Safe City: il Tar zittisce i cittadini, per la maggioranza pronunciamento «favorevole»

mimmo talliniCATANZARO – Si tratta di un pronunciamento «favorevole» alla maggioranza, secondo il capogruppo del Pdl al Consiglio comunale di Catanzaro Mimmo Tallini, quello con il quale il Tar ha respinto il ricorso proposto contro il progetto Safe City e, quindi, contro la delibera di Giunta n. 57 dell’ 8 marzo 2013.

Ancora propaganda, dunque, da parte della maggioranza, dal momento che il Tar non si è certo espresso nel merito della vicenda, ma ha “semplicemente” ritenuto di non riconoscere il titolo per ricorrere contro il provvedimento ai cittadini, ai consiglieri ed alle associazioni che hanno avviato l’azione legale.

Assurdo (o di cattivo gusto) farlo passare come un pronunciamento favorevole, dal momento che il Tribunale amministrativo regionale ha in pratica stabilito che esponenti del Consiglio comunale democraticamente eletti, associazioni e cittadini non hanno diritto di contestare la legittimità di un provvedimento. Non hanno, in breve, nessuna voce in capitolo.

A naso, dunque, sembrerebbe che sia su quest’ultimo punto che il centrodestra sente di aver avuto ragione e ne va evidentemente fiera. Ha deciso di fare tutto da sola, bypassando il Consiglio comunale, non indicendo alcuna procedura ad evidenza pubblica per affidare l’appalto e senza tener conto del fatto che una delibera di Giunta dovrebbe limitarsi ad atti di indirizzo politico o di programmazione e, chiaramente, interpreta questa come una vittoria.

Cittadini e consiglieri, secondo la maggioranza, non soltanto hanno il dovere di starsene zitti e buoni (a quanto pare il progetto Safe City comincia a dare i suoi risultati!) e non interferire politicamente ma, secondo il Tar, non hanno neanche il diritto di contestare il fatto che, quella decisione, dalla quale sono stati esclusi sia in forma diretta che indiretta, potrebbe anche essere illegittima.

Che un esito simile, che non dà ragione a nessuna delle due parti sulla legittimità della delibera, venga accolto come favorevole, quindi, non è e non può che essere soltanto l’ennesima azione di propaganda e di cattiva informazione. Certo, non l’unica. D’altronde, l’intera vicenda è essa stessa un’abile operazione di marketing (politico?) da parte della maggioranza, che ha tentato in tutti i modi, con comunicati in stile spot della Mulino Bianco, di far passare la Bunker Sec e questo progetto come la realizzazione del paradiso in terra.

Quando, per dirne una, la Bunker Sec, emanazione dell’ex capo del Mossad, il servizio segreto israeliano, è tra l’altro, per sua stessa ammissione – lo si legge nella determinazione dirigenziale del Settore Polizia Municipale del Comune di Catanzaro n. 2626 del 13 agosto 2012 –, impegnata col progetto prima di tutto in «Israele, Stato ad alto rischio terrorismo».

Dunque, un progetto pensato per combattere e reprimere i nemici nel conflitto israelo-palestinese, riadattato per la città di Catanzaro.

«L’ordinanza del TAR sul progetto Safe City – ha commentato Tallini – si presta, per quanto mi riguarda, ad un’unica e importante considerazione: viene sconfitta, per l’ennesima volta, la via giudiziaria che le opposizioni hanno imboccato da alcuni anni a Catanzaro al posto della dialettica e del confronto politico».

Non è il caso di entrare nel merito della diatriba centrodestra-centrosinistra, è però paradossale che, proprio la maggioranza di cui è espressione il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, sulla questione Safe City rimproveri le opposizioni di aver rinunciato alla «dialettica» e al «confronto politico», visto che la Giunta, come anticipato, ha pensato bene di portare avanti un progetto dal valore di ben 23 milioni di euro senza neanche il parere del Consiglio comunale.

Ci domandiamo cosa intenda il consigliere Tallini, a questo punto, per confronto politico, dal momento che la sede istituzionale in cui esso dovrebbe svolgersi è stata bypassata e che chiunque abbia contestato il progetto anche al di fuori degli esponenti dell’aula rossa è rimasto inascoltato.

