Su Islam e Occidente, destra contro “destra”

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“Non sono adatto al mercato elettorale dove la pur formidabile Meloni è poi costretta ad argomentare da pezzente per salvaguardare il proprio orticello”. Così Pietrangelo Buttafuoco sulla proposta salviniana di candidarlo a governatore della Sicilia e la reazione del leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, contraria per il suo essere “islamico”.

La questione, in effetti, ha evidenziato una frattura da sempre presente all’interno dello scenario della cosiddetta destra, distinguendo una destra che si vuole conservatrice, occidentalista, con il pallino dell’ordine apparente di tipo borghese, ed una destra che non vorrebbe neanche poi tanto essere destra, ma si vuole avanguardia, rivoluzionaria, anti-borghese e più propriamente nazionalista, rifiutando sottomissioni culturali all’ideologia occidentalista di derivazione americana.

Una frattura – meta-politica, dal momento che poi le sfumature sono purtroppo le più varie – che intorno al tema dell’Islam si mostra con forza ed attualità.

Da una parte c’è la xenofobia di chi dal timore fa scaturire la propria identità soltanto per antitesi e si barrica così dietro la rigidità ideologica di chi è altrimenti privo di contenuti (si pensi alla destra in stile Oriana Fallaci o Giuliano Ferrara, atei a difesa di una presunta civiltà ebreo-cristiana). È la destra che ama il tintinnio delle manette, sta dalla parte della divisa e del più forte a prescindere, ha paura delle sirene di notte e brandisce croci aizzandole contro l’apertura di nuove moschee.

Dall’altra, c’è chi non teme le moschee o la diversità, non fa dell’immigrato il nemico ma, considerandolo una pedina (buono o cattivo ciò attiene alla sfera personale), si oppone piuttosto al fenomeno migratorio per motivi sociali e realmente identitari: è, innanzitutto, l’idea di Stato da difendere; poi lo Stato sociale messo a dura prova dall’immigrazione di massa, sia nella sua equità che nella sua tenuta; e, ancora, il concetto di cittadinanza, di popolo come “comunità” e non “società”; infine, l’idea stessa di diversità, che non è tale quando l’integrazione diviene omologazione della cultura al modello unico che, in nome di una sua presunta superiorità, proprio l’ideologia occidentalista porta avanti.

Inevitabilmente, chi non ama il liberalismo da cui scaturisce l’ideologia occidentalista e vorrebbe un fronte nazionale o europeo fondato su un modello economico-politico alternativo a quello fintamente democratico attuale, non ha certo interesse a paventare uno scontro di civiltà che oppone l’Islam ad uno schieramento per nulla affine, pur senza parteggiare per gli “invasori” o divenendo esterofili come è d’uso a sinistra.

Si sprecano, del resto, le fonti, che svelano la bugia occidentalista. Barbara De Poli, ad esempio, nel suo testo “I mussulmani nel terzo millennio”, ricorda: “Nel 1928, Hassan al-Bannà fondò al Cairo il movimento dei Fratelli Mussulmani, precursore delle diverse correnti radicali contemporanee. Secondo al-Bannà […] era necessario ripristinare la morale islamica e la legge religiosa, istituendo uno Stato islamico. La predicazione faceva leva sul sentimento religioso ma iscriveva l’Islam in una visione politica ideologizzata. Trovò ascolto soprattutto nei contesti sociali di nuova urbanizzazione.

La De Poli segnala due elementi importanti: fino alla prima metà del secolo scorso, i movimenti islamisti erano puntualmente schiacciati da quelli laici. Poi accade qualcosa: “Un fattore di islamizzazione si incardina nel conflitto bipolare: non va sottovalutato che il sostegno attivo ai movimenti islamisti fu una delle strategie promosse dagli Stati Uniti per sottrarre consensi al socialismo e indebolire le sinistre nei paesi arabi. Un contributo significativo a questo disegno venne dall’Arabia Saudita, altrettanto ostile al socialismo. Il controllo di luoghi del pellegrinaggio e, soprattutto, la scoperta del petrolio diedero alla casa saudita gli strumenti per divulgare la dottrina rigorista di Ubn Abd al-Wahhab, affine al salafismo radicale, su scala planetaria”.

Stato-islamico

Tutto ciò che, in breve, è ancora oggi sotto i nostri occhi, con l’appoggio ai ribelli in Siria contro Assad finché la nascita dello Stato islamico non costringe gli Usa a fare marcia indietro (almeno pubblicamente).

