Da Noli a Catanzaro, da Giuseppina Ghersi a Sergio Ramelli: partigiani senza vergogna dalla parte degli assassini

Non c’è pace per i partigiani e, soprattutto, post-partigiani dell’Anpi. E non c’è vergogna. Né onore. Non c’è limite all’odio di chi pure si auto-proclama eroe. E che questa volta si accanisce senza quanto meno pudore contro una bambina, Giuseppina Ghersi, violentata, torturata e uccisa più di settant’anni fa. Era il 1945, aveva appena 13 anni, ma ai partigiani non parse abbastanza per assolverla: secondo loro era una “spia dei fascisti”.

A far tornare il caso sui giornali nazionali è stata, questa volta, la proposta di un consigliere di centro-destra del comune ligure di Noli, Enrico Pollero, volta a dedicare una targa alla vittima innocente di questa barbarie. Ed è così che, con il sindaco a favore, si è deciso che la targa venisse inaugurata il prossimo 30 settembre, alla presenza del capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Angelo Vaccarezza, ma non del sindaco di Savona (paese natio della ragazza) Ilaria Caprioglio. Ma, di fronte a questa decisione, è accaduto l’impensabile. L’Anpi si è opposta con parole che non avremmo mai pensato e voluto ascoltare: “Giuseppina Ghersi al di là dell’età era una fascista”, ha affermato il presidente della sezione savonese Samuele Rago, “eravamo alla fine della guerra: è ovvio che ci fossero condizioni che oggi ci appaiono incomprensibili. Era una ragazzina ma rappresentava quella parte là. Una iniziativa del genere ha un valore strumentale, protesteremo”. Continua a leggere

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CALL CENTER: QUI GIACE IL DIRITTO – Nuovo caso in provincia di Catanzaro

call-centerLo scandalo è che in termini di legge lo scandalo non c’è, poiché si scrive “contratto di collaborazione a progetto”, ma si legge “carta straccia”.

A darne l’ennesimo esempio una società di Catanzaro lido nell’ambito dei call center che, nella primavera scorsa, conclude le selezioni per un piccolo centro a Marcellinara. Gli operatori sono pochi, il numero esiguo, del resto, protegge dallo scalpore. La gravità dei fatti, però, non è una questione di cifre. Poiché i cinque operatori contrattualizzati per un anno e dieci giorni a partire dal 21 maggio 2014 per i servizi di vendita telefonica dopo circa venti giorni di lavoro, vengono mandati ufficiosamente a casa. Temporaneamente, riferiscono dall’azienda ai lavoratori, senza fornire motivazioni ufficiali. Temporaneamente ma senza alcuna notizia ormai da circa tre mesi, con il sospetto più che fondato che la pausa possa diventare definitiva e la consapevolezza che consultare un sindacalista sia una prassi ormai inutile, considerato il tipo di contratto.

Una situazione, insomma, che segna l’inesorabile fallimento del modello di flessibilità che i vari Marchionne ci propinano come nuovo mito del progresso: lavoratori che, sulla carta, per contratto, sono definiti alla stregua di liberi professionisti, che prestano la propria collaborazione “in piena autonomia e senza alcun vincolo di subordinazione”, senza far “parte dell’organico della società” che, per parte sua, non può “esercitare alcun potere disciplinare o direttivo” nei confronti del lavoratore, il quale “non dovrà in alcun modo ricevere disposizioni dal personale della Società”, con una “autonoma gestione delle fasi del programma a lui affidate”, nessun “assoggettamento ad un orario di lavoro” ed il libero utilizzo, negli orari di apertura, delle strutture della società dedicate a Marcellinara. E che, ovviamente, in caso di malattia o infortunio, restano sospesi “senza alcun obbligo di compenso”.

Senonché la realtà, per chiunque conosca direttamente o indirettamente il mondo dei call center, è ben diversa e, a fonte di contratti simili, gli obblighi reali sono tutti per l’operatore ed i vantaggi soltanto per la società, che dispone di un potere ‘contrattuale’ sproporzionatamente maggiore rispetto al lavoratore, il quale nella realtà dei suoi doveri è un dipendente a tutti gli effetti, con tutte le conseguenze del caso, salvo non avere i mezzi per pretendere uguali garanzie.

