Boris Johnson, il leader della brexit che sogna l’impero romano. E lo racconta in un libro

Mayor of London Boris Johnson at a reception and dinner in New York hosted by the British Fashion Council to celebrate the creative talent shared between New York and Britain ahead of New York fashion week next week.

A pochi giorni dal referendum che il prossimo 23 giugno deciderà le sorti del Regno Unito e della sua permanenza all’interno dell’Unione Europea, si susseguono i sondaggi e, a dir la verità, le indicazioni che se ne possono trarre cambiano di settimana in settimana. Nel frattempo, tra i sostenitori del “leave” ora ‘pericolosamente’ in vantaggio, è emersa ormai a livello internazionale la figura dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila tra i sostenitori della “brexit”, parafulmine di ogni accusa e nuovo incubo “populista” che in questa partita si sta giocando probabilmente il tutto per tutto. Classe 1964, personalità forte e capigliatura inconfondibilmente scomposta, poliglotta formatosi proprio nelle scuole europee, cittadino britannico ma anche statunitense per nascita, figlio di una famiglia benestante inglese con ramificazioni fra le più varie, già parlamentare e giornalista, in passato sostenitore di Barack Obama, esponente del Partito Conservatore in competizione principalmente con il premier e collega di partito David Cameron, Alexander Boris de Pfeffel Johnson è anche autore di un dettagliato saggio dal titolo altisonante: “The dream of Rome” (“Il sogno di Roma – La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi” nell’edizione italiana pubblicata da Garzanti). Nel testo, uscito ormai un decennio fa con in copertina la folta e bionda chioma caratteristica del personaggio ed una riproduzione stilizzata del Colosseo, i fervori anti-europeisti sono ancora lontani, ma proprio la comparazione utilizzata come metodo ne fa una lettura tutto sommato critica seppur propositiva rispetto al futuro dell’Ue. Perciò, prima di urlare scandalizzati all’incoerenza, sarebbe bene leggere il testo, perché sono certamente nascoste tra quelle pagine le ragioni di un ripensamento. E sta sicuramente nell’ammirazione per Roma una delle motivazioni che ha peraltro spinto il due volte sindaco della capitale Johnson a reintrodurre nelle scuole pubbliche della ‘Greater London’ lo studio del latino, a suo dire (giustamente), utile a comprendere la struttura della lingua.

“Il sogno di Roma” è, “brexit” a parte, una lettura di sicuro interessante per capire Roma e coglierne l’impronta “sovranazionale” ma, quanto alla comparazione con l’Unione Europa che è il filo conduttore del libro, è chiaro che è indispensabile un altrettanto forte senso critico per filtrarne adeguatamente il messaggio. Fatto ciò, ciò che viene fuori è in gran parte condivisibile. “Non riusciremo mai a riproporre l’Impero Romano, con la sua grande e pacifica unità di razze e nazioni. Ma se la storia ci insegna qualcosa, è che siamo destinati a non smettere di provarci”. Nelle conclusioni di un’opera che si conclude esattamente con queste parole, ad esempio, Johnson si lancia addirittura nella proposta di ammettere la Turchia in Europa in continuità con Roma. Ma, nonostante questa uscita e le semplificazioni conclusive su ciò che va salvato e ciò che va respinto dell’impero, nel complesso ci troviamo di fronte ad un discorso che, considerato integralmente, è meno superficiale di quanto il sunto finale possa far pensare. Infatti, ciò che resta e costituisce il nocciolo del discorso di Johnson, è una lunga argomentazione sulle nazioni e sul concetto di identità, declinato nelle sue forme pratiche e concrete. Il discorso sull’unità e la ‘tolleranza’, detto per inciso, potrebbe suonare assurdo in ottica ‘nazionalista’, ma così non è in ottica imperiale. Ed è proprio un’ottica imperiale quella che Johnson vorrebbe per l’Europa. Una prospettiva in cui l’europeizzazione segua l’esempio della romanizzazione dei popoli condotta fruttuosamente dall’impero, in cui nonostante tutto risulta appunto essenziale la distanza tra “noi e loro”. E’ questo un concetto che ritorna spesso ed è proprio questa, a suo dire, una delle concause della decadenza e poi della fine di Roma: “L’impero iniziò a perdere quel vitale senso di ‘noi e loro’. Ad un certo punto, divenne difficile distinguere i barbari dai romani”. Ma, prima di passare a ciò che simbolicamente segnava questa identità e costituisce il punto centrale del discorso, è importante coglierne l’altrettanto importante aspetto ‘estetico’. Poiché la romanizzazione, ricorda Boris, partiva da un immaginario che imponeva una spontanea imitazione dello stile romano e, così, l’elevazione dei popoli fin negli aspetti più esteriori dell’esistenza, a cominciare dall’igiene – con l’uso diffuso dei bagni pubblici – fino alla partecipazione ai giochi, agli spettacoli teatrali, alle usanze alimentari e all’abbigliamento. Apparire ‘romano’ era vera e propria ‘moda’, il che chiarisce quanto il concetto di tolleranza sia da considerare all’interno di un contesto in cui l’autorità e la potenza militare dell’impero erano realtà indiscusse. Laddove si impone una forza centripeta, la tolleranza riporta al centro; laddove essa manca, la tolleranza è disgregazione in balìa delle forze centrifughe.

