Area di libero scambio e cooperazione, ecco cosa chiede il Regno Unito dopo la “brexit”

Abbiamo già messo in guardia dalla convenienza economica e dall’opportunità politica di una eventuale chiusura da parte dei paesi dell’Ue nei confronti del Regno Unito. Ma, all’indomani dell’incontro tra i leader europei per ufficializzare la linea negoziale, resta soprattutto una riflessione da fare: le più svariate conseguenze disastrose prospettate in caso di uscita dall’Europa ed usate alla vigilia del referendum come spauracchio per indurre il popolo britannico a scegliere l’UE, si sono rivelate essere, semmai, a tutti gli effetti conseguenze dovute non tanto alla Brexit in sé, quanto – se questa venisse portata avanti fino in fondo – alla volontà punitiva della leadership europea. Lo abbiamo sostenuto nel nostro precedente articolo ed è ora il caso di concretizzare il concetto guardando all’indirizzo politico della premier Theresa May sull’argomento.

Prima del “Leave”, gli elettori britannici si sono sentiti dire: che la Brexit li avrebbe privati della cooperazione necessaria a prevenire il terrorismo ed il crimine internazionale (e dunque che la Gran Bretagna sarebbe stata messa meno sicura); che la Brexit li avrebbe privati della cooperazione scientifica necessaria ad avanzare nelle cure mediche e nella ricerca; che la Brexit avrebbe isolato economicamente il Paese portandolo alla rovina; che la Brexit la volevano soltanto gli ignoranti ed i razzisti per buttare fuori dal paese, da un giorno all’altro, ogni straniero presente, europeo o meno che fosse; che all’indomani del voto le aziende avrebbero fatto i bagagli. I commentatori si erano sbizzarriti nelle analisi catastrofiste (c’è persino chi ha immaginato la Londra del futuro come una sorta di landa abbandonata e semi-deserta). Poi, all’indomani del voto, si è fatta la scoperta del secolo: la Brexit per essere effettiva avrebbe richiesto due anni (come tutti sapevano), non si poteva sapere a priori cosa avrebbe comportato e nel frattempo l’economia avrebbe continuato a girare tranquillamente – a parte gli scossoni alla sterlina, il cui valore è sceso senza alcuna connessione con l’andamento dell’economia reale -, ed anche i lavoratori europei hanno continuato a stare nel Regno Unito senza problemi. Insomma, nessun incubo e nessuna catastrofe.

Certo, direte voi, la Brexit non è ancora effettiva. Vero. Ma, allora, cosa vuole fare di così disastroso il Regno Unito una volta uscito dall’Europa? Semplicemente, niente di disastroso e niente di tutto ciò che è stato presentato come un rischio avrà la possibilità di accadere se l’Europa davvero non lo vuole. Ed il Primo Ministro Theresa May lo ha già chiarito mesi fa, nel suo mirabile discorso del 17 gennaio alla Lancaster House, che è interessante rileggere a poche ore dalle parole con le quali la cancelliera tedesca Angela Merkel ha anticipato le linee guida per le trattative (divenute poi ufficiali sabato) mettendo in guardia gli inglesi dal farsi “illusioni” sull’accesso al mercato europeo. Ma, come ha chiarito Theresay May alla stampa internazionale, niente è ancora detto, finora ci sono solo le “loro” e le “nostre” linee negoziali. E – aggiungiamo noi – un enorme caos mediatico di fondo che accende i toni, sfruttando le dichiarazioni vuote dei leader europei, tra i quali il nostro premier Paolo Gentiloni.

Al contrario, Theresa May si è dimostrata estremamente lucida e, pur avendo fatto proprio appieno il mandato popolare ricevuto, si sta muovendo al tempo stesso seguendo una linea politica del tutto coerente con la tradizione inglese, e lo sta facendo con un’autonomia ed una forza degne di un autentico leader. Alla Lancaster House, la premier inglese non ha soltanto delineato con orgoglio e misura le specificità della propria identità nazionale, ma ha anche operato degli importanti distinguo per chiarire – al mondo, all’Europa ed agli inglesi stessi – il senso che questa brexit può e deve avere e che – indipendentemente da cosa se ne possa pensare al riguardo – intende essere qualcosa di completamente opposta a quanto ne hanno detto i detrattori. Mettendo a tacere ogni timore della vigilia, punto per punto.

