Ripartire da Omero: ecco perché l’Iliade salverà l’Europa

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Non intendiamo detronizzare Dante Alighieri ed il suo ruolo nella formazione di generazioni di liceali italiani, per i quali la Divina Commedia da sempre rappresenta lo strumento d’apprendimento delle radici della cultura italiana. Ma, in un momento storico in cui l’Europa  mostra i segni del suo tramonto, non sarebbe male fare qualche passo indietro, fino a quella che Maria Serena Mirto, nel suo saggio introduttivo nell’edizione Mondadori, definisce senza dubbio “la prima opera letteraria occidentale fissata dalla scrittura”: l’Iliade. Perché, se al termine Occidente non si intende dare l’accezione che comunemente ormai la lega all’ideologia occidentalista di matrice americana, può esistere ancora un Occidente, il cui cuore pulsante è l’Europa, che si imponga il dovere di custodire e rappresentare nei fatti la cultura greco-romana ed una storia fatta di guerre fratricide ma anche di scambi culturali, politici e sociali vitali per l’umanità, che rendono fratelli nel bene e nel male i popoli che, da secoli, vivono sul nostro continente. Rispolverare l’Iliade, dunque, vuol dire in quest’ottica riscoprire un universo simbolico dall’alto valore pedagogico che può senz’altro riportarci alle radici della civiltà europea e, con la sua identità originaria e fondante, anche tutta la sua forza.

zeus-100372710-primary.idgeUOMINI E DEI – Innanzitutto, “la società omerica”, sottolinea Guido Paduano, traduttore del testo originale, “mescola uomini e dèi nello stesso gruppo che organizza l’orizzonte dei giudizi e delle attese“. Ma, se il mescolarsi del piano umano con quello divino non è certo esclusiva del mondo ‘pagano’ (basti pensare all’origine del Cristianesimo), nei monoteismi la volontà divina, laddove si manifesta, lo fa in maniera lineare e “unidirezionale”, mentre nel mondo omerico, non solo uomini e dèi, ma anche tra loro stessi gli dèi si combattono, si aiutano, discutono, si confidano, si fanno giustizia e reclamano vendette, dimostrando di possedere la forza e l’immortalità ma certo non l’unità, rappresentata soltanto dalla figura “sovrana” di Zeus che riconcilia, con le buone o con le cattive, le diatribe tra gli “agenti sovrannaturali”. Il piano divino, insomma, ci riserva indubbiamente una complessità maggiore, meno artificiosa e costruita rispetto ai monoteismi, tanto che è Zeus stesso, prima della distruzione di Troia, a dichiarare: “Tra le città che gli uomini terrestri abitano sotto il sole e sotto il cielo stellato, più di tutte nel mio cuore onoravo la sacra Ilio e Priamo e il popolo del valoroso Priamo, perchè sugli altari non mancava mai la mia parte di libagioni e di grasso, l’onore che ci è dovuto”(IV). Quanto al mescolarsi del piano umano con quello divino, che potrebbe far pensare ad un racconto fiabesco o ad una visione farsesca del sovrannaturale, di per sé dimostra soltanto una concezione del mondo che non può prescindere da ciò che non è visibile. Talmente distante dal materialismo filosofico moderno che perfino i racconti umani non possono fare a meno della rappresentazione simbolica della partecipazione divina.

