Milano, violenza di regime contro Forza Nuova: antifascisti assaltano gazebo autorizzato, nessuno si indigna

E’ violenza di Stato con la complicità dei media. Come sempre. Come al solito. Come in passato e, ieri, ancora una volta, a Milano.

Una trentina di antifascisti, nel quartiere Stadera, tra via Meda e via Spaventa, hanno tentato ieri di impedire lo svolgimento di un regolare banchetto di Forza Nuova per promuovere l’iniziativa “Tempo di Casa, preferenza nazionale agli italiani nell’assegnazione delle case popolari a Milano e in Lombardia“.
A quanto pare, una idea poco gradita agli estremisti di sinistra che hanno così pensato bene di aggredire i militanti di destra, dando vita ad un vero e proprio scontro intorno alle 15 che, nonostante l’evidente inferiorità numerica (poco più di una decina quelli di Fn), ha causato solo un paio di contusi tra gli attivisti di Fn, anche grazie all’intervento della polizia in assetto anti-sommossa che ha diviso le fazioni. Sarebbe dunque potuta andare molto peggio, soprattutto tenendo conto che, dopo gli incidenti, sul posto sono arrivati altri esponenti dei centri sociali, facendo arrivare almeno ad una cinquantina gli antifascisti sul posto, che dopo hanno comodamente sfilato in corteo, senza che nessuno obiettasse nulla (le regole non valgono per tutti). Continua a leggere

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CasaPound, Di Stefano contro Forza Nuova: “blitz sbagliato”. Antonini: “cercano lo scioglimento”

Sembra che, in vista delle prossime elezioni politiche, CasaPound stia ormai giocando su due fronti: da un lato conquistare astensionisti e destra radicale con un linguaggio orgogliosamente poco diplomatico, poco politicamente corretto e che non nasconde l’ispirazione al fascismo; dall’altro, presentarsi all’occasione in giacca e cravatta, pacati e, dopo tutto, alternativi ai soliti politici ma non “fuori di testa”. Come quelli di Forza Nuova, verrebbe dire stando alle ultime dichiarazioni di Simone Di Stefano, segretario e candidato premier del movimento che ha bocciato fermamente la protesta di Forza Nuova sotto la sede del quotidiano “Repubblica“.

“Se si vuole controbattere l’informazione a senso unico dei giornali – ha dichiarato – si fa controinformazione come facciamo noi, con quotidiani on line, canali Youtube. Si controbatte con il confronto. Noi, nella nostra sede, abbiamo invitato giornalisti che non la pensano come noi a confrontarsi. I giornali hanno giustamente la loro linea editoriale“. Continua a leggere

CasaPound a Genova: “in marcia verso il parlamento”. Fenomenologia e prospettive di un movimento pronto al salto di categoria

La sede storica di CasaPound e gli ZetaZeroAlfa, gruppo musicale del movimento guidato da Gianluca Iannone (al centro), presidente di Cpi

Se CasaPound ha conquistato il 9% ad Ostia, è appena all’inizio, invece, la strada per conquistare Genova. Almeno considerando la tensione che, ieri, ha provocato l’incontro legato all’inaugurazione della nuova sede nel capoluogo ligure. “Convegno CasaPound, Nervi blindata. Schierati 150 poliziotti, strade chiuse”, titolava allarmato (e allarmando) il “Secolo XIX“. Misure precauzionali che, però, nulla avevano a che fare con il programma del movimento, quanto con le eventuali – meno pacifiche – proteste dell’estrema sinistra, come al solito contrarie allo svolgimento di iniziative simili. Eppure, nonostante l’allarmismo, l’iniziativa prevista presso l’Hotel Astor a partire dalle 17.30, svoltasi alla presenza di diverse centinaia di persone, è filata liscia, mentre un piccolo gruppo di antifascisti volantinava e attaccava adesivi contro l’iniziativa.