È questa, dunque, l’ipocrisia di un diritto che, diventato mera burocrazia, ha perso di vista la sostanza, pure ugualmente importante nella sua teoria. Perciò è senz’ altro vero che, se la vittima di questo assurdo gioco è proprio la certezza del diritto (ancor più del concetto di lavoro fisso che, in prospettiva, conta anche meno), imputabile politicamente non è certo chi di questi strumenti legislativi si serve, chi sfrutta a proprio vantaggio le possibilità offerte dalle norme.

Sul banco degli imputati è, invece, il legislatore, i nostri parlamentari, la nostra casta che queste norme e forme contrattuali criminali le crea. E, forse, anche la casta più forte dei magistrati, che evidentemente non preme troppo sull’ uso improprio di contratti simili, che definiscono rapporti di lavoro e di forza del tutto differenti da quelli reali e da quelli normalmente esistenti in alcuni tipi di lavoro. Lavoratori autonomi a cui la società ha, tra i pochi obblighi, pur sempre il dovere di fornire “dati tecnici e commerciali, notizie, informazioni o quanto altro necessario all’ ottimale svolgimento dell’attività”, salvo disporre dello strumento di ricatto più forte, quale la possibilità di concludere unilateralmente il rapporto di lavoro senza dover fornire alcuna causa, “anche qualora il programma non sia stato completato, fornendo apposita disdetta da comunicarsi al collaboratore a mezzo di raccomandata”, con un preavviso di 7 giorni.

E’ qui che giacciono il diritto, il lavoro e la giustizia dei tribunali.

Emmanuel Raffaele, “Il Garantista”, 12 set 2014

Fusaro a Catanzaro: «Destra? Sinistra? Grillo? Il pericolo è l’Unione Europea!»

fusaro«Riappropriarsi del concetto emancipativo di nazione», «basta alla fuga verso la cosmopoli e verso l’estero che caratterizza l’Italia: la cultura sia nazionalpopolare», «no alle delocalizzazioni in nome di un cieco abbattimento delle frontiere», «diritto di parlare la propria lingua nazionale contro la vergognosa imposizione della lingua inglese nelle scuole e l’ imperialismo culturale per cui una pubblicazione in inglese vale più che una in italiano»: a sentir parlare il filosofo Diego Fusaro, nell’incontro svoltosi ieri pomeriggio presso l’Università Magna Graeciadi Catanzaro, la percezione di trovarsi al di là delle ideologie è netta.

“La violenza dell’economia”: è questo il tema di un incontro che ha disvelato, a chi già non lo conoscesse, il pensiero del giovanissimo studioso torinese, comunemente definito marxista ma, in realtà, padrone di temi e di un linguaggio appannaggio spesso dello “schieramento opposto”. Ed il motivo è presto detto.

«Non ho mai detto», spiega Fusaro, «di essere marxista: sono allievo indipendente di Hegel e di Marx».

E, sollecitato sugli abbagli presi da Marx o, più semplicemente, su ciò che andrebbe accantonato dell’autore de “Il Capitale”, addirittura aggiunge: «Il mio Marx è il Marx idealista».

Poiché, se è vero che bisogna «ripartire da Marx, dalla sua critica dell’esistente e dalla sua passione per la ricerca di un futuro alternativo», diversi sono i limiti riconosciuti: «innanzitutto, la fede positivistica nella scienza e gli scivolamenti verso il meccanicismo e il determinismo nel capitale». «Il mio Marx», aggiunge infatti, «è il Marx di Gramsci e Gentile, il Marx della prassi, il Marx ‘idealista’, critico dell’economia e del capitale, mentre non mi convince Marx che pensa alla fine del capitalismo come un processo naturale: ciò è un’illusione».

Riassumendo: Marx e Gentile, nazione, idealismo, cultura, «che solo per il marxismo staliniano è mera sovrastruttura» (risposta sulla quale qualcuno potrebbe forse dissentire) e determinazione nel superamento della dicotomia destra-sinistra: «l’unica dicotomia che ritengo valida è tra chi accetta capitale e chi lo contrasta. Le altre sono dicotomie gravide di capitale».

E Grillo? E il ‘riemergere dell’estrema destra in Europa’?

«Il problema non è la destra, la sinistra o Grillo ma l’Unione Europea». «Mentre giovani fascisti e antifascisti si scontrano, il capitale si sfrega le mani».

Perché, dunque, ripartire da Marx?

Secondo Fusaro, come anticipavamo, la ragione è essenzialmente una: «in un’epoca di passioni tristi, le quali inducono a pensare che non possa andare diversamente da come va, Marx insegna a non accettare come destino intramontabile l’ordine esistente».