L’ETICA DELLA VIOLENZA – Venendo finalmente ai fatti narrati, bisogna ben guardarsi dal sovrapporre all’epica omerica una dimensione che possa dirsi a qualunque titolo pacifista: l’Iliade è interamente immersa nel codice della violenza istituzionalizzata, che non viene intaccato nè dalla profonda e universale pietà, e neanche dai dubbi sporadici sulla fondatezza della guerra”, premette ancora Paduano. “Si confondono volutamente”, prosegue, “l’aggressività istituzionale e quella privata, sebbene la prima sia altrettanto costruttiva della comunità e della socialità quanto la seconda ne è distruttiva […]. Dobbiamo allora distinguere da questa un’ulteriore opposizione: l’integrazione sociale di Ettore contro l’individualismo egoistico di Achille. Ed è proprio in questa chiave che vanno lette le parole di Zeus nei confronti di Ares: “Banderuola, non venirmi qui a piangere; tu mi sei il più odioso fra tutti gli dèi d’Olimpo perché sempre ti sono cari i litigi, le battaglie, le guerre”. Non si tratta di un’improvvisa ricaduta pacifista del sovrano celeste, ma del biasimo nei confronti di una violenza a scopo puramente privato, illegittima. In ogni caso, la violenza è considerata e descritta con realismo. Né nascosta, né esaltata, né demonizzata.  In verità, tutto nell’Iliade – ancor più nell’Odissea ma con sostanziali differenze nelle tematiche – è realismo: la gloria non cela i dolori della guerra, l’atto eroico non nasconde le mostruosità dei colpi e delle ferite, l’onore non disprezza la ricchezza materiale“Il figlio di Atreo”, racconta Omero, “incalzava gridando, con le mani invincibili sporche di sangue”. Non c’è un altro lato della medaglia: lo strumento dell’eroe è la violenza. Fatta di ossa rotte, scudi e crani trapassati, occhi inflizati, braccia spezzate.

Ogni forma di moralismo è assente. Ed il realismo non è perciò macchiavellico” ma è presa di coscienza delle cause, dei fini, dei mezzi e così anche delle loro conseguenze. “Odisseo da dietro gli piantò nel dorso la lancia in mezzo alle spalle, e gli trapassò il petto”. Non c’è pietà per chi fugge. Celebre per la sua proverbiale intelligenza, prode in battaglia, ottimo re, non per questo Odisseo è risparmiato dalla brutalità. E nel successivo poema a lui dedicato, peraltro, le scene di violenza descritte sono ancora più dure e macabre: al momento del ritorno a Itaca, la sua vendetta su Proci e traditori non è quella dell’eroe che stermina i nemici circondato da un’aura di splendore ma, anzi, è minuziosa e particolareggiata la descrizione dei cadaveri appesi e della scena del delitto (non più un campo di battaglia ma il focolare domestico che rende ancor più brutale la violenza). Non è forse un caso se i duelli sono quasi sempre raccontati attraverso la similitudine con il mondo animale: “Altri ancora fuggivano nella pianura, come giovenche spaventate dal leone piombato nel buio notturno; per quella a cui si avvicina si apre l’abisso di morte: le spezza il collo afferrandola coi forti denti prima, poi succhia il sangue e tutte le viscere; così li inseguiva il figlio di Atreo, il potente Agamennone” (XI).

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LA GLORIA AL SERVIZIO DELLA PATRIA – La gloria conquistata in battaglia, generata essenzialmente dal coraggio, è ovviamente il tema cruciale. E’ il coraggio che scolpisce nella memoria il ricordo dell’eroe, che lo innalza davanti agli uomini e ne fissa l’esempio nel ricordo dei posteri e della sua stirpe, il che rimanda anche al valore pedagogico e concreto della gloria stessa, poiché spinge ciascuno ad elevarsi, per inseguirne la grandiosità e, di conseguenza, rende più forte la patria. Mentre, al tempo stesso, viene fuori il ruolo centrale della stirpe, che conferisce ad ognuno la responsabilità di esserne degno, in una concezione anti-individualistica ovviamente sconosciuta al mondo moderno, che naturalmente rafforza tali popoli rispetto a quelli privi di un’identità collettiva. È perciò sul coraggio, ovviamente, che vengono spese le frasi più significative del poema, le più grandi lezioni di vita: “Vorrei almeno essere moglie di un uomo più forte, che capisse il biasimo e la vergogna di fronte agli uomini. Ma lui non ha e non avrà mai, neanche in futuro, un cuore saldo, e credo che dovrà scontarne la pena” (IV), confessa Elena, causa scatenante della guerra, al valoroso cognato Ettore, “figlio di Priamo” . Rapita al suo legittimo sposo dal biondo Paride, che ha così costretto il suo popolo ad anni di assedio per un capriccio, Elena stessa conosce una vergogna che lui non dimostra di avere, più incline ad assecondare i piaceri più che i suoi doveri, in contrapposizione netta e costante con Ettore che, pur fedele alla sua Andromaca – il loro incontro prima della battaglia è una delle scene più toccanti e significative dell’Iliade – padre affezionato e marito affettuoso, in quanto principe mette al primo posto il dovere verso la patria:“Terribilmente mi vergognerei di fronte ai Troiani e alle Troiane dai lunghi pepli”, dichiara con fermezza alla sua sposa, “se come un vile mi tenessi lontano dalla battaglia; non a questo mi spinge il mio cuore, poiché da sempre ho imparato ad essere forte e a combattere in prima fila tra i Troiani, dando grandissima gloria a mio padre e a me stesso” (VI). La gloria è individuale, certo, ma esiste soltanto in relazione al servizio della patria. Ed il pur invincibile Achille, amante delle razzie, spietato con il cadavere di Ettore, leader solitario dei suoi Mirmidoni, tradendo più volte il suo individualismo fino al ritiro dalla battaglia per un torto subito dal re Agamennone, capo della spedizione contro Troia, è elogiato in via esclusiva per le sue doti personali e nelle descrizioni non è circondato dalla stessa aura di eroismo che invece avvolge Ettore, adorato dal suo popolo pur nella sua umanità, che affronta in tutta la sua debolezza nel momento dello scontro per lui mortale con Achille, prima del quale tenta la fuga in preda al panico, fino a ritornare in sé andando incontro al Pelide ed al suo destino.