13427920_1773284836223934_6162518016838642274_nRoma, insomma, nell’essenzialità del culto stesso della sua grandezza e della sua dimensione spirituale, ma anche nell’essere esempio pratico di civiltà per gli altri popoli. “I Romani non hanno semplicemente costruito città lungo l’impero. Hanno costruito centri per trasformare i barbari in romani”. “Quando i Romani sono giunti nel nord e nell’ovest dell’Europa”, ammette Johnson, “vi hanno trovato una società primitiva basata sull’agricoltura di sussistenza e sul saccheggio. Con l’introduzione delle città romanizzate, e del giorno dedicato al mercato, si arrivò al concetto di vendere il proprio surplus e trarne un profitto. I romani, in altre parole, produssero il primo esempio di Comunità Economica Europea. E’ stata un successo, ed è stata fatta con una regolamentazione di gran lunga più snella rispetto a quella odierna”. Anche in questo caso, è da evitare una lettura ideologica del passaggio in questione, laddove il termine ‘surplus’ rimanda semplicemente a quell’economia reale oggi sottomessa alla speculazione ed è tutt’altro che legittimo commercio. Ma è proprio una lettura critica che riesce a far emergere quanto di vero c’è nell’analisi, tenendosi lontani dalle forzature di un parallelo improprio e riproposto spesso tra il modello economico di Roma ed il capitalismo: “La pax romana”, prosegue, “garantì sicurezza, la prima essenziale condizione per il capitalismo e gli investimenti. Fornì anche un impianto legale, il diritto romano che è tra i più grandi lasciti di quel tempo”. Resta il fatto che, forzature concettuali a parte, ciò che viene descritto dimostra come Roma fu anche questo, fu anche faro di civiltà, visione del futuro, ‘modernizzazione’, efficienza organizzativa (se non vogliamo usare il compromettente termine di ‘progresso’, che pure non dovrebbe spaventare né essere confuso con il ‘progressismo’ che del primo è solo la caricatura); tutto ciò che l’Europa non riesce ad essere. Va da sé che la romanizzazione procedeva anche grazie ad una conquista delle élite che era prima di tutto conquista dei cuori e delle menti, dovuta ad una superiorità che l’euroscettico Boris non teme di dichiarare esplicitamente rispetto alle “tribù preesistenti di Francia, Germania, Spagna, portogallo, Belgio, Britannia, Olanda, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca ed altri membri dell’attuale Ue”, divertendosi anche a sfidare il politicamente corretto: “immagino che alcuni accademici ti diranno che le loro culture erano nobili e di alto livello tanto quanto quella degli invasori; che le loro sculture increspate non erano inferiori alle statue romane”. In un’epoca in cui circa il 10% dei “francesi” ed appena il 6,5% degli “inglesi” viveva in “città, in realtà, Roma rappresenta la città per eccellenza. Pretendevano i tributi, ma concedevano una sorta di autogoverno, costruivano acquedotti, ponti, strade, terme, teatri, fontane, archi e fornivano una nuova concezione di “humanitas”: “benevolentia, goodwill; observantia, respect; mansuetudo, gentleness; facilitas, affability; severitas, austerity; dignitas, merit, reputation; gravitas, autority, weight”.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa il segreto di Roma, come anticipavamo, era secondo Johnson, non a torto, la capacità innata di congiungere all’aspetto materiale un piano simbolico che sprigionava potenza e autorità e, dunque, un’attrazione inevitabile, che si manifestava fin nella romanizzazione dei cognomi, così come oggi accade con gli inglesismi ed i numerosi aspetti dell’imperialismo americano. Roma era l’orgoglio ed il significato stesso di esserlo: “Fin dal principio, dunque, Roma non fu definita etnicamente; Roma non fu definita geograficamente; Roma fu un’idea”. Il suggerimento di Johnson è ormai chiaro: trovare un rimedio a questa carenza simbolica e quindi identitaria che era invece alla base di Roma è la chiave di volta per la rinascita dell’Europa. “Romanization happen by ritual and repetition”. Anche attraverso i giochi, crudeli è vero (200mila morti nel solo Colosseo nelle lotte tra gladiatori), ma – spiega Johnson – fondamentali in questo processo: “Era un mondo che credeva più di ogni altra cosa in vinti e vincitori, nella morte e nella gloria. Non ci poteva essere gloria senza il rischio della morte, e non ci potevano essere vincitori senza sconfitti”. E così anche il teatro, i riti e tutto ciò che l’impero proponeva quale paradigma di Roma in tutto il suo territorio educava ad essere romano senza nulla concedere alla retorica ed alla debolezza. Interessante, in proposito, come Johnson, di famiglia anglicana, faccia risalire alla cristianizzazione dell’impero un vero e proprio mutamento della prospettiva e quindi delle sue basi: “Fu l’inizio della fine di una trama magica creata da Augusto – la semi-religiosa identificazione tra il cittadino ed il potere centrale”. Con l’avvento del Cristianesimo, sostiene Johnson, che addirittura paragona i primi cristiani agli attuali estremisti islamici, calò sull’impero uno spirito censorio e moralista che portò alla cancellazione di ogni traccia di paganesimo: stop al culto dell’imperatore ed alla costruzione di terme, bagni pubblici e teatri, basta giochi olimpici. “Questi fanatici”, segnala, “spensero il fuoco eterno nel Tempio di Vesta”. Ecco che il discorso mostra qui l’assoluta centralità che per questo originale “euroscettico” inglese ha l’aspetto simbolico. “Improvvisamente c’era un nuovo modello di comportamento: quello ascetico” ed i ricchi smisero di donare per accrescere lo splendore delle città e iniziarono a spendersi per i poveri, cambiarono i “valori” di riferimento ed anche l’arte cambiava orientamento.