Marx, insomma, perché la filosofia non deve rimanere in una torre d’avorio ma divenire azione, «incidere nella visione del mondo delle masse, trasformare il senso comune».

Ciò che egli prova a fare illustrando la duplice violenza dell’economia: diretta e indiretta, ovvero culturale.

«La globalizzazione», afferma, «è una violenza dove carnefice e vittima non si incontrano mai. Come nel caso delle delocalizzazioni, laddove è il capitale che mira ad abbattere le frontiere ai suoi scopi». «Possiamo definire globaritarismo questa forma di autoritarismo, che non mira a escludere i popoli ma ad includerli ossessivamente per lo scambio delle merci».

E dell’errore di alcuni marxisti, ingannati dalla possibilità di capovolgimento della globalizzazione in comunismo globale.

«La condanna continua della violenza», argomenta in seguito, «e la condanna stessa delle violenze passate, del resto, servono soltanto a rendere legittima la violenza attuale, la violenza dell’economia».

«E’ il potere», sottolinea, «che, pur riconoscendosi imperfetto e ingiusto, si ritiene non emendabile. E’ il presente liberale che si assolutizza: non avrai altra società all’infuori di questa».

Con la conseguente «demonizzazione di ogni passione utopica come potenzialmente autoritaria» e la fine stessa della politica, ben rappresentata dal governo Monti, gli economisti (al posto dei filosofi, dei migliori o dei soviet) al potere: «La volontà di compiacere i mercati rappresenta la fine della politica, poiché la politica dovrebbe governare i mercati, disciplinarli, non compiacerli».

Ragion per cui Fusaro parla di «governi interscambiabili di centrodestra e centrosinistra», di una formazione/istruzione trasformata dal capitale in merce da consumare e di un’unica via di fuga: «sottrarsi dal do ut des mercatistico».

Ma anche della caduta del muro di Berlino, «la più grande tragedia geopolitica, poiché ha segnato il trionfo del capitale su tutta la linea».

E, per concludere, c’è anche spazio per qualche battuta sul recente incontro (mancato) a CasaPound, nell’occupazione che è la sede centrale del movimento in via Napoleone III a Roma, dove Fusaro avrebbe dovuto discutere, con «l’amico» e responsabile culturale di Cpi Adriano Scianca, proprio di Karl Marx. Una conferenza poi tenutasi senza la partecipazione del filosofo torinese, che in extremis aveva deciso di rinunciare in seguito ai durissimi attacchi (e alle minacce) ricevuti dagli ambienti antifascisti: «Centri sociali e CasaPound sono caduti in una logica di opposizione», ribadisce Fusaro, distribuendo egualmente (ma questa volta colpevolmente) le colpe tra chi ‘fa e chi antifà’.

Doppia preferenza di genere (anche in Sicilia): qualcosa non torna

crocetta«La sentenza del 14 gennaio 2010 n. 4 della Corte Costituzionale», spiegava il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna nell’ottobre 2010, «ha legittimato la legge della Regione Campania che prevede la doppia preferenza di genere». «Questa», assicurava, «è la strada da percorrere per riequilibrare situazioni di partenza gravemente disomogenee».

Effettivamente, dopo l’introduzione della norma, nella Regione Campania le donne elette in Consiglio regionale sono passate da due a quattordici. Ed a sottolinearlo appena qualche mese fa è Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio regionale lombardo in quota Pd.

Quando nel nostro Paese si tratta di cavalcare i buoni sentimenti e la retorica egualitarista, i maestri dell’ipocrisia dimostrano quanto siano labili le identità politiche proposte.

La legge campana che introduce per la prima volta in Italia la doppia preferenza di genere, nello specifico, prevede la possibilità che l’elettore possa esprimere due preferenze anziché una. Però, nel caso decida di farlo, sarà obbligato a votare due candidati di sesso diverso. Tutto ciò, appunto, per pilotare l’elezione di un numero maggiore di donne all’interno del Consiglio regionale.

La Corte Costituzionale, pronunciatasi nel merito, non vi ha trovato nulla da ridire. Così come sottolinea la Valmaggi, la Consulta ritiene infatti «infondata sia la ‘violazione del diritto dell’elettorato attivo’, sia la ‘violazione del diritto di voto’, prospettata dal Governo in un ricorso nel 2010». Quello stesso governo di cui faceva parte la già citata Carfagna, tanto per chiarire.