Simone Di Stefano, il volto “politico” del movimento

Oltre alla presenza non annunciata del presidente Gianluca Iannone, in città è giunto come da programma anche Simone Di Stefano, vicepresidente del movimento ospite due giorni fa di “Piazza Pulita“, in compagnia del protagonista di questi giorni, il neo-consigliere del X municipio di Roma Luca Marsella, ma anche di altri consiglieri eletti per CasaPound, in primis Andrea Bonazza, che guida i suoi a Bolzano (6,7%) e Fabio Barsanti, che aveva sorpreso tutti qualche mese fa conquistando Lucca (8%) – e l’ennesimo approfondimento fatto di panico, luoghi comuni e inevitabilmente qualche verità dell’Espresso. Così, a conclusione di una settimana già “rovente” per CasaPound – il successo elettorale clamoroso quanto annunciato a Ostia, l’annuncio della candidatura alla presidenza della Regione Lazio per il responsabile Mauro Antonini, il “processo mediatico” sui giornali e in tv per la presunta (ma non provata) vicinanza politica con Roberto Spada, l’arresto dello stesso per una testata ad un giornalista, le inchieste dell’Espresso sui “finanziamenti” del movimento – proprio Di Stefano ha voluto aggiungere anche l’ufficialità della sua candidatura a premier alle prossime elezioni politiche. E, a proposito delle contestazioni, ha commentato perentorio: “CasaPound è dappertutto e dappertutto parla, compresa Genova, perché è nel nostro pieno diritto. Che Genova sia una città rossa è un dato di fatto, ma esiste una tradizione popolare molto forte a cui noi parliamo perché Casapound parla in quegli spazi sociali che erano ritenuti appannaggio esclusivo della sinistra”.

Mauro Antonini, candidato alla presidenza della Regione Lazio

Dichiarazioni che ci portano dritti al dato politicamente rilevante di questi giorni, confermato dall’incontro di ieri sul tema: “Alla Vittoria! CasaPound in marcia verso il parlamento“. Infatti, con oltre cento sedi dichiarate in tutta Italia, consiglieri in una dozzina di comuni e due sindaci, il movimento delle “tartarghe frecciate”, in questi giorni al centro della scena mediatica nazionale, stavolta sembra davvero avere l’obiettivo parlamento a portata di mano e proprio il caso Ostia – paradossalmente, come ha sottolineato Di Stefano nella trasmissione di Formigli – sembra aver rappresentato plasticamente il “salto di categoria e dato il via alla campagna elettorale nazionale. Lo sbarramento del 3% fissato dalla nuova legge elettorale non spaventa e diversi giornali negli ultimi giorni hanno confermato l’alta probabilità di trovare i “fascisti del terzo millennio” in parlamento nella prossima legislatura. Sarebbe una svolta anche nei rapporti interni alla cosiddetta destra radicale, che avrebbe così di nuovo un riferimento anche all’interno delle istituzioni dopo la fine del (geneticamente differente) Msi e segnando forse definitivamente il distacco da Forza Nuova, che in effetti negli ultimi mesi ha impresso alla sua strategia una notevole accelerata come a voler rincorrere i “rivali”.

Dunque, per farvi capire CasaPound – si spera un po’ meglio dei tanti giornali che ci hanno provato – ripercorreremo qui alcuni punti politicamente e culturalmente importanti nella sua evoluzione, considerando anche brevemente le differenze tra CasaPound e Forza Nuova. Non si tratta in questa sede di analizzarne – e giudicarne – i contenuti da un punto di vista politico e/o ideologico (che ognuno rimane libero di valutare come crede), quanto di evidenziare l’aspetto funzionale dei messaggi lanciati – e semmai valutare soltanto quell’aspetto insieme alle prospettive future. Continua a leggere

“9 Dicembre”, la piazza divisa a tavolino e la complicità degli assenti

simoneliberoPrima hanno lanciato ogni tipo di allarme e così “diviso la piazza”, poi si sono divertiti a raccontare della spaccatura che avevano creato a tavolino e di una piazza mezza vuota. La lobby di potere composta da politici e media asserviti ha colpito ancora. E in molti ci sono cascati. Del resto, divide et impera.

