A Livorno ennesima aggressione, ma l’antifascismo continua a non allarmare la sinistra

Occorre dire no alla violenza politica. Occorre dire no ad un’idea di militanza fatta di aggressioni e omertà. Occorre dire no a metodi che minacciano la libertà. Ed è necessario vigilare sulle organizzazioni violente. Peccato che, nonostante il mantra sia ripetuto quotidianamente dal centrosinistra e dalle più alte cariche dello Stato e del governo, le accuse siano puntualmente rivolte solo ad una “estrema destra”, che pure si presenta regolarmente alle elezioni, parla di Costituzione, mentre nel frattempo proprio le aggressioni ai neofascisti non accennano a fermarsi.

Due giorni fa, a Livorno, un militare di 37 anni vicino a CasaPound è finito in ospedale con una frattura al naso e diverse ferite al volto, alcune pericolosamente vicine all’occhio: trenta giorni di prognosi. E, mentre le Forze dell’ordine indagano su quanto avvenuto, il movimento delle “tartarughe frecciate” spiega a mezzo stampa che l’uomo sarebbe stato aggredito da quattro antifascisti armati di bastoni, individuato dal branco perché stava riattaccando un manifesto elettorale. Insulti e paura anche per la compagna, incinta, che era in auto mentre i quattro avrebbero sfondato i finestrini dell’auto. L’ennesima aggressione immotivata da parte dell’estrema sinistra e siamo solo ad inizio anno, come abbiamo raccontato pochi giorni fa. Per alcuni, evidentemente, è giusto così. Secondo alcuni (che evidentemente non l’hanno letta) la Costituzione dice qualcosa di simile. Continua a leggere

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Fusaro a Catanzaro: «Destra? Sinistra? Grillo? Il pericolo è l’Unione Europea!»

fusaro«Riappropriarsi del concetto emancipativo di nazione», «basta alla fuga verso la cosmopoli e verso l’estero che caratterizza l’Italia: la cultura sia nazionalpopolare», «no alle delocalizzazioni in nome di un cieco abbattimento delle frontiere», «diritto di parlare la propria lingua nazionale contro la vergognosa imposizione della lingua inglese nelle scuole e l’ imperialismo culturale per cui una pubblicazione in inglese vale più che una in italiano»: a sentir parlare il filosofo Diego Fusaro, nell’incontro svoltosi ieri pomeriggio presso l’Università Magna Graeciadi Catanzaro, la percezione di trovarsi al di là delle ideologie è netta.

“La violenza dell’economia”: è questo il tema di un incontro che ha disvelato, a chi già non lo conoscesse, il pensiero del giovanissimo studioso torinese, comunemente definito marxista ma, in realtà, padrone di temi e di un linguaggio appannaggio spesso dello “schieramento opposto”. Ed il motivo è presto detto.

«Non ho mai detto», spiega Fusaro, «di essere marxista: sono allievo indipendente di Hegel e di Marx».

E, sollecitato sugli abbagli presi da Marx o, più semplicemente, su ciò che andrebbe accantonato dell’autore de “Il Capitale”, addirittura aggiunge: «Il mio Marx è il Marx idealista».

Poiché, se è vero che bisogna «ripartire da Marx, dalla sua critica dell’esistente e dalla sua passione per la ricerca di un futuro alternativo», diversi sono i limiti riconosciuti: «innanzitutto, la fede positivistica nella scienza e gli scivolamenti verso il meccanicismo e il determinismo nel capitale». «Il mio Marx», aggiunge infatti, «è il Marx di Gramsci e Gentile, il Marx della prassi, il Marx ‘idealista’, critico dell’economia e del capitale, mentre non mi convince Marx che pensa alla fine del capitalismo come un processo naturale: ciò è un’illusione».

Riassumendo: Marx e Gentile, nazione, idealismo, cultura, «che solo per il marxismo staliniano è mera sovrastruttura» (risposta sulla quale qualcuno potrebbe forse dissentire) e determinazione nel superamento della dicotomia destra-sinistra: «l’unica dicotomia che ritengo valida è tra chi accetta capitale e chi lo contrasta. Le altre sono dicotomie gravide di capitale».

E Grillo? E il ‘riemergere dell’estrema destra in Europa’?

«Il problema non è la destra, la sinistra o Grillo ma l’Unione Europea». «Mentre giovani fascisti e antifascisti si scontrano, il capitale si sfrega le mani».

Perché, dunque, ripartire da Marx?

Secondo Fusaro, come anticipavamo, la ragione è essenzialmente una: «in un’epoca di passioni tristi, le quali inducono a pensare che non possa andare diversamente da come va, Marx insegna a non accettare come destino intramontabile l’ordine esistente».