“Dove sono i rituali dell’Europa oggi?”, “Dove sono i simboli condivisi?”, si chiede giustamente Boris che, attraverso i suoi esempi, spinge ad una riflessione (che lui stesso accenna con riferimento al simbolo dell’aquila) anche rispetto all’americanizzazione/occidentalizzazione. Poiché, nonostante i contenuti di questo imperialismo culturale siano ben diversi, il tratto comune è, come sempre avviene, la presenza di una identità forte basata su una dimensione simbolica (“Anche su un mondo putrescente si può costruire una toccante e magnifica epopea. American Sniper è quell’epopea”). Ecco perché, sottolinea Johnson, il romano-scetticismo senza dubbio esisteva come oggi l’euroscetticismo (o l’antiamericanismo), ma nel momento in cui Roma dominava, le identità locali passavano di fatto in secondo piano, soggiogate mentalmente prima che militarmente da questa ‘volontà di potenza’.

È possibile, dopo Roma, che l’Europa ritrovi tutto ciò incarnando ancora il motto “plurimae gentes, unus populus”?

Ebbene, la risposta, dopo una trattazione ampia che ne costruisce la premessa, sembrerebbe incredibilmente vicina proprio al concetto che fu cardine del “Manifesto dell’Estremocentroalto” casapoundiano: “Etica. Epica. Estetica”. Se le categorie del politico si fondano per forza di cose sulla dimensione di ‘noi’ e ‘loro’; se l’autorità è anche potenza; se l’identità è un’idea-guida; allora la risposta ad un fallimento e la soluzione per un rinnovamento non può che essere un’epica di grandezza ed un’estetica caratterizzante che contengano in sé l’etica base di questa idea. Se le vittorie forgiano l’orgoglio nazionale, come rilevato nelle fasi iniziali del testo, sono dunque gli eroi condivisi e gli ideali eroici che mancano all’Europa per essere nazione. Ma se, come afferma Johnson, “l’Unione Europea è un prodotto della guerra fredda”, un prodotto americano specifica, è chiaro che occorre prima spostare il polo d’attrazione al di qua dell’oceano Atlantico. E dal momento che gli inglesi hanno avuto il loro impero, hanno la loro tradizione monarchica, la loro chiesa, un sentimento indipendentista radicato e una volontà di potenza che probabilmente sopravvive ancora, finché l’Europa ‘romana’ resterà dormiente, non si può pretendere che il polo d’attrazione torni nel cuore del continente. Ed è anche questa una chiave di lettura del voto del prossimo 23 giugno.

Emmanuel Raffaele, 14 giu 2016

Annunci

Sovranita’, nemica secolare dei progressisti: ecco perche’ farne una parola d’ordine

sede_bce_getty_010513-e1404208644530

C’erano un volta gli stati nazionali. Ora non ci sono più. Se la politica fosse una fiaba progressista è indubbio che questo sarebbe il suo incipit.

“Se concepiamo la storia moderna non come vittoria dello stato assoluto, ma come vittoria del costituzionalismo, allora ci accorgeremo che l’elemento di continuità di questa lotta è proprio nel suo avversario, la sovranità” (N. Matteucci, “Sovranità”). E ancora: “se il binomio sovranità-Stato appartiene propriamente alla modernità, anzi se quel binomio è la modernità […], la sovranità e lo Stato sembrano destinati ad una pari obsolescenza nella dimensione del potere che risulta propria del post-moderno (D. Quaglioni, “La sovranità”). Ferrajoli addirittura definisce la sovranità un “relitto premoderno”. Secondo la scienza politica, in breve, la sovranità è un po’ il nemico principale della democrazia, sia quella diretta, che (soprattutto) quella rappresentativa fondata sulla separazione dei poteri. E ne è allo stesso l’incubo dal momento che, nel suo significato metastorico, che pure alcuni rifiutano, la sovranità in quanto tale, nata con gli stati nazionali ed il Trattato di Westfalia nel 1648, non è altro che il “supremo potere di comando (summa potestas) connesso all’esercizio delle funzioni fondamentali di ogni sistema politico” (P.P. Portinaro, “Sovranità” in “Enciclopedia del pensiero politico”). Dunque, un elemento ineliminabile, connaturato ad ogni comunità umana ed alla sua organizzazione politica. Ma c’è di più. Innanzitutto essa è per definizione assoluta. Non c’è quindi sovranità nello stato che riconosce poteri superiori ad esso fuori o dentro i confini nazionali. Inoltre, essendo per definizione indivisibile, la sovranità in quanto tale confligge con il concetto d’esordio, ad esempio, della costituzione italiana: la sovranità che appartiene al popolo, che infatti, evidenziandone l’artificio retorico, “la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione” (art. 1 Cost) in quella che lo stesso Portinaro rileva essere una trasfigurazione del concetto in “sovranità del diritto”. Ciò semplicemente perché, come evidenzia Carl Shmitt, “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”, chi detiene il “monopolio della decisione ultima”, mentre“tutte le tendenze del moderno sviluppo dello stato di diritto concorrono ad escludere un sovrano in questo senso”.