Hanno enfatizzato la spaccatura del “movimento” per spegnere l’incendio che divampava in tutta la penisola, hanno parlato di improbabili intenzioni golpiste (quelle più che intenzioni dei manifestanti, sono l’oggetto in causa: il golpe di Napolitano & Co.), hanno comprato alcuni dei presunti leader della protesta, hanno messo in guardia dall’ infiltrazione dell’estrema destra (in pratica, CasaPound visto che Forza Nuova ha dato retta all’allarmismo mediatico e rinunciato a sfilare sotto il tricolore) e poi si sono dati da fare a “sgonfiare” la notizia parlando di piazza semi-deserta.

In pratica, han fatto tutto loro. Hanno svuotato la piazza delle migliaia di giovani e di lavoratori pronti a partecipare alla “marcia” e poi han fatto finta di stupirsi che i numeri non fossero quelli attesi.

Troppo facile. E poi, è vero, c’è chi rimane a casa, ma resta pur sempre “affamato” dalla casta. E magari non è in piazza anche perché un “viaggio” a Roma, di questi tempi, non può permetterselo.

Voi. Gli stessi che “devono andare a casa”. “Voi”, non siete soltanto politici, parlamentari, governanti. No, “voi” siete anche e forse prima i giornalisti asserviti, i finti rivoluzionari a cinque stelle, i progressisti che non sfilano sotto il tricolore perché è volgare, i falsi rottamatori che mascherano da rivoluzione il liberismo che ci ha già condannati.
Tutte queste persone dovrebbero andare a casa. Mentre altre dovrebbero semplicemente provare vergogna davanti alla gente. Ad esempio chi ha deciso di contro-manifestare per il diritto alla casa, quando piazza del Popolo gridava la sofferenza del paese intero per la mancanza di casa, di lavoro, di stabilità, di diritti. E invece queste persone hanno come al solito strumentalizzato la sofferenza per portare avanti il loro disegno ideologizzato di internazionalismo proletario anche un po’ datato. Oggi che l’italiano non ha quasi da mangiare, l’internazionalismo proletario è lotta del povero col più povero e solo nell’antifascismo si può trovare la ragione di una divisione che non aiuta certo le categorie più deboli a portare avanti le proprie pretese, ma trova invece molte più sponde nella politica istituzionale di quella Kyenge, ministro per l’Integrazione che vuole le quote per gli immigrati nelle società, aizzando ancora di più lo scontro, e di quel Renzi che appoggia lo ius soli, manifestando sempre più il rapporto stretto tra liberismo e immigrazione selvaggia.

Alla faccia di queste evidenze, loro protestano ma non si sa contro chi (si sa invece chi: pochi, molto pochi), se non contro CasaPound, il nemico solito, che pure ha portato avanti un discorso tutt’altro che razzista e “fascista”.

Scioglimento di un Parlamento non più rappresentativo ed anticostituzionale e nuove elezioni; recupero della sovranità nazionale contro gli interessi della speculazione sostenuta dalla costruzione “tecnico-finanziaria” che è rappresentata dalla burocrazia di Bruxelles: questo ha chiesto CasaPound, unica forza che ha tentato di trasformare in discorso politico le proteste di questi giorni, senza voler per questo monopolizzare il progetto, non solo rinunciando al proprio simbolo in favore di un tricolore che rappresenta unità (e ricorda tanto quel suo manifesto dell’ Estremocentroalto che spiegava: “vogliamo l’unità della sola area che conta: il popolo italiano”) ma anche rinunciando a portare avanti in questo contesto altri punti del proprio programma che avrebbero comportato il mettere seriamente il “cappello” sulla protesta.

