Brexit, Merkel fa la voce grossa ma il Regno Unito ha un’arma da 70 miliardi di euro

Domani a Bruxelles i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione Europea dovranno ufficializzare le linee guida per le trattative con – o, per meglio dire, contro – la Gran Bretagna per negoziare la Brexit.

“Siamo uniti, abbiamo una linea chiara e siamo pronti”, ha dichiarato Michel Barnier, che sarà il capo negoziatore dell’Ue in una trattativa che vede incredibilmente tutti d’accordo sulla necessità di punire il Regno Unito. Come ha sottolineato ieri la premier inglese Theresay May, infatti, i leader dell’Europa Unita si preparano “ad opporsi a noi” e raggiungere un accordo non sarà cosa rapida. Di mezzo, infatti, c’è innanzitutto una questione: i soldi che il Regno Unito dovrebbe ancora all’Europa. Secondo la scaletta dettata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, non c’è possibilità di procedere nelle trattative senza prima aver chiarito i termini preliminari della separazione: Londra dovrà versare nelle casse dell’Europa tutto quanto si è impegnata a versare con il bilancio pluriennale che scade nel 2020. “Le pendenze di bilancio a carico di Londra in vista del recesso”, spiega il Sole 24 Ore, “oscillano fra i 20 e i 70 miliardi di euro, con la forbice 50-60 miliardi considerata, da Bruxelles, più realistica”. Pagare moneta, vedere cammello: questo, in pratica, il monito di Angela Merkel, che ha più volte ribadito la necessità di procedere necessariamente “in quest’ordine, non al contrario”.

Così come ha chiarito ulteriormente in questi giorni che “i Paesi con lo status di Paesi terzi, come sarà la Gran Bretagna, non possono avere e non avranno gli stessi diritti o addirittura più diritti di un Paese membro. Questo può sembrare ovvio. Ma lo devo dire così chiaramente perché ho l’impressione che alcuni in Gran Bretagna si facciano ancora illusioni su questo fronte e questo è uno spreco di tempo”. Ecco perché la Germania, che non confida troppo nell’accettabilità delle pretese britanniche, spera di saldare prima di ogni altra cosa i conti con Londra, per portare a casa quello che, probabilmente, viene considerato il massimo risultato possibile.

Senonché Londra, naturalmente, ha tutta l’intenzione di utilizzare il conto aperto con l’Ue come l’arma più forte a disposizione per ottenere quel che chiede e, dopo tutto, non ha tutti i torti a non cedere su questo fronte, regalando alla controparte un così importante potere contrattuale prima ancora di iniziare. Tenendo conto, soprattutto, che i soldi che l’Ue chiede si riferiscono appunto ad un bilancio che, come abbiamo detto, scade nel 2020, cosicché il Regno Unito dovrebbe continuare a contribuire ancora per almeno un anno anche dopo la sua uscita formale dall’Ue. Una pretesa che Londra ha già rispedito al mittente – pagherà soltanto per tutto quanto li vedrà ancora partecipi – e che la sottocommissione finanze della Camera dei Lords, rivelando la strategia negoziale, ha messo giù in questi termini: se saltano le trattative, l’uscita per il Regno Unito potrebbe costare zero. Ecco, dunque, lo strumento per costringere i 27 a sedersi a quel tavolo ben disposti, nonostante le parole forti che la Merkel va ripetendo da quando gli inglesi hanno votato Leave: “Uno Stato terzo, quale sarà la Gran Bretagna, non potrà avere gli stessi diritti di uno Stato europeo”, ha affermato poche ore fa davanti al Bundestag. Parole che il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni ha seguito a ruota: “Una cosa è certa: il quadro dei nuovi accordi non può essere caratterizzato dal mercato unico ‘à la carte’ che verrebbe concesso al Regno Unito. Il mercato unico è una straordinaria risorsa per i Paesi dell’Ue ma non si può immaginare che qualcuno decida di prendere ciò che gli interessa, cioè la parte economico e finanziaria, e chiudere su ciò che non gli interessa come la libera circolazione delle persone, togliendo pezzi sgraditi al governo di Londra”. Insomma, si può negoziare con gli Stati Uniti, con il Canada e con chiunque in nome dei reciproci vantaggi economici, ma non con il Regno Unito.