VALORE E FORZA COME FONTE DI LEGITTIMAZIONE DIVINA – 
“Non parlarmi di fuga, non ti darò ascolto. La mia nobiltà non può sottrarsi alla battaglia”, urla nel libro V Diomede a Stenelo che cerca di convincerlo a ritirarsi dalla prima fila dove Enea affronta Pandaro. La nobiltà nella società omerica non è questione di forma. Più precisamente, la sostanza non esclude la forma ma la precede, le trasmette i contenuti per esser tale e ne giustifica e motiva la forma. Ecco la regalità, il diritto dei re di esser tali, la gerarchia, in opposizione ad una concezione democratica ma, ancor di più, ad una concezione meramente “burocratica” della gerarchia, che Evola definirebbe “gerarchismo”, consistendo essenzialmente in una forma ormai priva di contenuti. Il capo è qui colui che “serve” la comunità, come un samurai che protegge l’impero giapponese ed il suo popolo, il capo nella società omerica gode dei suoi privilegi in virtù dei doveri ai quali assolve. Il capo è la guida. È in prima fila. Il capo è l’esempio ed è tale in quanto è il migliore. Ecco l’aristocrazia. Rigorosamente guerriera“Ora dobbiamo stare tra i Lici in prima fila e affrontare la battaglia bruciante, perché i Lici dalle forti corazze possano dire: ‘Non sono privi di gloria i nostri re, che governano la Licia e mangiano grasse pecore e bevono vino scelto, soave, ma hanno grande vigore, perché combattono in prima fila tra i Lici’ “, afferma infatto Sarpedonte spiegando il concetto con semplicità, meglio di quanto noi potremmo mai fare.

Ed è forse ancora più chiaro Odisseo quando, nel libro II, col malumore che serpeggia tra i Greci, stanchi e pronti a salpare con le loro navi per tornarsene a casa, con durezza sprona nobili e sudditi (come in questo caso) che vogliono fuggire: “Sciagurato, stattene fermo e seduto e ascolta gli altri che sono migliori di te; tu non hai valore né forza; non conti niente in battaglia e niente in consiglio; non vorremmo, qui dentro, regnare tutti! Non è un bene l’autorità di molti: ci deve essere un solo capo, un re a cui il figlio di Crono dal tortuoso pensiero ha dato lo scettro e le leggi, perché decida per gli altri. Troviamo qui una perfetta e concisa elaborazione teorica sulla legittimazione del potere sovrano secondo il “diritto divino”, centrale per secoli fino all’Illuminismo, qui peraltro efficacemente  spiegata nel suo significato concreto: il valore e la forza, è attraverso questi “segni” che il dio “seleziona” un capo. In questi indizi di superiorità consiste la sua legittimazione da parte del dio, che è consacrata dalla capacità stessa di farsi rispettare e, quindi, obbedire, poiché nel concetto di sovranità vengono in rilievo appunto tanto la capacità di creare diritto quanto la forza di farlo rispettare. E così niente è scontato e la gerarchia è costantemente in gioco sulla base dei comportamenti: i gradi si conquistano sul campo, concetto da chiarire per non cadere, sul fronte opposto, nello stesso vuoto teorico della legittimazione democratica rifugiandosi nella difesa strenua di una forma, qual è la regalità, che non è per forza sostanza.