CasaPound ha elaborato una proposta minima di base mentre la piazza, come è stato evidente, era deficitaria esattamente di questo, come ha spiegato più volte il vicepresidente Di Stefano, anche oggi a posteriori: “La piazza poteva crescere, CasaPound ha portato cuore, colore e bellezza. Purtroppo gli organizzatori non hanno una rivendicazione politica e mancano di contenuti. Si parla dal palco in libertà, si esprime rabbia anche sacrosanta ma manca la proposta. Noi abbiamo partecipato dal 9 Dicembre con sacrificio e amore per la nostra nazione. Ora è il caso che gli organizzatori si chiariscano le idee. Non basta certo urlare 5 ore che “i politici se ne devono andare!”. Molti italiani che volevano partecipare sono stati allontanati dalla carenza di proposta. Peccato”.

Peccato.
E peccato anche che tanti abbiano ceduto alle divisioni, ai settarismi, agli allarmismi, alle pressioni, agli scambi.

1525694_10151891814912842_1165154317_nUn settarismo riassunto in una domanda più volte posta dai media: “cosa c’entra CasaPound con i forconi, con i lavoratori?”.
Ma un giornalista serio come può fare una domanda simile ad un movimento che ha anche partecipato alle elezioni ed è dunque naturale parte in causa, che lo ha fatto con un programma del tutto “sociale”, che porta da sempre avanti il tema del diritto alla casa, che nasce e vive in un palazzo occupato? Con quale diritto può farlo senza suscitare risate e sdegno?
Senza contare che i militanti di CasaPound avrebbero potuto partecipare senza simboli alla manifestazione a prescindere in quanto cittadini italiani, in quanto giovani con gli stessi problemi di flessibilità, precariato, lavoro, casa che lamentando milioni di italiani e non certo italiani di serie B.

Solo una politica ed un giornalismo snob possono porre certe questioni come serie. Solo una politica ed un giornalismo snob possono quasi esser soddisfatti di una piazza con numeri non eccessivi, quando quella piazza rappresenta la guerra tra poveri, le responsabilità dei media (in questi giorni su alcuni gruppi Facebook “Catena intorno al Parlamento” c’erano addirittura comunicati semi-ufficiali che parlavano del pericolo di “ragazzi che sarebbero stati massacrati” se si fossero recati a Roma) dello stato disastroso di conservazione del paese, le responsabilità di una politica chiusa nel palazzo.

Non erano in piazza, come chiesto da Di Stefano, i parlamentari grillini, anch’essi parlamentari abusivi, che non solo non si dimettono ma non sono neanche scesi in piazza. Eppure, anche loro si dicono orgogliosamente populisti.

Non c’erano quelli di Fratelli d’Italia, che pure accarezzavano in questi giorni le ragioni della protesta.

Non c’erano, tra l’altro, quelli di Forza Nuova, che forse non si sono accorti che quando i media parlavano di pericoli dovuti ad infiiltrati parlavano anche di loro. Eppure Fiore, segretario del partito a matrice fortemente cattolica, ha ceduto agli allarmismi e parlato di pericoli “golpistico-massonici” rinunciando a schierare i suoi.

Non c’erano altri movimenti di destra, forse perché non ci si può mischiare con gente così “volgare”, dimenticando che è proprio questo che fa un’avanguardia, soprattutto se si pretende avanguardia rivoluzionaria: dà un indirizzo dove questo manca, dà forma all’informe e ciò non vuol dire abbassarsi ma innalzare. Perchè il popolo è popolo e non un elegante figurino da esibire in tv e la rivoluzione è rivoluzione e non – come si dice – un pranzo di galà.

E non c’era neanche “l’esercito di Silvio”, che pure ha cercato di far credere che il popolo dei forconi è cosa sua. Ebbene, il Cavaliere in piazza non c’era, mettetevelo in testa e non avrebbe dovuto esserci. Ma non c’era neanche il suo elettorato.