Il punto è questo: il nemico giurato delle teorie liberali, democratiche, socialiste e anarchiche è esattamente il concetto di sovranità e ciò che ci troviamo oggi a fronteggiare è in realtà una sconfitta già avvenuta e datata 1945 quando, la nascita dell’Onu e con essa della comunità internazionale quale oggi è intesa ed, in seguito (1948), la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sanciscono la fine della sovranità assoluta degli stati all’interno dei propri confini e fanno dei principi democratici parte dei diritti inalienabili dell’uomo, rivelando l’ideologizzazione propria all’organizzazione. Legittimo. Ovvio addirittura. Sta di fatto che dire oggi “Basta Europa” ha un senso soltanto se si comprende che la lotta contro la tecnocrazia europea non è quella decisiva e che la questione è duplice. Da una parte combattere chi mira a relegare al passato la sovranità nazionale e con essa gli stati nazionali, con il piano esplicito, ad esempio, di una parte dei federalisti europei del dopoguerra di giungere ad uno stato federale con graduali erosioni della sovranità per giungere ad una federazione di fatto senza troppi clamori ed opposizioni eccessive, dall’altra comprendere che la battaglia per la sovranità si conclude soltanto con una nuova forma di stato, non certo con il liberalismo o uno degli altri modelli che costituiscono soltanto il preludio della sconfitta. Il problema, dunque, è tanto esterno quanto interno, politico più che mai. Chi vuole la fine degli stati nazionali, non vuole spostare semplicemente la sovranità altrove ma, disperdendola in mille rivoli (è la rete, modello non piramidale ma orizzontale, segnalata con entusiasmo anche nelle recenti discipline che analizzano le politiche pubbliche quale modello democratico di partecipazione ai processi decisionali ), di fatto, distruggerla. Il che non vuol dire giungere sul serio all’utopistico autogoverno del popolo ma soltanto costruire un altro, enorme, artificio retorico, giuridico e politico, da sostituire all’affascinante ma vuoto concetto di sovranità del popolo, che condurrà, anzi, sta conducendo già soltanto ad un ulteriore allontanamento della decisione ultima dai cittadini. Se la nostra casta dove risiedeva il potere decisionale prima stava in parlamento o negli uffici ministeriali, oggi sta fuori dai nostri confini, tanto più che persino le istituzioni che dovrebbero salvarne l’apparenza sono con tutta evidenza carenti quanto a rappresentatività. In un “comune” manuale di “Diritto costituzionale comparato ed europeo”, il cui autore è l’ex preside della Facoltà di Scienze politiche di Cosenza, Silvio Gambino, con simpatie non certo di destra, scrive: “Non si può, infatti, fare a meno di rilevare che il sistema costituzionale europeo che si dipana dal XXI sec. sotto le insegne dell’effettività si definisce sempre più come un ‘costituzionalismo dei governanti’, ‘ottriato’, vale a dire un costituzionalismo dall’alto, molto diverso, quindi, da quel ‘costituzionalismo dei governati’ che è stato protagonista degli stati europeo nel primo e (soprattutto) nel secondo Novecento […] ben lungi dal rispondere ai canoni della democrazia rappresentativa. E ancora: “Le decisioni più importanti, infatti, tendono ad essere prevalente (se non esclusivo) appannaggio dei vertici degli esecutivi dei singoli stati o della tecnocrazia comunitaria”.