Dopo di ché, la legge approvata in Campania è stata presa ad esempio un po’ in tutta Italia, come abbiamo visto nel caso lombardo e come dimostra anche la grande manifestazione organizzata dall’altra parte del Paese, a Catanzaro, il 26 marzo 2012 dal titolo «La democrazia paritaria»; presente all’iniziativa è addirittura il ministro della Giustizia Paola Severino.

Il 23 novembre 2012 la legge n. 215 conferisce legittimità «nazionale» alla proposta, non soltanto introducendo la previsione di precise garanzie di un’adeguata rappresentanza femminile negli enti locali, ma anche regolamentandone il recepimento per quanto riguarda le elezioni nei piccoli comuni.

Approvata appena in aprile, la doppia preferenza di genere, inoltre, ha già debuttato in Sicilia. Effetto del «modello Sicilia», Crocetta-Cinque Stelle, penserete. E invece no. I grillini, dimostrando anticonformismo, si sono opposti duramente alla proposta: «questa legge è una porcata, consentirà il voto di scambio e il capillare controllo del consenso elettorale», ha dichiarato il capogruppo Giancarlo Cancellieri. «Il testo approvato in questa forma è pericolosissimo», gli fa eco la collega Gianina Ciancio. A spiegare i punti deboli della norma approvata è “Il Fatto Quotidiano”: «le due preferenze, infatti, si dovranno esprimere in un’unica scheda. Un vulnus che potrebbe facilmente fare il gioco dei vari ras locali delle preferenze, abilissimi a creare coppie di candidati uomo – donna “blindati” per tracciare la provenienza del voto». Addirittura, «i vari ‘collettori’ di voti potrebbero impartire l’ordine di annullare la seconda preferenza, controllando militarmente i pacchetti di voti dei vari clientes».

A dividere i grillini da Crocetta, che subito ha trovato l’accordo con un’entusiasta Pdl, è stata in questo caso, dunque, una questione formale. Ma non c’è dubbio che le modalità di applicazione della legge, così come la ponderazione dei voti, lasciano spazio a vari dubbi.

Tanto più che, come dicevamo, resta impari il trattamento nei confronti di chi, se non vuole votare una donna (o un uomo), è costretto ad indicare il nome di un soltanto candidato, al contrario di chi, avvalendosi della doppia preferenza, può indicare invece due diversi candidati. Ed è comunque obbligato a scegliere non chi vuole ma un candidato di sesso opposto. Questioni tecnico-giuridiche su cui la Corte, come dicevamo, si è espressa ma sulle quali i dubbi interpretativi permangono.

La questione vera, però, è politica. E parte proprio dalla retorica egualitarista di partenza, senza discostarsi troppo dalla questione sulle «quote rosa», ma conducendo a conseguenze se possibile ancor più assurde.

Che sia garantito alla donna il «diritto alla poltrona» è sacrosanto. Che le sia garantita la poltrona stessa è però tutta un’altra cosa. Se il diritto della donna a partecipare alla vita politica deriva dalla sua uguaglianza davanti alla legge rispetto all’uomo, ciò vuol dire che il suddetto diritto proviene giuridicamente dal suo essere persona con annessi diritti civili, al pari di chiunque altro, uomo o donna che sia. Se invece il diritto lo si fa derivare proprio dall’esser donna è chiaro che tale diritto ha fondamento soltanto in sé stesso, è autoreferenziale, poggia insomma sul nulla e perciò la questione cambia, poiché ciò nega l’uguaglianza di fronte alla legge dalla quale dovrebbe paradossalmente avere origine la proposta.

E con conseguenze ancor più assurde. Stando a questa logica, infatti, un diritto alle pari opportunità così interpretato richiederebbe un’eguale rappresentanza per ogni categoria sotto-rappresentata e riconosciuta come tale. Anzi, a dir la verità, volendo proprio esser coerenti, la norma risulterebbe addirittura discriminatoria nei confronti delle altre «categorie». D’altronde, chi decide quali sono le altre categorie che meritano una poltrona assicurata? Quali i criteri oggettivi? Come la mettiamo per i giovani, anch’essi sotto-rappresentati. O per gli omosessuali, gli immigrati, i cattolici, gli atei, i mussulmani, i protestanti, gli ebrei. E, dopo tutto, perché essere cattivi? Come non garantire una quota di seggi anche a chi ha un pensiero politico sotto-rappresentato?