C’era il popolo del non-voto, degli scontenti, dei delusi.

E c’era, soprattutto, CasaPound, con i suoi slogan e le sue maschere tricolori, con la sua gioventù e con i meritati applausi al suo ingresso nella piazza, conquistati sul campo da un Di Stefano che si è fatto tre giorni di cella di sicurezza soltanto per ricordare agli italiani il valore del tricolore e dell’unità nazionale, il valore del popolo che si ribella all’ oppressione ed all’ invasione, che è oggi (non solo) finanziaria ed è rappresentata dall’ Europa della Bce che stampa la nostra moneta, l’Europa dei non eletti, della costituzione imposta dall’ alto, dello spread e dei mercati che ci impongono i governi.

E quegli applausi hanno significato una cosa importante: la verità può vincere, basta contribuire tutti con la propria onestà intellettuale e non voltarsi dall’ altra parte.

di stefano parlamento europeoEd in questi giorni, una volta tanto, l’azione di CasaPound – che d’altronde avrebbe difficilmente potuto essere riportata diversamente – è stata si sminuita e raccontata male, ma ha avuto anche tanto spazio, spazio che alcuni, più onesti, hanno saputo utilizzare per raccontare e far raccontare un’altra storia. La storia di un capo coraggioso e determinato, primo fra i suoi “combattenti”, militanti composti e disciplinati. E la storia più squallida di poliziotti con i caschi ben saldi sulla testa che caricano a testa bassa senza aver subito nessuna aggressione.
Poliziotti senza numero identificativo che non verranno certo perseguiti per aver spaccato una mano o la testa ad uno studente, mentre Di Stefano viene condannato ad una pena certo simbolica ma pur sempre pena per un reato che è così reso infinitamente più grave che – come in altri casi – aggredire poliziotti, sfasciare vetrine e danneggiare città e auto, per i quali le condanne – anche in questi giorni – languono.

La licenza di distruzione di cui ha parlato in questi giorni “Il Giornale”, monopolizzato dagli studenti “rossi”, ha in questo episodio la sua conferma. Com’è confermata un’altra stranezza, segnalata poco tempo fa da Marcello De Angelis: l’estrema sinistra in piazza non è mai estrema sinistra. Sono studenti, disoccupati, cassintegrati, precari, tutt’al più centri sociali o disobbedienti, simpatici “antagonisti”, movimenti per la casa, a seconda del contesto. Non sono mai estrema sinistra per i giornali, non sono mai folli estremisti e basta loro. Loro hanno diritto di parola nonostante tutto, nonostante la violenza. CasaPound non ha diritto di parola anche senza la violenza, anche quando la subisce, secondo alcuni.

Evidentemente perché alla stampa tendenzialmente di sinistra, progressista e benpensante non va per niente bene identificarsi in un’estrema sinistra che da sempre si fonda sulla violenza indiscriminata e lo dimostra costantemente. O forse perché a questa estrema sinistra in fondo un po’ strizza l’occhio, il che è il sospetto maggiore, confermato da decenni di cattivi maestri che fomentano l’odio e lo scontro. Tanto dal caldo delle loro redazioni loro lo scontro non lo vivono.

E, infine, va segnalato che è molto strano ciò che è accaduto in questi giorni. Perché ciò che è accaduto oggi, la spaccatura della piazza annunciata e poi sfociata in una manifestazione con tante defezioni, è stata preceduta da un 9 dicembre che in fondo era già partito in sordina rispetto alle proteste precedenti dei “forconi”, con tante sigle e diversi esponenti dei forconi che, a poche ore dal giorno fatidico, hanno cominciato a minimizzare i blocchi e le proteste Che così non è stata quel che doveva essere. E non perché questi leader fossero realmente tali (non lo sono più di quanto si siano illusi di esserlo) ma perché tutto ciò è servito a placare gli animi.