Ciò che peraltro ribadiva Evola in una frase troppo spesso dimenticata o ignorata dagli stessi “evoliani” che, sulla base di questi ed altri punti delicati della sua costruzione “metapolitica”, hanno influenzato in senso conservatore l’ambiente in cui coestisono tutti coloro che guardano con interesse all’opera ed al significato del fenomeno fascista. Premesso quanto approfondito nella nostra breve digressione, Odisseo colpisce Tersite con lo scettro, colpevole di aver insultato pubblicamente Agamennone (verso il quale Odisseo non mostrerà certo servilismo in altre occasioni). E, coerentemente con l’ideale greco del “kalòs kai agathòs” (bello e buono) tipico dell’eroe, Tersite, per contrasto, è così significativamente descritto: “Tersite aveva in cuor suo molte parole confuse, inutili, disordinate, ostili ai sovrani, ma gli sembrava che avrebbero divertito gli Achei. Era il più brutto tra i Greci venuti a Troia: si trascinava zoppo ad un piede, le spalle curve rientranti sul petto; sopra, la testa era appuntita e coperta da rada peluria”.

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PATRIA E COMUNITA’ DI DESTINO – La centralità della gloria, del coraggio e della gerarchia, quindi, conducono direttamente all’idea di patria. Non si tratta di “semplice” patriottismo. No. Il concetto di patria qui presente va più a fondo ed è tutt’uno con l’etica anti-individualistica a cui abbiamo accennato e, quindi, con l’idea di Stato come comunità (in opposizione allo Stato come società, di matrice individualistica/liberale). È così, ad esempio, che Poseidone comanda ai greci: “Il guerriero prode che indossa un piccolo scudo lo ceda a un soldato peggiore e lui lo prenda più grande” (XIV). Il contrario di quanto avverrebbe in democrazia. Oppure ancora Ettore, che rivolge ai suoi questo particolare invito: “Chi di voi, colpito da lontano o da vicino, incontrerà il destino di morte, muoia: non è vergogna per lui morire difendendo la patria” (XV). È lui, strenuo difensore delle mura di Troia, a ritornare, nel libro XII, di nuovo su questo punto, evidentemente cruciale per i troiani, che appaiono sempre molto compatti nonostante muoiano e soffrano per il codardo Paride, mentre i greci sono spesso divisi pur trovandosi dalla parte del giusto, avendo il principe troiano infranto i patti: “Uno solo è l’augurio migliore, combattere per la patria”. È questo che tiene unito il popolo della “sacra Ilio”.

Nonostante Ettore venga poi ucciso, infatti, gli achei prenderanno Troia soltanto grazie ad un inganno di Odisseo che trova non pochi oppositori fra i suoi pari. “Crediamo forse di avere dietro di noi chi ci dà aiuto, o qualche muro più forte, che ci difenda dalla sciagura? Non c’è vicino nessuna città dai saldi bastioni dove possiamo difenderci avendo rinforzi dal popolo: siamo nella piana dei Troiani dalle forti corazze, sospesi verso il mare, lontani dalla nostra patria. Nelle nostre braccia è la luce, non nell’indolenza in battaglia(XV), grida Aiace – impavido e imponente, uscito indenne dallo scontro con Ettore, allo stremo delle sue forze – ai suoi che si stanno perdendo d’animo vedendo i guerrieri troiani imperversare a due passi dalle loro navi e dal loro campo. “Nelle nostre braccia è la luce”. E’ un uomo d’azioneAiace, un baluardo, ma questa sua frase mette in rilievo due cose fondamentali: la forza che proviene dal combattere per difendere la propria patria e i propri cari, “privilegio” che i greci non hanno, e la capacità di fare della propria idea (la giusta causa) la propria patria, supplendo alla forza che conferisce ciò che è (pur sempre) materiale con la forza che si ha dentro: il proprio spirito. “Nelle nostre braccia è la luce”.