Una maggioranza responsabile avrebbe accantonato un progetto contro cui c’è stata una vera e propria levata di scudi non solo da parte del centrosinistra, della Cgil e dell’associazionismo connesso quali Il Pungolo o Cittadinanzattiva, ma anche da parte di movimenti politici che rappresentano un’altra parte dell’universo giovanile, quali CasaPound ed Alpocat.

Dove e come la maggioranza pretendeva che il progetto venisse «modificato, perfezionato, migliorato, rimodulato» senza che sullo stesso potesse esprimersi il Consiglio comunale?

O forse dovremmo rassegnarci al fatto che le questioni pubbliche sino ormai diventate oggetto di trattative ad personam?

D’altronde, c’è poco da rimodulare in un progetto che parte dall’assunto di un costo di 23 milioni di euro e dell’istallazione di 900 telecamere e sui quali dettagli si sa poco nulla.

Mentre sul sito del Comune, tra parentesi, la pubblicazione delle delibere è ferma al 2009, sempre in nome della trasparenza, è chiaro.

E se Catanzaro ha un’area vasta come quella di Napoli, tirata in ballo dallo stesso Tallini, a questo punto non sembra vero che, visto il tasso di criminalità della città partenopea, che ha persino un magistrato al potere, tocchi invece a Catanzaro sperimentare questo progetto. E non sembra vero che a Roma ci siano soltanto 300 telecamere.

Cortocircuito evidente, tra l’altro, di una maggioranza garantista ad intermittenza, che mentre rimprovera alla maggioranza di preferire la via giudiziaria alla politica, porta avanti un progetto che mira al controllo totale dei cittadini, perché al “grande occhio” non sfugga un divieto di sosta o, addirittura, il volto di un pregiudicato che cammina per la strada (tra le tecnologie potenzialmente applicabili, infatti, c’è anche quella che prevede il riconoscimento facciale).

E visto che la maggioranza ha tanta voglia di «rimodulare», potrebbe cominciare col dire che le telecamere non verranno istallate «in aree o attività che non sono soggette a concreti pericoli, o per le quali non ricorre un’effettiva esigenza di deterrenza», così come prescritto dal Garante per la Privacy.

Ma, se la maggioranza avesse intenzione di rispettare realmente la privacy, avrebbe considerato il fatto che è sufficiente la presenza di 900 telecamere (8 per km2) a significare un’istallazione generalizzata e quindi non mirata e selettiva, così come invece prescritto dal Garante, che include tra gli oggetti della possibile contestazione anche le 200 telecamere fittizie che fanno parte del pacchetto («installazione meramente dimostrativa o artefatta di telecamere non funzionanti o per finzione»).

Ma l’on. Tallini è molto attento a «perfezionare» ed anche alla privacy, per cui avrà certamente presenti i rilievi mossi in una delle petizioni presentate contro il progetto laddove, citando il Provvedimento suddetto, si ricordava che: «Non risulta quindi lecito procedere, senza le corrette valutazioni richiamate in premessa, ad una  videosorveglianza capillare di intere aree cittadine “cablate“».

E avrà certamente «rimodulato» con il sindaco, che mesi fa invece dichiarava: «Sarà messa in pratica una tecnologia  che consentirà il monitoraggio 24 ore su 24 dell’intero territorio».

Senza considerare il fatto che, in ogni caso, «è vietato il collegamento telematico tra più soggetti, a volte raccordati ad un “centro” elettronico», esattamente quanto previsto dal programma “Data Center”, citato nella determinazione suddetta.

C’è poco da rimodulare, quindi, e non è possibile mettere la questione su questo piano per fingere apertura. L’apertura sarebbe stata reale se, quanto meno, il consiglio avesse potuto votare in merito.

Qui c’è soltanto da fermare un progetto e, soprattutto, da fermare una propaganda secondo la quale chi si oppone al progetto non ha a cuore la sicurezza, così come dimostrato dalla poco argomentata strumentalizzazione del consigliere Nisticò in seguito alla rapina all’ufficio postale di Catanzaro Sala (come se fosse necessario Safe City per istallare due telecamere alle poste).

E, per il momento, non resta che attendere ulteriori sviluppi, dal momento che l’avv. Francesco Pitaro, che segue il ricorso, affermando di voler andare avanti «attraverso gli strumenti giuridici a nostra disposizione», sembra aver confermato il probabile ricorso al Consiglio di Stato.

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