Eppure è accaduto anche altro: il popolo italiano a sorpresa è stato ugualmente per le strade in tutta Italia, in presidi grandi e piccoli. La gente chiedeva di protestare. Poca, pochissima a volte, è vero, rispetto a quanti avrebbero dovuto sentire il dovere di farlo. Ma tanti rispetto al solito. Gente che solitamente sta a casa, non professionisti della protesta.

E “voi”, giornalisti e politicanti snob, per questo li avete derisi. “Ignoranti” e “populisti” li avete chiamati perché non rispondevano agli standard dei vostri manifestanti di fiducia (progressisti e di sinistra oppure contestatori ingelatinati di centrodestra a pagamento, che già non riscuotono troppa simpatia ma sono pur sempre il “popolo di Silvio”). Senza contare che se al governo sta un tizio messo lì da un inciucio astronomico, che indica proprio nel populismo il nemico del governo e nell’Europa l’alleato più solido, siamo certo che dalla parte del populismo e contro quest’Europa è senz’altro la parte più giusta con cui stare.

D’altronde, ricordate che c’è stata un’altra volta in cui la protesta nasceva dal popolo, senza filtri di partito, contro il sistema clientelare, apparentemente “insensata” e irrazionale, snobbata da tutti, sinistra in primis. Era la Rivolta di Reggio. E ci volle quasi un anno e l’esercito per debellarla. Era la rabbia vera della gente che non sopportava più l’ingiustizia e non aveva più parole da urlare. Se la proposta politica della “piazza” non verrà accolta, quell’urlo tornerà di nuovo in gola e ridiventerà rivolta.

La Siria e i cattivi maestri: tutte le balle di Luca Pisapia

fronte europeo per la siria“Della menzogna”. D’istinto avremmo voluto titolare così il post che segue. Ma, in fondo, con le ricostruzioni questa volta la stampa si è limitata a bugie standard, di routine. Strutturali diremmo.

Il riferimento è alla manifestazione avvenuta sabato scorso, 15 giugno, a Roma in difesa della Siria e promossa dal neonato Fronte Europeo per la Siria, la cui prima riflessione indotta tende all’ennesima conferma della perfetta sincronizzazione tra antifascismo e sistema.

L’antifascismo urla, strepita e la manifestazione è vietata: Ponte Milvio, dove avrebbe dovuto svolgersi originariamente, non viene concesso e l’iniziativa, per volontà e determinazione degli organizzatori, si sposta in una occupazione di CasaPound. Da qui un ulteriore e fastidioso vociare.

Le motivazioni? Per giorni è stata sottolineata la matrice fascista del corteo, nonostante il Fes abbia ripetutamente ribadito come l’organizzazione fosse eterogenea, non schierata e, soprattutto, aperta a chiunque volesse aderire.

Senza i paletti, che invece si sono come sempre autoimposti gli antifà più paranoici.

La questione, dunque, è paradossale, un corto circuito logico: il corteo è fascista proprio perché gli antifascisti non vogliono partecipare. E quindi, chiaramente, non s’ha da fare.

Singolare non tanto per la sua ripetitività, quanto per il fatto che manifestazioni politiche si siano sempre tenute ed ora si è deciso di vietare l’unica non schierata.

Meglio evitare che Roma, nello stesso giorno del Gay Pride, sia «invasa da neonazisti, omofobi e antisemiti provenienti da tutta Europa». Testuale da “Il Fatto quotidiano”.

Dov’è la novità in questo linguaggio generalizzante da quinta (terza?) elementare, direte voi? Nessuno, e lo diciamo anche noi.