“È patente”, segnala infatti il testo, “l’ambiguità delle potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, che proclamano la guerra contro il terrorismo islamista, ma per strategia politica considerano alleati moderati paesi come l’Arabia Saudita o il Pakistan e annoverano come ostili i regimi più laici del Vicino Oriente, quali l’Iraq di Saddam Hussayn (la cui rimozione ha fatto esplodere e radicalizzare i conflitti religiosi nel paese) o la Siria ba’thista”.

“I nuovi intellettuali dell’Islam”, in effetti, “hanno spesso una formazione di tipo moderno e una debole conoscenza teologica […]. Moderna è la formulazione di una teoria sistematizzata dello Stato islamico; moderni sono anche i modelli organizzativi rigidamente strutturati e gli strumenti della propaganda”.

L’Islam, insomma, si trasforma in ideologia ed in maniera speculare si comporta anche la civiltà cristiana, che nel frattempo perde adepti e la pratica del culto, ma diviene bandiera da sventolare contro la serpe custodita finora in seno da chi ora la dichiara male assoluto.

“Pur avendo dichiarato l’Islam fonte di diritto all’articolo 3 della Costituzione”, osserva la De Poli sulla Siria, “non ne cita mai l’autorità nella sezione dedicata al potere legislativo, attribuito all’Assemblea Popolare, che deve essere costituita almeno per metà da operai e contadini, ma che non pare necessiti della presenza di ulema. All’articolo 134 precisa inoltre che i giudizi in tribunale vanno resi in nome del ‘popolo arabo di Siria’, non in nome di Dio o dell’Islam. Anche per quanto riguarda i principi educativi, la Costituzione afferma che la scuola deve creare ‘una generazione araba socialista’ e non ‘mussulmana’ ”.

La ferma opposizione al fondamentalismo, dunque, non deve condurre ad un rifiuto dell’Islam.

Peraltro, l’Islam conosce una varietà di applicazioni della sharia fino al caso estremo della Tunisia, esempio di laicismo dal punto di vista legislativo. Esistono e sono esistiti più Islam, anche perché non esiste un clero ed una “chiesa” al suo interno. Sotto l’impero ottomano, ad esempio, attraverso le millet, era consentita la libertà religiosa ai cristiani ed alle altre comunità e persino la rappresentanza politica. Libertà religiosa che viene messa in dubbio soltanto dai fondamentalisti.

La percentuale minima di disposizioni giuridiche rintracciabili nel Corano – il 3/7% -, quasi tutte sul diritto di famiglia, consentono alle diverse scuole di pensiero le interpretazioni più varie ed esistono nell’Islam persino istituti “moderni”, come il divorzio. C’è anche – come nell’ebraismo – il ripudio, è vero, ma non è consigliato dal Profeta. Stessa cosa vale per la poligamia, vietata del resto in molti stati, usanza beduina ereditata a malincuore dall’Islam e giustificata da un solo versetto che ne limita l’applicazione ad alcuni casi e corredata da un forte monito sull’impossibile equità con cui trattare le mogli, che per molti è un invito a non praticarla.

Esiste un femminismo islamico, sviluppatosi al suo interno soltanto in modo minoritario nella forma anti-religiosa che ha caratterizzato quello occidentale, ma cresciuto, invece, in un quadro di rispetto e re-interpretazione dell’Islam. La profonda “mutevolezza” dell’Islam fattuale, a fronte di una sua immobilità dal punto di vista formale, è dunque fondamentale per approcciarlo. Lo stesso divieto di prestito ad interesse (ribà), ancora formalmente vietato e rispettatissimo è poi, però, aggirato con diversi mezzi. Quanto alle mutilazioni genitali femminili, sconosciute all’80% della comunità mussulmana, nessuna menzione ne fa il Corano, mentre sono citate senza essere consigliate soltanto in una hadit.

E ancora troviamo spunti di buon senso in quello che è il mahr, il donativo nuziale che, se pur da molti è interpretato come costo della sposa, per secoli ha rappresentato una essenziale tutela della donna, titolare di un suo patrimonio (vige solo la separazione dei beni) e garantita da questa “dote” che veniva data per metà in caso di ripudio, costituendo di fatto una sorta di mantenimento e garanzia contro l’arbitrio dell’uomo. L’Islam ha persino conosciuto i matrimoni a termine o temporanei, utili a permettere rapporti sessuali extraconiugali in una formale liceità.

Anche la zakat, il tributo solidale prescritto da Mohammed, non viene raccolto rigidamente, così come molti non effettuano la preghiera cinque volte al giorno o non effettuano il pellegrinaggio, mentre è molto rispettato il ramadan. Il laicismo, insomma, è prassi quotidiana, seppur senza ostentazioni.

Da un punto di vista politico, inoltre, conviene evidenziare la chiave anti-liberista che in molti intravedono nella zakat e nel divieto di prestito ad interesse il che, associato al forte senso della comunità, ha dato spesso vita al sogno di una terza via alternativa tra i due blocchi ideologici, in maniera non dissimile a certi ambienti nazionalisti europei. Si pensi ai partiti Ba’th.