Marx, insomma, perché la filosofia non deve rimanere in una torre d’avorio ma divenire azione, «incidere nella visione del mondo delle masse, trasformare il senso comune».

Ciò che egli prova a fare illustrando la duplice violenza dell’economia: diretta e indiretta, ovvero culturale.

«La globalizzazione», afferma, «è una violenza dove carnefice e vittima non si incontrano mai. Come nel caso delle delocalizzazioni, laddove è il capitale che mira ad abbattere le frontiere ai suoi scopi». «Possiamo definire globaritarismo questa forma di autoritarismo, che non mira a escludere i popoli ma ad includerli ossessivamente per lo scambio delle merci».

E dell’errore di alcuni marxisti, ingannati dalla possibilità di capovolgimento della globalizzazione in comunismo globale.

«La condanna continua della violenza», argomenta in seguito, «e la condanna stessa delle violenze passate, del resto, servono soltanto a rendere legittima la violenza attuale, la violenza dell’economia».

«E’ il potere», sottolinea, «che, pur riconoscendosi imperfetto e ingiusto, si ritiene non emendabile. E’ il presente liberale che si assolutizza: non avrai altra società all’infuori di questa».

Con la conseguente «demonizzazione di ogni passione utopica come potenzialmente autoritaria» e la fine stessa della politica, ben rappresentata dal governo Monti, gli economisti (al posto dei filosofi, dei migliori o dei soviet) al potere: «La volontà di compiacere i mercati rappresenta la fine della politica, poiché la politica dovrebbe governare i mercati, disciplinarli, non compiacerli».

Ragion per cui Fusaro parla di «governi interscambiabili di centrodestra e centrosinistra», di una formazione/istruzione trasformata dal capitale in merce da consumare e di un’unica via di fuga: «sottrarsi dal do ut des mercatistico».

Ma anche della caduta del muro di Berlino, «la più grande tragedia geopolitica, poiché ha segnato il trionfo del capitale su tutta la linea».

E, per concludere, c’è anche spazio per qualche battuta sul recente incontro (mancato) a CasaPound, nell’occupazione che è la sede centrale del movimento in via Napoleone III a Roma, dove Fusaro avrebbe dovuto discutere, con «l’amico» e responsabile culturale di Cpi Adriano Scianca, proprio di Karl Marx. Una conferenza poi tenutasi senza la partecipazione del filosofo torinese, che in extremis aveva deciso di rinunciare in seguito ai durissimi attacchi (e alle minacce) ricevuti dagli ambienti antifascisti: «Centri sociali e CasaPound sono caduti in una logica di opposizione», ribadisce Fusaro, distribuendo egualmente (ma questa volta colpevolmente) le colpe tra chi ‘fa e chi antifà’.

L’attrazione erotica come conquista e violazione [terza parte]

erosviolenzaDemonico, abissale, fascinoso. È dunque questa la caratteristica dell’esperienza erotica, laddove il demoniaco non va ovviamente inteso in senso “cristiano”, ma nel senso letterale di “daimon”, “essere divino”, intermediario tra l’umano e il soprannaturale.

Ecco, “finalmente”, il carattere ambivalente dell’erotismo, che non a caso risulta essere il tratto più «fascinoso» appunto. Ed ha a che fare con il fascino dell’abisso, della notte, della “violenza”.

«Si è che in ciò intervengono», spiega ancora Evola in “Metafisica del sesso“, «fattori sottili, d’ordine sia cosmico che analogico: cosmico, perché, come si è detto, è di notte che, ciclicamente, avviene in tutti un cambiamento di stato, il passaggio della coscienza alla sede del cuore, per cui anche quando si resta svegli, di notte permane la tendenzialità di questo spostamento […]; analogico, perché l’amore sta sotto il segno della donna, e la donna corrisponde all’aspetto oscuro, sotterraneo e notturno dell’essere, al vitale-inconscio, e il suo regno è pertanto la notte, l’oscurità».

Venendo all’ambivalente rapporto tra amore e “morte”, esso si scorge fin nella «ambivalenza delle divinità, specie femminili, che sono divinità del desiderio, del sesso, della voluttà e, insieme, divinità della morte» (es. Kalì). E la sua origine sta esattamente nella natura magnetica dell’impulso erotico: «Il desiderio e il possesso dell’essere amato è ciò che distingue ogni amore sessuale dall’amore in genere come “voler bene”, come puro amore umano […], l’amore sessuale implica il desiderio come bisogno di assorbire».

