contro l’Europa dalle colonne del “Telegraph”. Il noto quotidiano inglese, infatti, ha pubblicato proprio oggi un intervento [1] firmato da Julian Howard Atherden Thompson, major-general della Marina britannica, in servizio dal ’52 all’86, a capo della “3 Commando Brigade” nel corso della guerra delle Falklands, oggi collaboratore del King’s College di Londra nel dipartimento che si occupa di studi bellici.
Interessante sotto diversi punti di vista, l’attacco dell’alto ufficiale fa a pezzi la credibilità dell’Unione Europea. Oggi, l’adesione all’Unione Europea indebolisce la nostra difesa nazionale in tempi molto pericolosi”, scrive Thompson, che si cimenta poi in una minuziosa esposizione dei quattro “miti” posti a difesa dell’Europa, che impediscono di vedere la realtà di un’organizzazione debole dal punto di vista politico ed in quanto tale dannosa per gli stati membri.

Primo mito: “l’Unione Europea ha mantenuto la pace in Europa dal 1945”. Secondo l’ufficiale inglese, a portare la pace in Europa sarebbe stato invece il Piano Marshall voluto dagli americani, mentre a mantenerla ci avrebbe pensato la Nato e non certo l’Europa. Triste quanto sacrosanta verità. “La Nato ha scoraggiato gli attacchi sovietici e scoraggia quelli di Putin ai giorni nostri”.  Mentre l’Europa, sottolinea, non è mai stata in causa nelle questioni rilevanti, elencate una per una nell’articolo: nessun coinvolgimento nella risoluzione del conflitto basco che ha avuto inizio nel 1959, nessun ruolo nella risoluzione della questione irlandese, niente di niente anche in occasione dell’invasione turca di Cipro del 1974 e, soprattutto, nessuna voce in capitolo durante i conflitti balcanici (la guerra di indipendenza croata, la guerra in Bosnia, le agitazioni in Albania nel ’97 e successivamente, la guerra in Kosovo, le insurrezioni in Macedonia nel 2001 e così via). Un elenco impietoso che mette nero su bianco l’assoluta mancanza di credibilità ed autonomia da parte di un’Europa che – aggiunge Thompson nel tentativo di sfatare anche il mito di un’Europa che ci protegge dal terrorismo islamico – è anche incapace di sorvegliare le sue frontiere, come ha dimostrato nell’emergenza migratoria in corso, con la Germania che ha peraltro appena annunciato di non aver più notizie di ben 130mila profughi. L’Europa meglio aiutarla dall’esterno, piuttosto che da una nave che affonda, è il messaggio dell’ufficiale britannico, il quale si dichiara decisamente contrario ad ogni tentativo di Francia e Germania di rendere autonoma l’Europa da un punto di vista difensivo: “C’è una collaudata catena di comando Nato con sedi e forze adeguate. Non abbiamo bisogno di una copia europea”. Quanto a Putin, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa non gli darebbe più forza di quanto già non faccia la debolezza delle istituzioni europee  e della sua moneta.

Un assalto in piena regola, insomma, che in una prospettiva certamente anti-europea, racconta molte verità e lo fa fornendo al tempo stesso una fondamentale chiave di lettura di quello che sarebbe il significato di un eventuale “Brexit”: una scelta sovranista solo fino ad un certo punto, dal momento che, nel caso del Regno Unito, a pesare sulle richieste di autonomia dal gigante europeo è soprattutto lo storico rapporto con gli Stati Uniti e non il contrario, come nel caso della maggior parte dei movimenti autenticamente euroscettici, che tendono peraltro a sfiduciare la Nato come punto di riferimento militare, mirando ad un rafforzamento degli stati europei contro il bipolarismo Usa-Russia.

È così che, senza volerlo, l’intervento del “major-general” ci ricorda anche quanto questa Europa sia – anche per volontà inglese – colonia americana fin dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, con il mercato europeo utilizzato per smerciare prodotti d’oltreoceano (quello stesso “mercato di 500 milioni di persone” che fa gola alle grandi aziende che nei giorni scorsi hanno invitato i cittadini britannici sul Times a votare per rimanere in Europa al referendum del prossimo 23 giugno) e la difesa totalmente delegata al colosso statunitense. Una situazione che, se sta benissimo al Regno Unito, dovrebbe invece spingere gli stati fondatori di questa unione a creare un’alternativa realmente indipendente, che non si limiti – come invece accade – a siglare accordi segreti come il Ttip per fare sempre di più dei popoli europei consumatori delle multinazionali americane e dei loro prodotti a scapito della nostra economia e delle nostre produzioni e conoscenze.

Varrebbe la pena, però, far notare al noto ufficiale che l’Europa sicuramente non ci protegge dal terrorismo islamico con la sua incapacità di controllare le frontiere; ma il pericolo islamico finora è venuto dall’interno e, non certo per ultimo, dai figli della grande e multietnica isola britannica, mentre ad armare i terroristi sono stati esattamente i cugini d’oltreoceano.

Emmanuel Raffaele, 29 feb 2016

[1] http://www.telegraph.co.uk/news/12176954/I-fought-for-Britain-and-I-know-how-the-EU-weakens-our-defences.html?sf21696164=1