bce-vs-fed

Ma – e c’è una frase tra queste ultime che infatti non sarà sfuggita ai più attenti – se la fine dello stato nazionale venuto fuori da Westfalia è databile al secondo dopoguerra, anche qui la sovranità, irresistibile poiché ineliminabile come dicevamo, fa capolino e dà ragione a Shmitt, nel momento in cui spiega: “l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto”. Sono proprio le potenze vincitrici di un conflitto, il secondo conflitto mondiale, infatti, che proprio alla luce della loro posizione di superiorità de facto “inaugurano” questo nuovo ordinamento internazionale, che pur nella sua necessaria ricerca di una legittimazione che non sia puramente coercitiva ma ideologica, così come da definizione del concetto di sovranità, pure disvela la sua origine tutt’altro che rappresentativa esplicitamente nel potere di veto che questi paesi hanno deciso di mantenere. Anche in Italia, del resto, la repubblica che in tanti proclamano “antifascista” nasce dalla guerra civile e non è certo attraverso strumenti democratici che giunge nelle mani dei vincitori (in questo caso, per meriti altrui). Lo stesso democraticissimo Rousseau – ed ora arriviamo al punto -, nemico persino della democrazia rappresentativa in quanto anti-democratica (“La sovranità non può venir rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è un’altra; una via di mezzo non esiste […]. Il popolo inglese si crede libero, ma è in grave errore; è libero solo durante l’elezione dei membri del parlamento, appena avvenuta l’elezione, è schiavo, è niente”), non solo non può far a meno di prevedere l’esistenza di un governo, preferibilmente – tra l’altro – di tipo non democratico, poiché esso necessiterebbe la mobilitazione costante del popolo; ma, addirittura, non può neanche lui fare a meno di ammettere che è necessaria una figura che detenga il potere nel caso si verifichi lo stato d’eccezione, esattamente come sostiene Shmitt: “L’ordine e la lentezza delle forme richiedono un lasso di tempo che a volte le circostanze rifiutano. Si possono determinare mille casi a cui il legislatore non ha provveduto […]. In questi rari casi e manifesti si provvede alla sicurezza pubblica con un atto speciale che ne affida l’incarico al più degno” (J.J. Rousseau, Contratto sociale). Tutto qua? No, non è tutto. “La grande anima del legislatore è il vero miracolo che deve far fede della sua missione”, sostiene infatti lo scrittore francese, fondando il suo stato di diritto su una figura semi-mitica che sta esattamente al di là del diritto. Riecco, definitivamente, Shmitt. E riecco, per tornare concreti ed “attuali”, la seconda guerra mondiale ed il nuovo ordinamento internazionale, che si fa sentire con le continue decisioni e/o limitazioni imposte dalle strutture sovranazionali (europee o mondiali) che decidono su questo o quel campo un tempo appannaggio esclusivo dello stato nazionale.

Insomma, se ci deve essere oggi una parola d’ordine, che valga contro l’Europa di banche e tecnocrati, ma anche contro i nemici interni, i nemici degli stati nazionali e di un modello politico in cui le decisioni non siano prese nell’oscurità dei passaggi burocratici, da assemblee non rappresentative e la responsabilità politica abbia ancora un senso e con esso anche il merito; se ci deve essere una parola che possa rappresentare l’opposizione all’arbitrio (la sovranità è altra cosa, poiché è all’origine del diritto) ma anche alla finzione democratica che nasconde interessi di natura economica, questa parola non può che essere una sola, inalienabile, imprescrittibile, indivisibile, assoluta ed esclusiva: SOVRANITA’.

Emmanuel Raffaele

«TTIP»: OLTRE IL COMPLOTTISMO – Scure sulla piccola e media impresa

eu-usLA NOTIZIA è passata quasi inosservata su televisioni e giornali. Qualche flash ma nessun approfondimento, niente che crei consapevolezza su un trattato che darà vita alla più grande area di libero scambio al mondo: il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) che sta già scatenando i complottisti del web.

I complotti e i segreti, però, non sono poi così tanti.
«Portatori d’interesse» che «operano su base volontaria e gratuita», spiega il sito della Commissione Europea. Lobbisti, dunque che trattano per ridurre ulteriormente le barriere tariffarie ma, soprattutto, per ridurre le barriere non tariffarie. Normative e regolamenti statali che limitano o negano l’accesso al mercato di un prodotto proteggendo il mercato interno.

La discussione va avanti dallo scorso anno, col permesso del governo Letta. L’ultimo incontro a maggio, ad Arlington (Virginia, Usa), a ridosso delle elezioni europee. Usa e Ue, rappresentate da Dan Mullaney ed Ignacio Garzia Bercero, contano di concludere i lavori entro la fine del 2014, anche se molti parlano di fine 2015.
Al centro del dibattito: accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti materiali, energia e materie prime, misure sanitarie e fitosanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, imprese di proprietà statale.

Liberismo oppure no: i pro e i contro stanno tutti qui.
Non in qualche oscura misura che affamerà d’un tratto popoli e imprese, ma nel suo liberismo estremo: qui sta l’imbroglio del Ttip, che non è un punto di non ritorno come Gatt e Wto, ma è senz’altro l’ennesimo stadio della globalizzazione. È per questo che considerare l’accordo una sorta di «Nato economica», magari in funzione anticinese, come hanno fatto in molti, tra cui il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, vuol dire sminuirne il significato più ampio.

Usa ed Europa, spiega il dipartimento italiano dell’American Chamber of Commerce, «rappresentano circa il 50 per cento del PIL mondiale e il 30 per cento degli scambi commerciali» e con questo accordo «l’export europeo verso gli Stati Uniti dovrebbe aumentare del 28,03 per cento (circa 187 miliardi di euro) mentre quello americano verso la Ue del 36,57 per cento (159 miliardi di euro)». In sintesi: più prodotti americani in Europa, maggiore concorrenza per le stremate imprese europee, ulteriori vantaggi soltanto per chi è già forte nelle esportazioni come la Germania, spinta al ribasso per salari e diritti in nome della produttività.