Si può, in tal caso, fare riferimento al mito dell’androgino, all’unità originaria e alla reintegrazione delle qualità, ma anche al simbolismo taoista che spiega la natura dell’Eros nel magnetismo (tsing) che muove donna e uomo in quanto yin e yang, dal momento che nel Tao si tratta non a caso di due principi che sembrano in continua “lotta”, in un equilibrio dinamico, in un “conflitto misurato”.

Ecco dunque che «si può dunque parlare di una ambivalenza di ogni impulso erotico intenso, perché l’essere che si ama, mentre lo si afferma, in pari tempo lo si vorrebbe distruggere, assimilare, risolvere in sé stessi; sentendo in lui il proprio complemento, si vorrebbe che cessasse di essere un altro essere. Donde, anche, un elemento di crudeltà che si unisce al desiderio, elemento spesso attestato da aspetti anche fisici dell’amore e dallo stesso amplesso». Annota infatti Evola: «Nel Kama-sutra di Vatsayana, a parte una considerazione dettagliata della tecnica dei morsi, dell’uso delle unghie e di altri accorgimenti dolorosi nell’amore […], è interessante l’accenno ad un possibile effetto erotogeno-magnetico oggettivo provocato dalla vista dei segni corrispondenti rimasti sul corpo».

Ed è interessante notare come il tema in effetti ritorni molto spesso nella letteratura, a conferma di questa latenza implicita e che, si badi, solo in quanto latenza rimane nell’alveo di quell’equilibrio dinamico di cui sopra.

«Non di rado la sofferenza fisica nell’amore attrae più della blandizia», scrive D’Annunzio ne “Il piacere”.

«L’amore fisico è impensabile senza violenza», afferma Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, che riserva alla lettura diversi dialoghi e situazioni emblematiche in merito, contornando un testo noto per la denuncia politica dei regimi comunisti europei di significative riflessioni sull’amore e su quella che viene definitiva «amicizia erotica», non senza confusioni rispetto alla prospettiva qui adottata.

Nel cogliere dunque l’esistenza di un rapporto analogico e in minima parte concreto tra violenza ed Eros, osserviamo al contempo un dato che può essere considerato un primo risultato di questa indagine: ogni feticismo non è altro che l’estremizzazione di una latenza comunemente e normalmente presente.

Del resto, tornando al principio maschile e femminile puro, tornando anche visivamente al simbolo del Tao, yin ha in sé traccia del suo opposto e viceversa. Ecco, dunque, l’equilibrio dinamico nel mantenere tali queste latenze, sia in sé che fuori da sé.

Ed ecco, dunque, un primo significato dell’ambivalenza dell’Eros, dal momento che una rottura dell’equilibrio in sé è causa di una rottura dell’equilibrio fuori da sé, e viceversa.

Scrive D’Annunzio nel descrivere il giovane e nobile protagonista de “Il piacere”: «Non potendo più adeguarsi a una superior forma dominatrice, l’anima sua, camaleontica, mutabile, fluida, virtuale si trasformava, si difformava, prendeva tutte le forme. Egli passava dall’uno all’altro amore con incredibile leggerezza; vagheggiava nel tempo medesimo diversi amori; tesseva, senza scrupolo, una gran trama d’inganni, di finzioni, di menzogne, d’insidie, per raccogliere il maggior numero di prede. L’abitudine della falsità gli ottundeva la coscienza. Per la continua mancanza della riflessione, egli diveniva a poco a poco impenetrabile a sé stesso, rimaneva fuori del suo mistero. A poco a poco egli quasi giungeva a non veder più la sua vita interiore».

Poco ci interessa delle implicazioni morali, né l’impostazione può esser completamente fatta “nostra”; ciò che rileva è, invece, la correlazione tra vita interiore ed esperienza erotica.

Tornando al carattere violento dell’esperienza erotica, che ne costituisce l’aspetto più “misterioso”, è chiaro che in esso il punto essenziale è quello della violenza come “conquista”. Lì sta l’analogia ed il mistero.

«Tutto il suo essere  – scrive ancora il Vate – accendevasi d’un orgoglio selvaggio, al pensiero di posseder quella bianca e superba donna per diritto di conquista violenta».

«Non era quindi – e siamo di nuovo a Kundera – il desiderio del piacere sessuale (il piacere era un’aggiunta, una sorta di premio), bensì il desiderio di impadronirsi del mondo (di aprire con il bisturi il corpo supino del mondo) ciò che lo spingeva ad inseguire le donne».