INVIOLABILITA’ DEL SACRO

Inutile dire, in proposito, che il sacro permea anche il linguaggio dei personaggi e ne sancisce l’inviolabilità, fungendo così da garanzia degli accordi: “Zeus padre non aiuterà gli spergiuri, e quelli che per primi hanno infranto i patti” (Agamennone, IV). E ancora il capo degli Achei, nel libro XIX: “Mi sia testimone per primo Zeus, il dio massimo e sommo, la Terra, il Sole e le Erinni che sotto terra puniscono gli uomini che giurano il falso”. I patti sono sacri. Così come gli atti rituali: “non oso libare a Zeus il vino lucente con mani impure; il dio dalle nuvole nere non è lecito pregarlo sporchi di sangue e di fango”. In tutto questo – guerra ed eroismi, rituali e giuramenti, gloria e brutalità, fede e razionalità – consiste la “religiosità” dell’Iliade. E se l’Europa e i suoi popoli avranno una chance di rinascere, dopo tutto, dipenderà esattamente dalla nostra capacità di far risorgere quell’etica ormai sovvertita. Non sarebbe male iniziare a spiegarlo agli studenti dei nostri licei.

Emmanuel Raffaele, 1 gen 2016

Su Islam e Occidente, destra contro “destra”

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“Non sono adatto al mercato elettorale dove la pur formidabile Meloni è poi costretta ad argomentare da pezzente per salvaguardare il proprio orticello”. Così Pietrangelo Buttafuoco sulla proposta salviniana di candidarlo a governatore della Sicilia e la reazione del leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, contraria per il suo essere “islamico”.

La questione, in effetti, ha evidenziato una frattura da sempre presente all’interno dello scenario della cosiddetta destra, distinguendo una destra che si vuole conservatrice, occidentalista, con il pallino dell’ordine apparente di tipo borghese, ed una destra che non vorrebbe neanche poi tanto essere destra, ma si vuole avanguardia, rivoluzionaria, anti-borghese e più propriamente nazionalista, rifiutando sottomissioni culturali all’ideologia occidentalista di derivazione americana.

Una frattura – meta-politica, dal momento che poi le sfumature sono purtroppo le più varie – che intorno al tema dell’Islam si mostra con forza ed attualità.

Da una parte c’è la xenofobia di chi dal timore fa scaturire la propria identità soltanto per antitesi e si barrica così dietro la rigidità ideologica di chi è altrimenti privo di contenuti (si pensi alla destra in stile Oriana Fallaci o Giuliano Ferrara, atei a difesa di una presunta civiltà ebreo-cristiana). È la destra che ama il tintinnio delle manette, sta dalla parte della divisa e del più forte a prescindere, ha paura delle sirene di notte e brandisce croci aizzandole contro l’apertura di nuove moschee.

Dall’altra, c’è chi non teme le moschee o la diversità, non fa dell’immigrato il nemico ma, considerandolo una pedina (buono o cattivo ciò attiene alla sfera personale), si oppone piuttosto al fenomeno migratorio per motivi sociali e realmente identitari: è, innanzitutto, l’idea di Stato da difendere; poi lo Stato sociale messo a dura prova dall’immigrazione di massa, sia nella sua equità che nella sua tenuta; e, ancora, il concetto di cittadinanza, di popolo come “comunità” e non “società”; infine, l’idea stessa di diversità, che non è tale quando l’integrazione diviene omologazione della cultura al modello unico che, in nome di una sua presunta superiorità, proprio l’ideologia occidentalista porta avanti.

Inevitabilmente, chi non ama il liberalismo da cui scaturisce l’ideologia occidentalista e vorrebbe un fronte nazionale o europeo fondato su un modello economico-politico alternativo a quello fintamente democratico attuale, non ha certo interesse a paventare uno scontro di civiltà che oppone l’Islam ad uno schieramento per nulla affine, pur senza parteggiare per gli “invasori” o divenendo esterofili come è d’uso a sinistra.