La “Global Britain continuerà a cooperare con i suoi partner europei in importanti ambiti come il crimine, il terrorismo e gli affari esteri”. “Per quanto ci riguarda, sono benvenuti gli accordi per continuare a collaborare con i nostri partner europei sulle più importanti iniziative nell’ambito della scienza, della ricerca e della tecnologia. Dalla esplorazione dello spazio all’energia pulita, fino alle tecnologie mediche, la Gran Bretagna rimarrà l’avanguardia degli sforzi collettivi per capire meglio e rendere migliore il mondo in cui viviamo”. Da qualche parte nel mondo, un parolaio sarà caduto inerme, colpito dritto al cuore dalle parole della May: “Faremo nostro il corpus legislativo europeo. Le stesse regole e leggi verranno applicate il giorno dopo la brexit così come sono state applicate prima”, ha replicato la May all’Europa che chiedeva certezza del diritto. Ed ancora: “Vogliamo garantire i diritti dei cittadini europei che vivono già nel Regno Unito, e i diritti dei britannici che vivono negli altri stati membri”. Ed, infine, la questione che ha fatto discutere nelle ultime ore, nonché quella economicamente più rilevante: “Non vogliamo essere membri del Mercato Unico Europeo. Ma vogliamo il più ampio accesso possibile ad esso attraverso un nuovo, integrale, audace ed ambizioso Accordo di Libero Scambio”.

La Brexit può non voler dire e non deve voler dire meno cooperazione in nessuno di questi campi. A meno che l’Europa non lo voglia. Ecco il punto.

Tutti gli scenari catastrofici della vigilia non sono destinati a realizzarsi automaticamente con l’effettività della Brexit. Potrebbero, al contrario, eventualmente verificarsi soltanto a causa di un colpevole accanimento europeo, legato a motivazioni del tutto ideologiche e che ben poco hanno a che fare con lo spirito di fratellanza europea che propagandano in maniera retorica. Il mantra nascosto dietro le belle parole, infatti, è uno solo: cedere sovranità all’Europa. Ecco perché, se un popolo si ribella, lo si vorrebbe punire. “Noi non vogliamo riportare indietro l’orologio ai giorni in cui l’Europa erano meno pacifica, meno sicura e meno capace di commerciare liberamente. Per come la vediamo, è stato un voto per ripristinare la nostra democrazia parlamentare, la nostra auto-determinazione nazionale e diventare ancora più globali”. “Noi stiamo lasciando l’Unione Europea, ma non stiamo lasciando l’Europa”. “Il nostro voto per uscire dall’Ue non è stato un rifiuto dei valori che condividiamo”. “Sarete ancora i benvenuti in questo Paese e speriamo che i nostri cittadini siamo i benvenuti nei vostri”. “Il 23 giugno non è stato il momento in cui la Gran Bretagna ha fatto un passo indietro dal mondo. E’ stato il momento in cui abbiamo scelto di costruire veramente la “Global Britain”. “Siamo un Paese europeo – e siamo fieri della nostra eredità condivisa – ma noi siamo anche un Paese che ha sempre guardato oltre l’Europa al mondo intero”. Eccoli, dunque, i passaggi del discorso di Theresa May che danno l’idea esatta di quello che hanno in testa i leader che hanno voluto la brexit e, soprattutto, il governo attuale. E non è niente di catastrofico, retrogrado ed irreale. Né, potenzialmente, anti-europeo.