«Un’opportunità per tutti», titola Limes che però ammette: «Non va fatto troppo affidamento su queste stime, in quanto è molto difficile calcolare ex ante l’impatto di tale accordo», riferendosi alle stime ottimistiche che rimbalzano sui giornali di settore come il Sole 24 Ore. Sottolinea in effetti Il Manifesto: secondo «l’analisi del più recente studio finora realizzato sul Ttip, a cura dell’Öfse, uno dei più autorevoli centri di ricerca austriaci […] gli aumenti in termini di Pil e di salari reali, secondo i quattro paper sopracitati, vanno dallo 0.3 all’1.3 per cento nel corso di un “periodo di transizione” di 10-20 anni. Anche prendendo come valide queste stime, stiamo parlando di una crescita annuale che va dallo 0.03 allo 0.13 per cento l’anno. Briciole».

Inoltre, «per quanto riguarda l’impatto del Ttip sul volume degli scambi commerciali, l’Öfse riconosce che è prevedibile un  aumento delle esportazioni dell’Ue nel suo complesso, ma sottolinea che a beneficiare di questo incremento saranno soprattutto i grandi gruppi industriali, a scapito delle Pmi». Infatti, «secondo i dati forniti dall’ Organizzazione mondiale del commercio le imprese italiane che esportano sono 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72 per cento delle esportazioni nazionali e che dunque beneficeranno maggiormente del Ttip. Gli autori, inoltre, prevedono che l’ingresso di prodotti statunitensi a basso costo sul mercato europeo ridurrà notevolmente il commercio intra-europeo (addirittura fino al 30 per cento)».

Come volevasi dimostrare.

La risposta alle interpellanze parlamentari dell’ex sottosegretario – oggi vice-ministro – per lo sviluppo economico, Claudio De Vincenti, è stata piena soltanto di slogan. A rivolgersi al governo, nel novembre scorso, sono Luis Alberto Orellana, senatore ex Movimento 5 Stelle, e la «cittadina» Tiziana Ciprini, che argomenta in maniera raffinata: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA».

Si tratta insomma di gettare il nostro tessuto produttivo, formato da piccole e medie imprese, in mano agli squali multinazionali. Lo chiede l’Europa.
Fra parentesi: cosa si farà per la questione Ogm, consentiti negli Usa ma non qui da noi?

«Alcuni dei guadagni», spiega Michael J. Boskin, della Stanford University e già collaboratore di G. Bush, «possono andare a scapito di altri partner commerciali. Anche all’ interno di ogni Paese, nonostante gli utili netti, ci sono alcuni perdenti».
Il sospetto è che i perdenti non saranno di certo gli Usa, che i conti in tasca, al contrario nostro, sanno farseli bene. Liberisti che salvano banche di fatto stampando moneta, ben avviati verso la ri-manifatturizzazione con buona pace dei vantaggi comparati: «Il rimpatrio degli investimenti americani dalle aree un tempo considerate ad alto vantaggio comparato è già in corso e raggiungerà presto percentuali che vanno dal 20 al 35 per cento», osserva Confindustria in uno studio sul Ttip.
Il mercato degli appalti pubblici statunitensi, evidenziano del resto gli industriali, «è aperto alle imprese europee soltanto per poco più del 30 per cento, con regole diverse a livello federale e statale, un’applicazione non uniforme dell’accordo WTO sugli appalti pubblici, clausole “Buy American” ed altre restrizioni». Non che gli Usa non abbiano sottoscritto l’accordo Wto sugli appalti pubblici, ma ben «13 Stati non sono coperti da queste disposizioni e gli altri 37 lo applicano in maniera disomogenea».

Senza contare la normativa federale che «impedisce a compagnie aeree straniere di acquistare compagnie aeree americane», il «Jones Act» che «impedisce alle imbarcazioni non costruite negli US di operare tra porti americani», i dazi antidumping del 15,45 per cento sulla pasta italiana, il contingentamento per i formaggi di latte vaccino, il divieto di importazione di mele e pere dall’ Ue e di prodotti a base di carne bovina, le licenze speciali necessarie ai prodotti ortofrutticoli freschi, i dazi del 35 per cento sul tonno in olio d’oliva, le norme stringenti sui prodotti a base di carne importati dall’ Italia, il divieto di importazione di bevande alcoliche per operatori non statunitensi, i 18 Stati su 50 che esercitano monopoli vari, i dazi superiori al 20 per cento (in un complesso di  linee» che all’ 85 per cento sono comprese nella fascia tra 0 e 10 per cento) per la frutta secca, l’abbigliamento per bambini, il settore calzaturiero, i veicoli per trasporto merci, parte del settore dell’abbigliamento.

