Tremonti a CasaPound: “la democrazia non si esporta”. Ma dimentica l’intervento in Iraq nel 2003

Milano, 17 dic – “Le guerre di esportazione hanno causato le migrazioni di massa. Ma la democrazia è un processo progressivo che non si può esportare. Inoltre, patria deriva da ‘pater’: non puoi superare e violare la terra degli altri”. Ma ci troviamo di fronte ad un secco “no comment” quando, all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, chiediamo conto della sua posizione e dell’operato del secondo governo Berlusconi, che all’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 diede il proprio sostegno e vi partecipò attivamente. In merito a quell’intervento, costruito sulla bugia dell’intelligence delle armi chimiche di Saddam Hussein, l’ex ministro di peso di ben quattro governi Berlusconi su quattro ha preferito il silenzio.

Questa breve introduzione per dire che – senza così voler dare un giudizio preventivo sul suo nuovo libro, “Mundus Furiosus”, che ha presentato ieri ospite di CasaPound a Milano – le tesi dell’ex vicepresidente di Forza Italia, pur tangenti rispetto ad alcune posizioni sovraniste, restano pur sempre le tesi un ex berlusconiano. Uno che oggi come allora critica l’Europa ma è stato anche il primo a sostenere le politiche di austerità invocate poi dall’odiato Monti. “Non so se sia una ideologia ma l’austerità certamente è una necessità e una responsabilità”, dichiarava del resto nel 2010. E l’Espresso addirittura titolava: “Tremonti e quell’austerità usata contro Silvio”; mentre i tagli lineari del professore lombardo erano al centro delle proteste delle opposizioni.

Il suo intervento, nella sala convegni del Grand Visconti Palace, si apre con gli straordinari cambiamenti delle ultime due decadi: “vent’anni fa c’erano ancora gli Stati sul modello di Westfalia, con una moneta propria, una giustizia propria, non c’era internet, né le migrazioni di massa e la struttura dell’Occidente era basata sul G7. Oggi c’è il G20, che rappresenta miliardi di persone e non più 700 milioni di occidentali, non conta più solo il dollaro e tra i paesi che contano non tutte sono propriamente democrazie”. A farne le spese, secondo il senatore, il trinomio “dollaro/inglese/democrazia”. Un trinomio, però, che a ben guardare non può essere considerato poi così estraneo da quella globalizzazione a cui Tremonti giustamente sembra guardare con diffidenza per via della sua degenerazione finanziaria e politica.

Il voto dei popoli arriva a colpire il blocco di potere che ha dominato gli ultimi vent’anni”, spiega con riferimento alla “brexit”, a Trump ed all’ondata populista che attraversa l’Occidente. Ma difficilmente, in verità, si riscontra una discontinuità tra questo blocco di potere e quello dominante dal secondo dopoguerra, che ha sempre avuto sede al di là dell’Atlantico e che di questa Europa può esser considerato l’artefice. Sfugge, francamente, l’obiettivo del discorso tremontiano. E sembra accorgersene anche Angelo Perrino, direttore di affaritaliani.it, che prova a provocarlo nel merito: “chi c’è dietro a questo flusso di eventi?”. Ma anche questa è una domanda a cui il professore di Sondrio, stizzito, preferisce non rispondere: “è una concezione deviante e antropomorfa che non mi appartiene”. Né riusciamo ad ottenere di più noi quando chiediamo conto di una critica alla globalizzazione – “dalla ricchezza delle nazioni di Smith siamo giunti alla ricchezza senza nazioni”, osserva, a ragione, il professore – che però non ne mette in discussione le fondamenta liberiste. Cita opportunamente Marx per via della contrapposizione tra l’indipendenza delle nazioni e la loro interdipendenza, ma non intende poi mettere in discussione i trattati di libero scambio: “non credo sia possibile né opportuno fermarli, ma occorre riequilibrarli”. Un tocco di protezionismo qua e là ma la globalizzazione, in fondo, non si può fermare: questo il succo di un discorso che parte conservatore e prosegue su questo solco. “Credo nel ritorno della tradizione, dei valori, del Romanticismo”, sostiene appassionato. La globalizzazione, però, non può e non deve essere combattuta, secondo lui, negli aspetti economici, che Tremonti considera irreversibili e inarrestabili, ma negli “aspetti politici”. Opporsi ad un governo mondiale, insomma, ma non agli scambi commerciali su scala globale. Tutto molto bello se non fosse che il governo mondiale nasce esattamente dagli scambi che si intensificano e creano un mercato troppo forte e troppo grande per essere controllato da Stati troppo piccoli e troppo deboli per fare da controllori ai colossi multinazionali che vi operano. A spingere contro le frontiere, a voler la fine degli Stati, sono proprio queste compagnie.

Non credo che l’Unione Europea abbia un futuro”, afferma poi, giustamente critico anche nei confronti dell’iper-regolamentazione dell’Ue. E, come aveva già fatto in passato, suggerisce l’idea di una confederazione. Ma, anche in questo caso, l’impressione è che, al di là delle parole, di concreto ci sia poco e che troppe siano le tracce di incoerenza. Manca un filo conduttore, mancano i colpevoli, manca una progettualità e, nell’ipotesi che le risposte siano tutte ben nascoste nel libro, manca quanto meno la capacità di saperle raccontare.

Emmanuel Raffaele, 17 dic 2016

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