Il diritto delle minoranze a non esser minoranze. Che è un po’ come il diritto della pioggia ad esser bel tempo. Qualcosa non torna.

Safe City: il Tar zittisce i cittadini, per la maggioranza pronunciamento «favorevole»

mimmo talliniCATANZARO – Si tratta di un pronunciamento «favorevole» alla maggioranza, secondo il capogruppo del Pdl al Consiglio comunale di Catanzaro Mimmo Tallini, quello con il quale il Tar ha respinto il ricorso proposto contro il progetto Safe City e, quindi, contro la delibera di Giunta n. 57 dell’ 8 marzo 2013.

Ancora propaganda, dunque, da parte della maggioranza, dal momento che il Tar non si è certo espresso nel merito della vicenda, ma ha “semplicemente” ritenuto di non riconoscere il titolo per ricorrere contro il provvedimento ai cittadini, ai consiglieri ed alle associazioni che hanno avviato l’azione legale.

Assurdo (o di cattivo gusto) farlo passare come un pronunciamento favorevole, dal momento che il Tribunale amministrativo regionale ha in pratica stabilito che esponenti del Consiglio comunale democraticamente eletti, associazioni e cittadini non hanno diritto di contestare la legittimità di un provvedimento. Non hanno, in breve, nessuna voce in capitolo.

A naso, dunque, sembrerebbe che sia su quest’ultimo punto che il centrodestra sente di aver avuto ragione e ne va evidentemente fiera. Ha deciso di fare tutto da sola, bypassando il Consiglio comunale, non indicendo alcuna procedura ad evidenza pubblica per affidare l’appalto e senza tener conto del fatto che una delibera di Giunta dovrebbe limitarsi ad atti di indirizzo politico o di programmazione e, chiaramente, interpreta questa come una vittoria.

Cittadini e consiglieri, secondo la maggioranza, non soltanto hanno il dovere di starsene zitti e buoni (a quanto pare il progetto Safe City comincia a dare i suoi risultati!) e non interferire politicamente ma, secondo il Tar, non hanno neanche il diritto di contestare il fatto che, quella decisione, dalla quale sono stati esclusi sia in forma diretta che indiretta, potrebbe anche essere illegittima.

Che un esito simile, che non dà ragione a nessuna delle due parti sulla legittimità della delibera, venga accolto come favorevole, quindi, non è e non può che essere soltanto l’ennesima azione di propaganda e di cattiva informazione. Certo, non l’unica. D’altronde, l’intera vicenda è essa stessa un’abile operazione di marketing (politico?) da parte della maggioranza, che ha tentato in tutti i modi, con comunicati in stile spot della Mulino Bianco, di far passare la Bunker Sec e questo progetto come la realizzazione del paradiso in terra.

Quando, per dirne una, la Bunker Sec, emanazione dell’ex capo del Mossad, il servizio segreto israeliano, è tra l’altro, per sua stessa ammissione – lo si legge nella determinazione dirigenziale del Settore Polizia Municipale del Comune di Catanzaro n. 2626 del 13 agosto 2012 –, impegnata col progetto prima di tutto in «Israele, Stato ad alto rischio terrorismo».

Dunque, un progetto pensato per combattere e reprimere i nemici nel conflitto israelo-palestinese, riadattato per la città di Catanzaro.

«L’ordinanza del TAR sul progetto Safe City – ha commentato Tallini – si presta, per quanto mi riguarda, ad un’unica e importante considerazione: viene sconfitta, per l’ennesima volta, la via giudiziaria che le opposizioni hanno imboccato da alcuni anni a Catanzaro al posto della dialettica e del confronto politico».

Non è il caso di entrare nel merito della diatriba centrodestra-centrosinistra, è però paradossale che, proprio la maggioranza di cui è espressione il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, sulla questione Safe City rimproveri le opposizioni di aver rinunciato alla «dialettica» e al «confronto politico», visto che la Giunta, come anticipato, ha pensato bene di portare avanti un progetto dal valore di ben 23 milioni di euro senza neanche il parere del Consiglio comunale.

Ci domandiamo cosa intenda il consigliere Tallini, a questo punto, per confronto politico, dal momento che la sede istituzionale in cui esso dovrebbe svolgersi è stata bypassata e che chiunque abbia contestato il progetto anche al di fuori degli esponenti dell’aula rossa è rimasto inascoltato.