«Froci» col culo degli altri.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, giugno 2014

Voto a maggio ma inizio legislatura dopo 7 mesi. L’Ue ci costa 15 milioni al giorno

Ue-300x210Manca poco più di un mese alle elezioni per il Parlamento europeo e, anche a causa della ovvia e giustificata prospettiva che trasforma le consultazioni in una sorta di referendum pro o contro l’Europa, è singolare quanto poco si parli di programmi e proposte. Eppure la protezione o meno del nostro mercato e dei nostri lavoratori dipendono in gran parte dall’Unione Europea.

Ma ciò che è singolare, soprattutto, è quanto poco si sappia delle istituzioni europee in generale. Poco del loro funzionamento, poco delle loro competenze, poco di chi, in breve, governa il super-stato europeo che, pure, nei tg appare come l’emblema della democraticità e del progresso.

Ebbene, guardando alle imminenti elezioni ed a ciò che ne seguirà, si potrà toccare con mano la sensazione di un realtà iper-burocratica, lenta, grigia, sorda ai bisogni ed alla sovranità dei popoli.

Un leviatano che, infatti, dopo il voto di fine maggio, entrerà in funzione soltanto a dicembre, dopo circa sette mesi, se tutto andrà “bene” e se – ipotesi non proprio scontata – i due principali schieramenti (Partito popolare e Partito socialdemocratico) avranno una maggioranza netta e non si dovrà ricorrere a larghe intese ormai di moda anche in sede europea, soprattutto ora che l’euroscetticismo dilaga e rischia di rompere le uova nel paniere.

Come ben riassumeva il quotidiano “Italia Oggi” nel numero del 3 aprile scorso, infatti, una volta eletti, i parlamentari europei cominceranno a lavorare a pieno regime soltanto dopo una lunga serie di passaggi che daranno inizio alla nuova legislatura.

«I 751 deputati eletti al Parlamento europeo – spiega Tino Oldani – si riuniranno nei primi giorni di luglio per l’insediamento del nuovo presidente eformare le nuove commissioni. Subito dopo, i capi di Stato e di governo dei 28 paesi membri dell’Union europea, riuniti nel Consiglio europeo,sceglieranno il presidente della Commissione Ue» (appartenente al partito vincente per un vincolo imposto dal Trattato di Lisbona), ruolo per cui è in corsa, tra i socialdemocratici, Martin Schultz, noto in Italia per l’attacco a Berlusconi a cui l’ex premier rispose affibbiandogli la poco onorevole definizione di “kapò”.

Dopo di che, trascorso un altro mese, il Parlamento ratificherà la scelta della figura che guidarà la commissione europea (attualmente si tratta di Josè Barroso), mentre, a fine luglio, il nuovo presidente Ue sceglierà i 28 commissari (ogni paese sarà rappresentato infatti con un commissario), ovvero la sua squadra di governo che poi, soltanto a settembre, dopo due mesi di ferie, verranno presentati singolarmente al Parlamento con apposite audizioni che termineranno con la fine del mese di ottobre.

Solo alloral’assemblea voterà la fiducia alla Commissione, che sarà in carica (salvo slittamenti dovuti alle preannunciate difficoltà di poter contare su una maggioranza stabile) dal primo novembre.

Ma non è finita.Toccherà infatti a capi di Stato e di governo nominare, l’1 dicembre (dopo un altro mese), il presidente del Consiglio europeo, altro organo Ue che rappresenta l’anima “intergovernativa” dell’unione. Soltanto a questo punto avrà pienamente inizio una nuova legislatura della durata di quattro anni.

Una macchinosità che, però, pare non essere l’unico difetto di progettazione “made in Ue”.

Tutto questo ingegnoso meccanismo, infatti, ci costa, secondo un calcolo fatto dal giornalista ed autore del libro “Non vale una lira” Mario Giordano, ben 174 euro al secondo, 15 milioni di euro al giorno.

Non solo perché «ogni deputato, sommando l’indennità (8mila euro), le spese generali (4.299 euro), il gettone di presenza di 304 euro al giorno, più rimborsi vari, arriva a una media di 18-19 mila euro al mese» ma, soprattutto, sulla base dei 15 miliardi dati all’Europa dal nostro paese nel2013 e degli appena 9 ricevuti (5,7 miliardi di differenza).

Una situazione più o meno simile nel 2012 (5,2 miliardi persi nel 2012), di gran lunga peggiore nel 2011 (7,4 miliardi), nel 2010 (6,5 miliardi) e nel 2009 (7,2 miliardi).

Emmanuel Raffaele, 15 aprile 2014

Fusaro a Catanzaro: «Destra? Sinistra? Grillo? Il pericolo è l’Unione Europea!»

fusaro«Riappropriarsi del concetto emancipativo di nazione», «basta alla fuga verso la cosmopoli e verso l’estero che caratterizza l’Italia: la cultura sia nazionalpopolare», «no alle delocalizzazioni in nome di un cieco abbattimento delle frontiere», «diritto di parlare la propria lingua nazionale contro la vergognosa imposizione della lingua inglese nelle scuole e l’ imperialismo culturale per cui una pubblicazione in inglese vale più che una in italiano»: a sentir parlare il filosofo Diego Fusaro, nell’incontro svoltosi ieri pomeriggio presso l’Università Magna Graeciadi Catanzaro, la percezione di trovarsi al di là delle ideologie è netta.