Qui pare che tutto torni: l’Eros come esperienza indipendente tanto dal bisogno fisico, che dal piacere, ma anche, per l’appunto, il tema della “violenza”, che giunge ad un’immagine estrema («aprire con il bisturi il corpo supino del mondo») per riferirsi all’atto sessuale, rappresentato esattamente come impulso al raggiungimento violento dell’essere nudo, come conquista, scoperta e come “violazione”. Immagine che diviene congiungimento dell’uomo assoluto con la donna assoluta nel momento in cui la donna è analogicamente rapportata al mondo, alla Terra, così come il principio femminile yin, in contrapposizione al principio maschile del Cielo.

«Solo nella sessualità il milionesimo di diversità si presenta come qualcosa di prezioso perché è inaccessibile pubblicamente e bisogna conquistarlo». In questo passo dello scrittore ceco la violenza che diventa conquista, impulso prometeico alla conoscenza, alla scoperta, di ciò che inaccessibile e che chiarisce tanti aspetti dell’esperienza erotica, cui non a caso deve includersi quella del pudore femminile.

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Napoli, il banchetto degli squali: processo politico contro CasaPound

IMG_4550«La Merkel è una culona inchiavabile». Se fosse partita da Napoli un’inchiesta a suo carico, l’ex premier avrebbe ora alle spalle anche un procedimento per tentato stupro. Come non cogliere il tentativo di violenza fallito nella sua amara conclusione: «inchiavabile»!

E se questa è la nuova frontiera del diritto discrezionale, ad articoli fotocopia, titoli fuorvianti, bugie riportate acriticamente e intercettazioni penalmente irrilevanti finite sui giornali, invece, ci si era ormai abituati.

CasaPound Italia per la prima volta in campagna elettorale e la magistratura si scatena, i giornali vanno in orgasmo multiplo, mentre la casta raccoglie le briciole come al solito. E’ questo il quadro della vicenda che ha visto l’arresto di dieci persone, tra cui due militanti di Cpi – Giuseppe Savuto e Andrea Coppola – e la responsabile regionale della Campania Emmanuela Florino, a Napoli, lo scorso 24 gennaio.

C’è, tra i tanti, Repubblica a divertirsi con aperture choc: «CasaPound minaccia: violentiamo l’ebrea», non solo attribuendo al movimento la discussione privata di un singolo, ma fondando l’accusa sulla frase di un ragazzo che, in un eccesso comunque verbale di violenza e volgarità, ma in contesto del tutto privato, afferma: «questa la picchio o la stupro». Una frase pesante ma del tutto priva di significato politico, semanticamente rassomigliante semmai ad una ipotesi più che ad una minaccia e, soprattutto, priva di riscontri reali. Uno scherzo di cattivo gusto, finito nel faldone.

L’antisemitismo fa notizia, ma Cpi al riguardo fa notizia suo malgrado dal momento che anche questa volta è stata chiarissima: «antisemitismo e razzismo ci fanno vomitare, tanto quanto le inchieste ad orologeria», ha specificato il vicepresidente Simone Di Stefano nella conferenza stampa tenuta in seguito agli arresti. «C’è una distanza siderale rispetto al razzismo – ha proseguito – ed anche per questo abbiamo rotto con l’estrema destra. Nei campi per gli sfollati del terremoto in Emilia abbiamo aiutato gli immigrati ad organizzare una festa islamica e ne è nato un caso. Ma non abbiamo bisogno di mostrarci per avere patentini di democraticità: i magistrati che dovessero pensare alla nostra chiusura per razzismo troveranno fior di prove a smentirli».

Ma un processo politico, evidentemente, può permettersi di dirti anche quello in cui credi. Può dirti che in realtà sei razzista ed antisemita anche se raccomandi ai tuoi militanti di non esprimere posizioni simili. Se lo fai, ovviamente, è solo per «non sporcare l’immagine ufficiale di CasaPound che vuole accreditarsi come un interlocutore credibile per le istituzioni», come recita l’atto d’accusa. Un trucco insomma, che dura ormai da anni. Strano, no?

L’intercettazione di una frase superficiale diventa posizione semi-ufficiale, non lo è invece l’azione pubblica, in un classico processo alle intenzioni politiche, oltre che a quelle ipoteticamente criminali.

Tutto fa colore e poi, suvvia, in un processo politico i fatti non contano. È sufficiente qualcosa di scabroso da dare in pasto a conferenze stampa gonfiate ad hoc. Le prove? Valgono poco, perché non è necessariamente alla condanna che mira un processo politico. È lo screditamento e l’imposizione del silenzio che interessa. Perciò Adriano Scianca, responsabile culturale di Cpi, ha osservato opportunamente: «si potrebbe, tanto per cominciare, partire da un presupposto: tutte le inchieste strillate, siano esse contro i “nazisti” o contro i No Tav, che iniziano con “progettavano…” sono tarocche. Quando hanno in mano i fatti mettono avanti i fatti. Quando parlano di progetti è fumo negli occhi, sempre».