Si sprecano, del resto, le fonti, che svelano la bugia occidentalista. Barbara De Poli, ad esempio, nel suo testo “I mussulmani nel terzo millennio”, ricorda: “Nel 1928, Hassan al-Bannà fondò al Cairo il movimento dei Fratelli Mussulmani, precursore delle diverse correnti radicali contemporanee. Secondo al-Bannà […] era necessario ripristinare la morale islamica e la legge religiosa, istituendo uno Stato islamico. La predicazione faceva leva sul sentimento religioso ma iscriveva l’Islam in una visione politica ideologizzata. Trovò ascolto soprattutto nei contesti sociali di nuova urbanizzazione.

La De Poli segnala due elementi importanti: fino alla prima metà del secolo scorso, i movimenti islamisti erano puntualmente schiacciati da quelli laici. Poi accade qualcosa: “Un fattore di islamizzazione si incardina nel conflitto bipolare: non va sottovalutato che il sostegno attivo ai movimenti islamisti fu una delle strategie promosse dagli Stati Uniti per sottrarre consensi al socialismo e indebolire le sinistre nei paesi arabi. Un contributo significativo a questo disegno venne dall’Arabia Saudita, altrettanto ostile al socialismo. Il controllo di luoghi del pellegrinaggio e, soprattutto, la scoperta del petrolio diedero alla casa saudita gli strumenti per divulgare la dottrina rigorista di Ubn Abd al-Wahhab, affine al salafismo radicale, su scala planetaria”.

Stato-islamico

Tutto ciò che, in breve, è ancora oggi sotto i nostri occhi, con l’appoggio ai ribelli in Siria contro Assad finché la nascita dello Stato islamico non costringe gli Usa a fare marcia indietro (almeno pubblicamente).

“È patente”, segnala infatti il testo, “l’ambiguità delle potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, che proclamano la guerra contro il terrorismo islamista, ma per strategia politica considerano alleati moderati paesi come l’Arabia Saudita o il Pakistan e annoverano come ostili i regimi più laici del Vicino Oriente, quali l’Iraq di Saddam Hussayn (la cui rimozione ha fatto esplodere e radicalizzare i conflitti religiosi nel paese) o la Siria ba’thista”.

“I nuovi intellettuali dell’Islam”, in effetti, “hanno spesso una formazione di tipo moderno e una debole conoscenza teologica […]. Moderna è la formulazione di una teoria sistematizzata dello Stato islamico; moderni sono anche i modelli organizzativi rigidamente strutturati e gli strumenti della propaganda”.

L’Islam, insomma, si trasforma in ideologia ed in maniera speculare si comporta anche la civiltà cristiana, che nel frattempo perde adepti e la pratica del culto, ma diviene bandiera da sventolare contro la serpe custodita finora in seno da chi ora la dichiara male assoluto.

“Pur avendo dichiarato l’Islam fonte di diritto all’articolo 3 della Costituzione”, osserva la De Poli sulla Siria, “non ne cita mai l’autorità nella sezione dedicata al potere legislativo, attribuito all’Assemblea Popolare, che deve essere costituita almeno per metà da operai e contadini, ma che non pare necessiti della presenza di ulema. All’articolo 134 precisa inoltre che i giudizi in tribunale vanno resi in nome del ‘popolo arabo di Siria’, non in nome di Dio o dell’Islam. Anche per quanto riguarda i principi educativi, la Costituzione afferma che la scuola deve creare ‘una generazione araba socialista’ e non ‘mussulmana’ ”.

La ferma opposizione al fondamentalismo, dunque, non deve condurre ad un rifiuto dell’Islam.

Peraltro, l’Islam conosce una varietà di applicazioni della sharia fino al caso estremo della Tunisia, esempio di laicismo dal punto di vista legislativo. Esistono e sono esistiti più Islam, anche perché non esiste un clero ed una “chiesa” al suo interno. Sotto l’impero ottomano, ad esempio, attraverso le millet, era consentita la libertà religiosa ai cristiani ed alle altre comunità e persino la rappresentanza politica. Libertà religiosa che viene messa in dubbio soltanto dai fondamentalisti.