Del resto, non c’è molto di più da aspettarsi da un pezzo che titola: «Siria, le estreme destre europee marciano su Roma: “Sostegno ad Assad”». Un giornalista, pur con i dovuti approfondimenti del caso, nella titolazione avrebbe quanto meno dovuto avere il buon gusto di riportare la notizia: l’opposizione da parte di liberi cittadini europei «alla creazione di un ennesimo stato fantoccio in mano alle potenze occidentali in Medioriente e difendiamo e sosteniamo il legittimo governo di Assad», così come ha avuto modo di affermare Matteo Caponetti – tra gli organizzatori – in occasione della manifestazione. Così riportata la notizia avrebbe avuto un effetto diverso sui lettori, non credete?

Ma lo spauracchio nero ha la meglio su tutto e delle ragioni della Siria il caro Luca Pisapia non si occupa proprio nel pezzo in questione, che pure dovrebbe riguardare esattamente questo.

A testimoniarlo il tono apocalittico e ancor più grave del sottotitolo: «parteciperanno diverse organizzazioni che hanno legami con l’eversione nera». Significato di “eversione”: «Insieme di atti violenti volti alla sovversione dell’ordine costituito: e. terroristica»; «Ogni azione e movimento che impiega mezzi violenti anche terroristici per rovesciare il potere costituito». Una scelta linguistica a dir poco forte, soprattutto se buttata lì nel mucchio e senza nessuna argomentazione, no?

Cattivi maestri, cattivi maestri ovunque.

Simpatico d’altronde il suo modo di spiegare: «una comune battaglia contro l’imperialismo degli Stati Uniti e di Israele, il vecchio nemico di sempre». Quasi a sottolineare con tono di rimprovero l’ossessione dell’estrema destra per l’imperialismo di Israele (cosa poi non del tutto vera, purtroppo). Non dobbiamo quindi far caso al fatto che, proprio ieri, il caro Pisapia, evidentemente contagiato da questa ossessione, abbia pubblicato un pezzo così titolato: «Le prigioni di Mahmoud Sarsak: “Torturato per 3 anni da Israele senza motivo”». «Israele – spiega il giovane calciatore palestinese nell’intervista – non merita di ospitare questi giochi (dello stesso avviso anche oltre 50 calciatori europei, tra cui Hazard e Kanoutè, che hanno lanciato un appello in tal senso lo scorso dicembre, ndr). Permettere loro di farlo è come approvare tutti i crimini che stanno commettendo: dall’invasione di Gaza ai bombardamenti sullo stadio dove sono morti diversi bambini che stavano giocando a calcio, fino alle torture e le uccisioni di numerosi giovani coinvolti nello sport o confronti di donne e bambini palestinesi in generale. E’ assolutamente sbagliato permettere a Israele di ospitare questi giochi».

Pisapia, il vecchio nemico di sempre, eh? Che antisionista!

Casualmente ci si imbatte anche in qualche bugia soft: «stasera Forza Nuova nella sua sede romana organizza un convegno, cui partecipano Caponetti di Zenit e un militante di Casa Pound, a sostegno della Siria». Peccato che, aprendo il link, sia chiaro come gli ospiti siano di Fn, Zenit e Sempre Domani. Niente di grave, se non fosse che il fine dell’articolo di Pisapia è dimostrare la strumentalizzazione della manifestazione per giungere all’unità dell’area, stavolta a livello internazionale addirittura. Qualcuno glielo spieghi che l’idea non sembra troppo brillante neppure per il solo nostro paese.

Infine, manifestamente conservatore e reazionario, come tentano ed ha tentato anch’egli di dipingere il “nero”, lo “slogan” dell’iniziativa: «per la Siria, laica, sovrana e socialista».

Inciso per spiegare a Pisapia l’ironia dell’affermazione precedente, forse è il caso (!), anche se non vorremmo che, per ripicca, nel suo prossimo pezzo tiri fuori dagli armadi trite e ritrite questioni storiche. Che sia consuetudine per lui non centrare l’essenziale degli eventi è ormai pacifico. O Pacifici.

Ps: nella foto, come vedete, neonazisti, omofobi e antisemiti con spranghe in mano.