Una maggioranza responsabile avrebbe accantonato un progetto contro cui c’è stata una vera e propria levata di scudi non solo da parte del centrosinistra, della Cgil e dell’associazionismo connesso quali Il Pungolo o Cittadinanzattiva, ma anche da parte di movimenti politici che rappresentano un’altra parte dell’universo giovanile, quali CasaPound ed Alpocat.

Dove e come la maggioranza pretendeva che il progetto venisse «modificato, perfezionato, migliorato, rimodulato» senza che sullo stesso potesse esprimersi il Consiglio comunale?

O forse dovremmo rassegnarci al fatto che le questioni pubbliche sino ormai diventate oggetto di trattative ad personam?

D’altronde, c’è poco da rimodulare in un progetto che parte dall’assunto di un costo di 23 milioni di euro e dell’istallazione di 900 telecamere e sui quali dettagli si sa poco nulla.

Mentre sul sito del Comune, tra parentesi, la pubblicazione delle delibere è ferma al 2009, sempre in nome della trasparenza, è chiaro.

E se Catanzaro ha un’area vasta come quella di Napoli, tirata in ballo dallo stesso Tallini, a questo punto non sembra vero che, visto il tasso di criminalità della città partenopea, che ha persino un magistrato al potere, tocchi invece a Catanzaro sperimentare questo progetto. E non sembra vero che a Roma ci siano soltanto 300 telecamere.

Cortocircuito evidente, tra l’altro, di una maggioranza garantista ad intermittenza, che mentre rimprovera alla maggioranza di preferire la via giudiziaria alla politica, porta avanti un progetto che mira al controllo totale dei cittadini, perché al “grande occhio” non sfugga un divieto di sosta o, addirittura, il volto di un pregiudicato che cammina per la strada (tra le tecnologie potenzialmente applicabili, infatti, c’è anche quella che prevede il riconoscimento facciale).

E visto che la maggioranza ha tanta voglia di «rimodulare», potrebbe cominciare col dire che le telecamere non verranno istallate «in aree o attività che non sono soggette a concreti pericoli, o per le quali non ricorre un’effettiva esigenza di deterrenza», così come prescritto dal Garante per la Privacy.

Ma, se la maggioranza avesse intenzione di rispettare realmente la privacy, avrebbe considerato il fatto che è sufficiente la presenza di 900 telecamere (8 per km2) a significare un’istallazione generalizzata e quindi non mirata e selettiva, così come invece prescritto dal Garante, che include tra gli oggetti della possibile contestazione anche le 200 telecamere fittizie che fanno parte del pacchetto («installazione meramente dimostrativa o artefatta di telecamere non funzionanti o per finzione»).

Ma l’on. Tallini è molto attento a «perfezionare» ed anche alla privacy, per cui avrà certamente presenti i rilievi mossi in una delle petizioni presentate contro il progetto laddove, citando il Provvedimento suddetto, si ricordava che: «Non risulta quindi lecito procedere, senza le corrette valutazioni richiamate in premessa, ad una  videosorveglianza capillare di intere aree cittadine “cablate“».

E avrà certamente «rimodulato» con il sindaco, che mesi fa invece dichiarava: «Sarà messa in pratica una tecnologia  che consentirà il monitoraggio 24 ore su 24 dell’intero territorio».

Senza considerare il fatto che, in ogni caso, «è vietato il collegamento telematico tra più soggetti, a volte raccordati ad un “centro” elettronico», esattamente quanto previsto dal programma “Data Center”, citato nella determinazione suddetta.

C’è poco da rimodulare, quindi, e non è possibile mettere la questione su questo piano per fingere apertura. L’apertura sarebbe stata reale se, quanto meno, il consiglio avesse potuto votare in merito.

Qui c’è soltanto da fermare un progetto e, soprattutto, da fermare una propaganda secondo la quale chi si oppone al progetto non ha a cuore la sicurezza, così come dimostrato dalla poco argomentata strumentalizzazione del consigliere Nisticò in seguito alla rapina all’ufficio postale di Catanzaro Sala (come se fosse necessario Safe City per istallare due telecamere alle poste).

E, per il momento, non resta che attendere ulteriori sviluppi, dal momento che l’avv. Francesco Pitaro, che segue il ricorso, affermando di voler andare avanti «attraverso gli strumenti giuridici a nostra disposizione», sembra aver confermato il probabile ricorso al Consiglio di Stato.