Non è un caso se la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo voluta dall’ideologia occidentalista, non solo per tutelare diritti e libertà, ma anche per fare della democrazia e dei principi liberali e liberisti i fondamenti di un nuovo ordinamento mondiale di fatto in auge con l’Onu, ha conosciuto forti opposizioni da parte islamica, si pensi alle dichiarazioni parallele del Cairo nel 1990 o a quella del 1981 a Parigi.

Se è vero che l’Islam – come l’antica Roma – non distingue tra autorità spirituale e potere temporale (il Profeta era, d’altronde, capo politico, guerriero e capo spirituale), è anche vero che ciò non porta obbligatoriamente al modello della teocrazia, laddove il modello più vicino è forse proprio di tipo imperiale, senza contare che l’Islam, tenendo separati atti vietati ed atti obbligatori da atti sconsigliati ma comunque legittimi, contiene già al suo interno un potenziale “laico”.

In conclusione, non si può parlare di un solo Islam e non ci si può opporre dunque ad un immaginario Islam compatto e fondamentalista. Si può, invece, laddove possibile e mantenendo la propria identità, tentare un dialogo fruttuoso con chi, almeno potenzialmente, ha una visione economico-politica anti-capitalista e identitaria che ci avvicina molto più all’Islam che a certi elementi della destra occidentalista della porta accanto.

 

Emmanuel Raffaele

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Ci risiamo con la propaganda: Islam e scontro di civiltà

A man holds a placard which reads "I am Charlie" to pay tribute during a gathering at the Place de la Republique in ParisOltre un decennio dopo l’11 settembre, oltre Bush padre ed figlio, oltre il Muro di Berlino e la Guerra fredda, nonostante la «speranza» Obama alla Casa Bianca ci risiamo, come in un pessimo déjà-vu.

Ai vertici dello Stato italiano due democristiani, la Russia torna ad essere lo spauracchio dell’Occidente ed un’altra fetta di Medioriente, messa a repentaglio da bande finanziate proprio dagli americani in nome della guerra al nemico pubblico numero uno di turno, riporta in auge più che mai lo scontro di civiltà.

Da una parte lo Stato Islamico, con la sapiente regia dei suoi videomaker, i proventi del petrolio, le crudeltà indicibili, la propaganda estremamente curata ed aggiornata rispetto alla «vecchia» Al Qaeda, meno chiacchiere, più azione, ed un esercito impegnato su più fronti.

Dall’altra un’America che soltanto in corner si è salvata dalla figuraccia di appoggiare esplicitamente i terroristi nella guerra contro Assad, combattuta se non altro sottotraccia, responsabili oggettivi di una destabilizzazione che non può non apparire frutto di incredibile ingenuità o dell’esplicita volontà quanto meno di un’intelligence sempre molto influenzata dalla necessità dello stato ebraico.

Anche e soprattutto su questo versante la propaganda non manca. Basta leggere i titoloni de «Il Foglio», de «Il Giornale», di «Libero», un editoriale di Sallusti o le rievocazioni quotidiane di Oriana Fallaci.

Oppure andare al cinema a vedere «American Sniper», il film di Clint Eastwood che celebra la vita del soldato Chris Kyle.

Propaganda pura che, nel momento in cui riflette un patriottismo autentico, certamente si eleva dalla sua funzione utilitaristica ed ovvia è l’ammirazione che suscita per questo texano così distante dal cliché cinematografico americano stile Rambo: eroe silenzioso ed altruista, devoto al proprio paese e con la sola difficoltà di godersi la tranquillità artificiale di un ritorno che vive come un abbandono («Ho compiuto il mio dovere e rimpiango soltanto i fratelli che non ho salvato»).

Quanto sincera è la vicinanza all’etica del film: «Pecore, lupi, cani da pastore», concetto che rimanda all’idea tradizionale del guerriero, al di là del bene e del male, dei moralismi e dei dogmi, gloria o dannazione nelle cause di un’azione apparentemente identica ad un’altra che diventa unica ed irripetibile in virtù della scelta personale.

Ma, poiché il punto di vista è, per scelta legittima, unicamente quello del protagonista ed il piano rimane quello esistenziale, il risultato è che l’opera fa dell’America stessa quel cane da pastore che Kyle incarna, ricompattando gli animi attorno ad un occidentalismo che, senza se e senza ma, ci racconta il bene contro il male, senza mettere in discussione nulla del concetto di «noi».

american sniper

Del resto, le reazioni all’attentato contro Charlie Hebdo dimostrano come la propaganda non miri alla condanna del terrorismo ma all’ottica dello scontro di civiltà, con i «ve l’avevo detto» dei vari Magdi Allam a riproporre l’opposizione tra la «nostra» libertà d’espressione e la «loro» intolleranza, tra la «nostra» democrazia e la «loro» oppressione, tra liberalismo ed Islam.