La percentuale minima di disposizioni giuridiche rintracciabili nel Corano – il 3/7% -, quasi tutte sul diritto di famiglia, consentono alle diverse scuole di pensiero le interpretazioni più varie ed esistono nell’Islam persino istituti “moderni”, come il divorzio. C’è anche – come nell’ebraismo – il ripudio, è vero, ma non è consigliato dal Profeta. Stessa cosa vale per la poligamia, vietata del resto in molti stati, usanza beduina ereditata a malincuore dall’Islam e giustificata da un solo versetto che ne limita l’applicazione ad alcuni casi e corredata da un forte monito sull’impossibile equità con cui trattare le mogli, che per molti è un invito a non praticarla.

Esiste un femminismo islamico, sviluppatosi al suo interno soltanto in modo minoritario nella forma anti-religiosa che ha caratterizzato quello occidentale, ma cresciuto, invece, in un quadro di rispetto e re-interpretazione dell’Islam. La profonda “mutevolezza” dell’Islam fattuale, a fronte di una sua immobilità dal punto di vista formale, è dunque fondamentale per approcciarlo. Lo stesso divieto di prestito ad interesse (ribà), ancora formalmente vietato e rispettatissimo è poi, però, aggirato con diversi mezzi. Quanto alle mutilazioni genitali femminili, sconosciute all’80% della comunità mussulmana, nessuna menzione ne fa il Corano, mentre sono citate senza essere consigliate soltanto in una hadit.

E ancora troviamo spunti di buon senso in quello che è il mahr, il donativo nuziale che, se pur da molti è interpretato come costo della sposa, per secoli ha rappresentato una essenziale tutela della donna, titolare di un suo patrimonio (vige solo la separazione dei beni) e garantita da questa “dote” che veniva data per metà in caso di ripudio, costituendo di fatto una sorta di mantenimento e garanzia contro l’arbitrio dell’uomo. L’Islam ha persino conosciuto i matrimoni a termine o temporanei, utili a permettere rapporti sessuali extraconiugali in una formale liceità.

Anche la zakat, il tributo solidale prescritto da Mohammed, non viene raccolto rigidamente, così come molti non effettuano la preghiera cinque volte al giorno o non effettuano il pellegrinaggio, mentre è molto rispettato il ramadan. Il laicismo, insomma, è prassi quotidiana, seppur senza ostentazioni.

Da un punto di vista politico, inoltre, conviene evidenziare la chiave anti-liberista che in molti intravedono nella zakat e nel divieto di prestito ad interesse il che, associato al forte senso della comunità, ha dato spesso vita al sogno di una terza via alternativa tra i due blocchi ideologici, in maniera non dissimile a certi ambienti nazionalisti europei. Si pensi ai partiti Ba’th.

Non è un caso se la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo voluta dall’ideologia occidentalista, non solo per tutelare diritti e libertà, ma anche per fare della democrazia e dei principi liberali e liberisti i fondamenti di un nuovo ordinamento mondiale di fatto in auge con l’Onu, ha conosciuto forti opposizioni da parte islamica, si pensi alle dichiarazioni parallele del Cairo nel 1990 o a quella del 1981 a Parigi.

Se è vero che l’Islam – come l’antica Roma – non distingue tra autorità spirituale e potere temporale (il Profeta era, d’altronde, capo politico, guerriero e capo spirituale), è anche vero che ciò non porta obbligatoriamente al modello della teocrazia, laddove il modello più vicino è forse proprio di tipo imperiale, senza contare che l’Islam, tenendo separati atti vietati ed atti obbligatori da atti sconsigliati ma comunque legittimi, contiene già al suo interno un potenziale “laico”.

In conclusione, non si può parlare di un solo Islam e non ci si può opporre dunque ad un immaginario Islam compatto e fondamentalista. Si può, invece, laddove possibile e mantenendo la propria identità, tentare un dialogo fruttuoso con chi, almeno potenzialmente, ha una visione economico-politica anti-capitalista e identitaria che ci avvicina molto più all’Islam che a certi elementi della destra occidentalista della porta accanto.

 

Emmanuel Raffaele