Una logica che rivela chiaramente l’intento punitivo e del tutto politico che muove la parte negoziale europea, almeno alla vigilia dei negoziati veri e propri, secondo un metodo che non si discosta troppo dai metodi mafiosi: o stai sotto di noi oppure ti boicottiamo, ti facciamo fuori. Una logica che, dopo tutto, potrebbe avere anche un suo senso se fosse economicamente vantaggiosa. Ma lo è? Conviene all’Europa? Stando alle cifre proposte da Eurostat, probabilmente no: “In ogni Stato membro gli scambi intra Ue di merci (ottenuti combinando le spedizioni e gli arrivi) sono superiori a quelli extra Ue (ottenuti combinando esportazioni e importazioni), con l’eccezione del Regno Unito“. Seppure la Germania presa singolarmente esporti molto di più fuori dall’Ue, è anche vero che per la Germania il mercato europeo è molto più importante che per il Regno Unito. Ma, anche se fosse il contrario, rinunciare ad un importante partner commerciale non sarebbe un vantaggio per nessuna delle parti in causa e, nel contesto di un mercato internazionale sempre più privo di barriere, un atteggiamento di chiusura segue una logica del tutto a sé stante e razionalmente incomprensibile. E se domani fosse l’Italia a voler uscire dall’Europa per riprendersi la propria sovranità monetaria e politica, sarebbe giusto e sensato il ricatto economico da parte dell’Ue? Se l’Europa è davvero il sogno di un continente di popoli fratelli e pacificati, allora non può essere la sovranità nazionale a far paura e la conditio sine qua non per esserlo.

Resta il fatto che, stando così le cose, Theresa May si prepara a negoziati duri e, dopo aver indetto a sorpresa le elezioni politiche per il prossimo 9 giugno, ha dato inizio alla sua campagna elettorale con toni da leader navigato: “Solo due persone hanno la possibilità di diventare primo ministro il 9 giugno. Solo due persone possono rappresentare la Gran Bretagna in Europa. La scelta è tra cinque anni di leadership forte e stabile con me come Primo Ministro, oppure una coalizione caotica con Jeremy Corbyn al timone, un leader debole che negozia la brexit e tasse, debiti e sprechi più alti”. Dichiarazioni che evidenziano l’intenzione della premier britannica a presentarsi agli elettori come garante degli interessi di tutti, al di là degli schieramenti, valicando le differenze politiche in nome dell’unità nazionale: “Non conta chi hai votato in passato, ora si tratta di votare per l’interesse nazionale, di votare per il futuro. Chiunque nel paese ha una buona ragione per darmi il suo voto”, ha affermato rivolgendosi agli elettori laburisti. “Questa è l’elezione più importante che questo paese affronta da quando sono in vita. Abbiamo bisogno di un mandato che sia il più forte possibile e della leadership più forte possibile per avviarci a questi negoziati. Se mi darete il voto per dar forza alla mia voce al tavolo dei negoziati a Bruxelles, farò tutto il possibile per rappresentare gli interessi di ogni persona in questa grande città – di ogni persona in questo grande Paese”.

Votare May, dunque, nel superiore interesse della Gran Bretagna poiché, al di là della contrarietà o meno rispetto alla brexit, che è ormai un dato di fatto dopo l’attivazione della clausola di recesso, serve un leader forte e convinto per trattare da una posizione di forza prendendo il massimo e concedendo il minimo, questo il punto di vista portato avanti. Una campagna elettorale, quindi, che la leader conservatrice intende affrontare totalmente in chiave brexit e sfruttando il momento di debolezza dei Labour, che soltanto l’anno scorso, a ridosso del referendum, era finiti anche sotto accusa per le dichiarazioni “antisemite” di alcuni esponenti, che avevano costretto proprio Corbyn ad aprire un’indagine interna.

Quanto ai negoziati, oltre ai già citati contributi che l’Europa pretende dal Regno Unito e che riguardano ogni capitolo del budget di spesa, sul tavolo ci saranno, tra le altre cose, i diritti degli europei residenti nel regno (la bozza europea prevede “l’acquisizione della residenza permanente dopo un periodo continuativo di cinque anni di residenza lagale”) e, dunque, tutte le questioni connesse alla libera circolazione delle persone all’interno dei confini Ue e dei relativi benefit che la cittadinanza europea comporta in ogni Paese membro.

Emmanuel Raffaele

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