Regno Unito, disfatta dei laburisti alle amministrative. Corbyn sotto accusa per il suo estremismo

A un mese dalla data in cui si terranno le elezioni politiche nel Regno Unito, i conservatori allargano la forbice del proprio vantaggio sui laburisti ed il leader Jeremy Corbyn è ormai sotto il fuoco incrociato di nemici sia interni che esterni al partito. Accusato di essere troppo estremista, nei giorni scorsi Corbyn, alla guida del partito da settembre 2015, ha portato il Labour ad una storica sconfitta nelle elezioni amministrative dello scorso 4 maggio, in occasione delle quali è andato perduto anche il fortino di Glasgow, laburista da settant’anni. Nonostante questo, ha fatto sapere che, qualunque sia il risultato delle elezioni del prossimo 8 giugno in cui sarà proprio lui a sfidare l’attuale primo ministro per ottenere la guida del governo, non lascerà il suo posto e rimarrà comunque alla guida del partito. Sarebbe la prima volta, da trent’anni a questa parte, che il capo dell’opposizione non lascia il suo posto dopo esser stato sconfitto alle elezioni generali. Un atto a dir poco inusuale e che in tanti potrebbero non condividere tra i simpatizzanti del partito, considerano soprattutto che gli ultimi sondaggi danno i conservatori addirittura al 48% dei consensi ed i laburisti appena al 24%, tre punti percentuali in meno di quelli ottenuti in questa già disastrosa tornata amministrativa, che ha rivelato peraltro la sostanziale scomparsa dell’Ukip.

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Area di libero scambio e cooperazione, ecco cosa chiede il Regno Unito dopo la “brexit”

Abbiamo già messo in guardia dalla convenienza economica e dall’opportunità politica di una eventuale chiusura da parte dei paesi dell’Ue nei confronti del Regno Unito. Ma, all’indomani dell’incontro tra i leader europei per ufficializzare la linea negoziale, resta soprattutto una riflessione da fare: le più svariate conseguenze disastrose prospettate in caso di uscita dall’Europa ed usate alla vigilia del referendum come spauracchio per indurre il popolo britannico a scegliere l’UE, si sono rivelate essere, semmai, a tutti gli effetti conseguenze dovute non tanto alla Brexit in sé, quanto – se questa venisse portata avanti fino in fondo – alla volontà punitiva della leadership europea. Lo abbiamo sostenuto nel nostro precedente articolo ed è ora il caso di concretizzare il concetto guardando all’indirizzo politico della premier Theresa May sull’argomento.

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Brexit, Merkel fa la voce grossa ma il Regno Unito ha un’arma da 70 miliardi di euro

Domani a Bruxelles i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione Europea dovranno ufficializzare le linee guida per le trattative con – o, per meglio dire, contro – la Gran Bretagna per negoziare la Brexit.

“Siamo uniti, abbiamo una linea chiara e siamo pronti”, ha dichiarato Michel Barnier, che sarà il capo negoziatore dell’Ue in una trattativa che vede incredibilmente tutti d’accordo sulla necessità di punire il Regno Unito. Come ha sottolineato ieri la premier inglese Theresay May, infatti, i leader dell’Europa Unita si preparano “ad opporsi a noi” e raggiungere un accordo non sarà cosa rapida. Di mezzo, infatti, c’è innanzitutto una questione: i soldi che il Regno Unito dovrebbe ancora all’Europa. Secondo la scaletta dettata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, non c’è possibilità di procedere nelle trattative senza prima aver chiarito i termini preliminari della separazione: Londra dovrà versare nelle casse dell’Europa tutto quanto si è impegnata a versare con il bilancio pluriennale che scade nel 2020. “Le pendenze di bilancio a carico di Londra in vista del recesso”, spiega il Sole 24 Ore, “oscillano fra i 20 e i 70 miliardi di euro, con la forbice 50-60 miliardi considerata, da Bruxelles, più realistica”. Pagare moneta, vedere cammello: questo, in pratica, il monito di Angela Merkel, che ha più volte ribadito la necessità di procedere necessariamente “in quest’ordine, non al contrario”.

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Regno Unito, deputate contro Theresa May: “Niente elezioni durante il Ramadan”

Ha indetto le elezioni politiche per il prossimo 8 giugno, nel bel mezzo del mese di Ramadan per i musulmani, che quest’anno cadrà tra il 26 maggio ed il 24 giugno. E’ per questo che il primo ministro conservatore del Regno Unito, Theresa May, è finito sotto accusa per aver ignorato le esigenze dei musulmani. “Il fatto che le elezioni generali si tengano a metà del Ramadan non è l’ideale”, ha dichiarato Rushanara Ali, deputata di fede islamica e laburista. “Si potrebbe verificare una sproporzione nella presenza degli elettori in quei collegi con una popolazione musulmana considerevole. Se qualcuno pensa che la sua capacità di andare a votare ne sarà influenzata, lo invito a registrarsi per il voto postale”, ha aggiunto Ali, 42 anni, in parlamento dal 2010, nel Regno Unito da quando aveva sette anni dopo essere aver lasciato il Bangladesh insieme alla sua famiglia.

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Regno Unito, i giudici provano a fermare la Brexit: “prima il voto del parlamento”

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La Brexit ha subito uno stop decisivo, seppur non definitivo. Si è infatti pronunciata oggi l’Alta Corte inglese e, in seguito al ricorso di alcuni cittadini a favore del “Remain“, ha stabilito che il governo della conservatrice Theresa May non potrà far valere l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che riguarda appunto la clausola di rescissione dall’Ue, senza l’approvazione del Parlamento britannico.

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