“La violenza dell’economia”: è questo il tema di un incontro che ha disvelato, a chi già non lo conoscesse, il pensiero del giovanissimo studioso torinese, comunemente definito marxista ma, in realtà, padrone di temi e di un linguaggio appannaggio spesso dello “schieramento opposto”. Ed il motivo è presto detto.

«Non ho mai detto», spiega Fusaro, «di essere marxista: sono allievo indipendente di Hegel e di Marx».

E, sollecitato sugli abbagli presi da Marx o, più semplicemente, su ciò che andrebbe accantonato dell’autore de “Il Capitale”, addirittura aggiunge: «Il mio Marx è il Marx idealista».

Poiché, se è vero che bisogna «ripartire da Marx, dalla sua critica dell’esistente e dalla sua passione per la ricerca di un futuro alternativo», diversi sono i limiti riconosciuti: «innanzitutto, la fede positivistica nella scienza e gli scivolamenti verso il meccanicismo e il determinismo nel capitale». «Il mio Marx», aggiunge infatti, «è il Marx di Gramsci e Gentile, il Marx della prassi, il Marx ‘idealista’, critico dell’economia e del capitale, mentre non mi convince Marx che pensa alla fine del capitalismo come un processo naturale: ciò è un’illusione».

Riassumendo: Marx e Gentile, nazione, idealismo, cultura, «che solo per il marxismo staliniano è mera sovrastruttura» (risposta sulla quale qualcuno potrebbe forse dissentire) e determinazione nel superamento della dicotomia destra-sinistra: «l’unica dicotomia che ritengo valida è tra chi accetta capitale e chi lo contrasta. Le altre sono dicotomie gravide di capitale».

E Grillo? E il ‘riemergere dell’estrema destra in Europa’?

«Il problema non è la destra, la sinistra o Grillo ma l’Unione Europea». «Mentre giovani fascisti e antifascisti si scontrano, il capitale si sfrega le mani».

Perché, dunque, ripartire da Marx?

Secondo Fusaro, come anticipavamo, la ragione è essenzialmente una: «in un’epoca di passioni tristi, le quali inducono a pensare che non possa andare diversamente da come va, Marx insegna a non accettare come destino intramontabile l’ordine esistente».

Marx, insomma, perché la filosofia non deve rimanere in una torre d’avorio ma divenire azione, «incidere nella visione del mondo delle masse, trasformare il senso comune».

Ciò che egli prova a fare illustrando la duplice violenza dell’economia: diretta e indiretta, ovvero culturale.

«La globalizzazione», afferma, «è una violenza dove carnefice e vittima non si incontrano mai. Come nel caso delle delocalizzazioni, laddove è il capitale che mira ad abbattere le frontiere ai suoi scopi». «Possiamo definire globaritarismo questa forma di autoritarismo, che non mira a escludere i popoli ma ad includerli ossessivamente per lo scambio delle merci».

E dell’errore di alcuni marxisti, ingannati dalla possibilità di capovolgimento della globalizzazione in comunismo globale.

«La condanna continua della violenza», argomenta in seguito, «e la condanna stessa delle violenze passate, del resto, servono soltanto a rendere legittima la violenza attuale, la violenza dell’economia».

«E’ il potere», sottolinea, «che, pur riconoscendosi imperfetto e ingiusto, si ritiene non emendabile. E’ il presente liberale che si assolutizza: non avrai altra società all’infuori di questa».

Con la conseguente «demonizzazione di ogni passione utopica come potenzialmente autoritaria» e la fine stessa della politica, ben rappresentata dal governo Monti, gli economisti (al posto dei filosofi, dei migliori o dei soviet) al potere: «La volontà di compiacere i mercati rappresenta la fine della politica, poiché la politica dovrebbe governare i mercati, disciplinarli, non compiacerli».

Ragion per cui Fusaro parla di «governi interscambiabili di centrodestra e centrosinistra», di una formazione/istruzione trasformata dal capitale in merce da consumare e di un’unica via di fuga: «sottrarsi dal do ut des mercatistico».

Ma anche della caduta del muro di Berlino, «la più grande tragedia geopolitica, poiché ha segnato il trionfo del capitale su tutta la linea».

E, per concludere, c’è anche spazio per qualche battuta sul recente incontro (mancato) a CasaPound, nell’occupazione che è la sede centrale del movimento in via Napoleone III a Roma, dove Fusaro avrebbe dovuto discutere, con «l’amico» e responsabile culturale di Cpi Adriano Scianca, proprio di Karl Marx. Una conferenza poi tenutasi senza la partecipazione del filosofo torinese, che in extremis aveva deciso di rinunciare in seguito ai durissimi attacchi (e alle minacce) ricevuti dagli ambienti antifascisti: «Centri sociali e CasaPound sono caduti in una logica di opposizione», ribadisce Fusaro, distribuendo egualmente (ma questa volta colpevolmente) le colpe tra chi ‘fa e chi antifà’.