Che gli inglesi, con la loro storia e la loro cultura, siano o meno simpatici, la verità è che oggi il governo di Theresa May sta dando una lezione di dignità, competenza, serietà e coerenza a tutti gli europei. Il Primo Ministro inglese non perde occasione per sottolineare l’orgogliosa e consapevole appartenenza ad un popolo con delle specificità a cui non intende rinunciare, ma al tempo stesso sta traducendo davanti al mondo quel voto in un messaggio presentabile, fattibile e coerente con la Gran Bretagna di oggi. E, così facendo, si sta dimostrando molto più ragionevole dei leader europei. Il libero scambio, certo – ovviamente – ma anche la preferenza nazionale, l’identità europea che non dipende da una banca o da un giudice, l’auto-determinazione, la sovranità. Questo è quello che sta portando al tavolo delle trattative, con sobrietà, Theresa May.

I cittadini [qui] si aspettano di poter controllare i propri governo molto da vicino, perciò istituzioni sovranazionali forti come quelle create dall’Unione Europea non si adattano molto facilmente alle nostra storia politica ed al nostro modo di vivere”. Il Regno Unito, insomma, non vuole far parte di nessun super-Stato europeo, il suo popolo vuole governarsi da solo. Un centro di potere e di comando così lontano è troppo difficile da controllare per i cittadini: ovvio che non si fidino e che lo avvertano come distante. Ma questo non vuol dire che non ci si può sentire comunque europei. “La grande forza del nostro continente è sempre stata la sua diversità. E ci sono due modi per rapportarsi con interessi diversi. Tenerli insieme con la forza, stringendoli in una presa che finisce per ridurre in mille pezzi tutto ciò che si voleva proteggere. O rispettare le differenze, ed averne cura”. “Una partnership”, aggiunge la May, “nuova ed egualitaria – tra una indipendente e sovrana ‘Global Britain” ed i nostri amici ed alleati nell’Ue”.

Ecco perché Theresa May dimostra di aver colto l’essenziale dell’esito referendario: riappropriarsi del controllo delle proprie leggi, rifiutare come superiore la giurisdizione della Corte di Giustizia Europea (“Le nostre leggi saranno fatte a Westminster, Edimburgo, Cardiff e Belfast. E quelle leggi non verranno interpretate da alcuni giudici nel Lussemburgo ma dai tribunali di questo Paese”), poter di nuovo controllare le proprie frontiere, ovvero chi entra e chi esce (“Da Ministro dell’Interno per sei anni, so bene che non puoi controllare l’immigrazione in maniera completa, se dall’Europa si può accedere liberamente al Regno Unito”), essere una Nazione, avere sotto controllo il proprio sistema di welfare (“quando i numeri crescono troppo, la sostenibilità pubblica del sistema si inceppa”). Che la cosa piaccia oppure no, dunque, la leader conservatrice ha conciliato perfettamente il ripristino della sovranità con le parole che un premier inglese non può non dire: non verranno chiuse le frontiere, ma si ritornerà a controllarle e decideremo noi chi e se passa.

Un discorso molto costruttivo che l’Ue, malgrado i toni forti delle dichiarazioni, sembra aver letto molto attentamente. Perché ‘urlare’ no ai diritti del Mercato Unico ad un interlocutore che ti dice ‘io nel Mercato Unico non ci voglio stare’ è, evidentemente, pura retorica. E lo si capisce quando poi, in risposta, le linee negoziali contengono l’ovvia e ragionevole disponibilità a quella che è la vera proposta inglese: l’accordo di libero ccambio di cui sopra. Così come punti di incontro si registrano anche sul terreno dei diritti dei cittadini europei, che nessuno intende sbattere fuori. Poi, certo, è chiaro che, come abbiamo già spiegato, l’Ue vuole subito, prima di ogni altra cosa, i 50 miliardi promessi dalla Gran Bretagna per il bilancio europeo che scade nel 2020. Ma abbiamo anche ricordato che proprio questo credito è una delle armi più affilate a disposizione della May, che peraltro ha sottolineato: parteciperemo alle spese di progetti a cui saremo interessati, ma non daremo più – naturalmente – nessun contributo fisso. Ecco perché crediamo che, nonostante le chiacchiere, il negoziato abbia buone possibilità di concludersi con un accordo di fatto conveniente per tutti. Sarebbe ottuso ed incoerente fare diversamente.

Emmanuel Raffaele, 1 mag 2017

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.