Un dualismo, quest’ultimo, che effettivamente è nei manuali e nella realtà, fanatismo a parte e che, però, dà per scontato un fattore ed, anzi, mira proprio ad affermare questa idea: che l’Occidente sia e debba essere per antonomasia il modello liberale, l’America la guida naturale e che questo sia l’unico modello accettabile, ultima tappa del progresso, unica alternativa all’Islam.

Un aut aut creato ad arte, che si rivela una maschera utile soltanto a tenere in vita la contrapposizione nel momento in cui, ad esempio, subito dopo il coro unanime e libertario «Je suis Charlie», il più volte censurato comico francese Dieudonné viene arrestato con l’accusa ridicola di aver commesso apologia nei confronti degli attentatori, dopo aver giustamente polemizzato per la danza dell’ipocrisia ballata sul concetto di libertà assoluta di parola a difesa dei vignettisti francesi, i quali, com’è noto, non si erano certo limitati a fare satira con umorismo, argomentazioni e buon senso, ma si erano appropriati abusivamente di una libertà altrui: quella di  non veder il proprio dio, profeta, antenato o quant’altro una comunità o un individuo riconosca come sacro o afferente alla sua sfera personale, preso per il culo o violentemente insultato da penna o parola altrui.

A dimostrarlo, altresì, il fatto stesso che il liberalismo possa essere considerato pregiudizialmente superiore alle altre culture, senza distanziarsi troppo dallo spirito colonialistico dei secoli scorsi.

A dimostrarlo, il reato di lesa maestà presidenziale, la legge Mancino e simili e così via esemplificando.

Ci sarebbe, dunque, da far chiarezza sul concetto di liberalismo e sull’assurdità di una libertà assoluta come cardine di una società che, con un cardine del genere, non può che scardinarsi e, pertanto, chiude gli occhi, si tura il naso e, non solo si dà, com’è ovvio, dei limiti alle libertà consentite – poiché, come diceva il vecchio adagio liberale, la libertà di ciascuno termina dove ha inizio quella del prossimo – ma sconfina addirittura spesso nell’incoerenza di una legislazione liberticida.

Ecco perché sarebbe da incorniciare l’uscita papale («se offendi la mia mamma, aspettati un pugno») che ha spiazzato i giornalisti i quali, inizialmente, avevano colto soltanto la scontata condanna per il terrorismo e non l’asprezza di un concetto pur così elementare contro  una società assuefatta al politicamente corretto.

Cortocircuiti infiniti, gente in galera per aver messo in discussione la storia, violenze nere da condannare e violenze rosse che si scoloriscono, Grillo che fa storcere la bocca per un vaffanculo, Salvini che può essere aggredito perché denuncia la criminalità rom e poi, però, contro l’Islam, sono tutti Charlie Hebdo, tutti per la libertà di pensiero e di parola, assoluta, senza limiti.

Ipocriti. Sudditi travestiti da cittadini. Con una bandiera senza storia e tante stelle che sventola sulle loro teste ed una con qualche stella in più che ci propina un’identità che, in realtà, non è liberalismo, non è democrazia e non è nulla, perché l’occidentalismo è imperialismo fine a se stesso.

«Distinguere la questione dell’immigrazione e quella religiosa. L’Islam è un patrimonio di valori spirituali che non può essere ridotto a discussioni da osteria», ha dichiarato Pietrangelo Buttafuoco, che in ogni caso vede, probabilmente a ragione, il leader della Lega come l’unica alternativa politicamente percorribile. E noi, che concordiamo su entrambi i punti, non possiamo che ribadire il rischio di incorrere in un boomerang concettuale eccedendo nelle banalizzazioni sull’argomento.

L’alternativa che occorre deve essere culturalmente sovrana. Non per forza o, almeno, non propriamente liberale, che rompa l’attuale divisione made in Usa tra buoni e cattivi e ne riproponga una basata semmai sui nostri interessi, che abbia la capacità di prendere dall’America soltanto quell’orgoglio patriottico pur propagandistico che gli permette di sfornare film come «American sniper», che mostra un popolo capace di scendere in strada per onorare un guerriero, un patriota. Difendendosi dai nemici ma dalla nostra trincea, anziché identificarci con un’idea di Occidente che è soltanto un costrutto ideologico a stelle e strisce.

Emmanuel Raffaele,  “Il Borghese”, marzo 2015