Del resto, il presidente di Cpi Gianluca Iannone, in occasione della manifestazione nazionale del movimento lo scorso 24 novembre, aveva avvertito i suoi “ragazzi”: «creano terrorismo psicologico» quindi «guardia alta»

«Il caso non esiste mai», ricordava. E non è certo un caso se, ad un paio di giorni dalla presentazione delle liste di Cpi, dai tribunali è venuto improvvisamente fuori un fascicolo che aspettava in un cassetto da oltre quattro anni.

Peccato che, quando il confronto politico si trasferisce nelle aule di tribunali, solo una delle due parti indossa la toga e può sbatterti in galera, una è lo Stato e l’altra il mostro da prima pagina. Fine del confronto ad armi pari, metafora che tra l’altro rischia l’incriminazione a questo punto.

E se si volesse negare che si tratti di processo politico, si dovrebbe prima spiegare perché materia degli atti è Cpi e non i presunti reati in sé. E basterebbe zittire Pd, Cgil e perbenisti di varia estrazione quando ne chiedono la chiusura e l’incriminazione senza che perlomeno una condanna di primo grado serva ad avvalorare la richiesta.

Banda armata, detenzione e porto illegale di armi e materiale esplosivo, lesioni, aggressione a pubblico ufficiale e riunione non autorizzata in luogo pubblico, attentati incendiari, manifestazioni non autorizzate, aggressioni contro avversari politici e «indottrinamento di giovani militanti all’odio etnico e all’antisemitismo». C’è un po’ di tutto salvo poi notare che, quando cadrà l’accusa di banda armata (molto probabile visto il bottino a dir poco magro delle perquisizioni, insufficiente a dimostrare il possesso di un congruo armamento dell’ipotetica banda) e quella di associazione sovversiva (dal momento che i ragazzi fermati non fanno neanche parte di un unico schieramento e certamente non esiste la continuità temporale), allora il caso si sgonfierà. Quando i media avranno già fatto il loro lavoro.

È reato d’associazione e allora puoi infilarci dentro persino qualche bottiglietta di aperitivo come prova indiscutibile, tanto per gradire; puoi fare i filmati dell’operazione e persino arruolare il Ros, pensato per occuparsi di terrorismo e mafia e finito ad arrestare gente per un paio di presunte risse. Loro e della Digos le informative che, insieme alle intercettazioni, rappresentano gli unici indizi su cui è basta l’inchiesta, come ricorda l’Ansa. Un po’ poco, se ne converrà.

La violenza contro gli avversari politici. Ecco l’altra chicca degli investigatori, lenti nel capire che, come ha spiegato Di Stefano, «la violenza politica è imposta dai nostri avversari con gli assalti alle nostre sedi e cortei» e che l’unica “colpa” del movimento è quella di «non darsi mai alla fuga, difendendo sempre il diritto di stare in piazza».

«Stamani nei pressi della facoltà di Giurisprudenza della Federico II di Napoli – recita una nota del 4 ottobre 2011 – la responsabile regionale di CasaPound Campania, Emmanuela  Florino,  è stata aggredita da 7 persone riconducibili ai movimenti della sinistra antagonista napoletana che, riconosciuta la giovane militante all’ingresso della facoltà di Legge, hanno tentato di allontanarla dalla sede universitaria impedendole di entrare e successivamente l’hanno aggredita con calci e pugni». Qualche giorno dopo, il 10 ottobre (e c’è tanto di video sul web), gli antifà in corteo organizzato e non autorizzato, armati di caschi e bastoni, aggrediscono il Blocco Studentesco che sta volantinando davanti la facoltà di Giurisprudenza. La polizia interviene contro la formazione giovanile di Cpi, denunciandone tre ed ignorando i collettivi. Tensioni che si accendono dopo i fatti accaduti nella primavera 2011, oggetto dell’indagine, in cui alcuni militanti di Cpi vengono aggrediti dai soliti collettivi armati, questa volta davanti Lettere. Tre finiscono in ospedale, uno con ferite gravi alla testa. Anche i collettivi denunciano feriti, ma la dinamica è chiaramente difensiva, considerando sia la sproporzione numerica sia l’origine dello scontro.

Si sa, i fasci all’università non ci devono stare e possibilmente neanche al mondo, figuriamoci se possono farci politica. Magistrati (e) antifà su questo sembrano d’accordo. Tanto per cambiare.

Emmanuel Raffaele, “Occidentale”, febbraio-marzo 2013