“Rosso Istria”, il film sulle foibe e sulla sinistra auto-razzista

Quando esci dalla sala, i mal di pancia per la riuscita cinematografica del film passano istintivamente in secondo piano dopo le toccanti scene che chiudono il film, tra commozione e rabbia. Al di là di tutto, infatti, “Red Land – Rosso Istria”, opera prima da regista dell’attore italo-argentino Maximiliano Hernando Bruno, merita supporto e certamente merita di essere visto, perché racconta una pagina di storia politicamente scomoda, perché racconta di ingiustizie taciute, perché lo fa in maniera obiettiva e perché, tutto sommato, la resa scenica è accettabile.

Continua a leggere

Annunci

Marcello Veneziani: “Facebook mi ha censurato, pericolosa dittatura del politicamente corretto”

Oggi, a Como, un centrosinistra frustrato e più retorico che mai, si è riunito contro il pericolo fascista. Pericolo che, proprio nella città lombarda, sarebbe rappresentato dalla lettura di un volatino da parte del Veneto Fronte Skinheads. Proprio contro questo allarmismo a dir poco squilibrato si era schierato il giornalista Marcello Veneziani, in un articolo su “Il Tempo” titolato: “Il pericolo farsista” che vale davvero la pena di leggere. Ebbene, a pochi giorni di distanza da quell’articolo, Veneziani denuncia: “l’articolo è stato censurato da Facebook e cassato dalla pagina perché ‘Non adatto‘”. Continua a leggere

A ciascuno il suo Fiano: a Madrid rimosse le targhe di 52 vie “franchiste”

Nel 2007, ad oltre trent’anni dalla morte del “caudillo” Francisco Francoe per volontà del governo socialista di Zapatero, il parlamento spagnolo approvò la Legge sulla Memoria Storica: ogni simbolo del franchismo avrebbe dovuto sparire cosicché, per legge, i buoni stessero finalmente tutti da una parte ed i cattivi, innominabili, dall’altra. La memoria si imponeva necessariamente come memoria di Stato: un vizietto che, a dispetto delle presunte tendenze libertarie, muove da sempre anche la sinistra. Già durante la Seconda Repubblica spagnola, del resto, nei pochi anni tra la fine della monarchia e l’avvento di Franco, per motivi politici, le vie di molte città persero le vecchie e storiche denominazioni, mostrando in alcuni casi – come avvenne ad Alicante – un’accentuata influenza stalinista.

Continua a leggere

La censura politicamente corretta ha stufato persino “El País”

01_ELPAIS_portada«La gente è terrorizzata dall’esser tacciata come sessista, maschilista, razzista, anti-animalista, imperialista, colonialista, eurocentrica (non so cosa ci si aspetti da un europeo: che adotti una prospettiva cinese, argentina o pakistana? Lo considero un po’ forzato, a dir la verità). Ed a poco a poco, questo timore porta all’autocensura e all’andare coi piedi di piombo, poiché queste colpe non vengono attribuite soltanto a chi le ha effettivamente commesse, ma a chiunque non si unisca, in ogni occasione, al coro di condanna». A parlare non è un cronista di un giornale della destra radicale italiana, ma Javier Marías, firma di prestigio del quotidiano spagnolo “El País”, il più diffuso nel paese iberico. Ripreso ieri nella rassegna dei migliori contributi della settimana, l’articolo è un vero e proprio manifesto del politicamente scorretto. E lo è in maniera inversa, inquadrando alla perfezione i meccanismi e, soprattutto le conseguenze del “politicamente corretto”: un pensiero unico, piatto, mai scortese, che vive di ipocrisia ed uccide la reale differenza di opinioni attraverso lo schema ben collaudato del montare lo scandalo ogni qual volta qualcuno è un po’ sopra le righe, del successivo linciaggio mediatico e della conseguente «autocensura» delle opinioni scomode per evitare la gogna. «Il peggio», spiega Marías, «è che la maggioranza dei “linciati” si lascia intimorire. C’è qualcosa di molto simile al terrore nell’essere additati dalla giuria di opinionisti, twittatori e oratori giustizieri che guardano con avidità alla comparsa di un nuovo imputato». Si è visto, del resto, in Gran Bretagna, con le elezioni alle porte e lo scandalo antisemitismo scoppiato sui labour per qualche frase dell’ex sindaco di Londra Ken Livingstone sui rapporti tra Hitler ed il sionismo: sospensione dal partito, denuncia di rito da parte di tutti i sacerdoti del pensiero consentito, campagna mediatica contro i laburisti, il leader Jeremy Corbyn sul banco d’accusa. Si è visto, d’altronde, troppe volte. Di continuo. In grande e in piccolo. E’ uno schema collaudato per davvero, utile a chi ha l’influenza necessaria a farli scoppiare quegli scandali, con la complicità diretta o indiretta dei giornalisti compiacenti.

«Ci troviamo in un’epoca pericolosa», evidenzia lo scrittore, «nella quale si riscontrano e nella quale viene dato spazio alle istanze più peregrine ed alla più arbitraria soggettività. “Se io mi sento offeso, è necessario punire il colpevole”, è il dogma universalmente accettato, senza che quasi nessuno si ponga la domanda sull’eccessiva diffidenza o sensibilità o intolleranza del presunto offeso. La prova è che molti di quelli che subiscono gli anatemi, si scusano con la seguente formula: “Se ho offeso qualcuno con le mie parole o il mio comportamento, chiedo scusa”. Ma ci sarà sempre “qualcuno” nel mondo al quale pesa la nostra stessa esistenza. E’ giunto il momento che qualcuno risponda di tanto in tanto: “Se ho offeso qualcuno, ho paura sia un problema suo e della sua pelle delicata. Sarebbe opportuno incontrare un dermatologo”». Se è permesso dire soltanto ciò che non dà fastidio proprio nessuno, se essere “divisivi” non va più di moda, difficilmente troveranno spazio opinioni realmente alternative ed ancora più difficilmente si potrà discutere della loro validità se, a prescindere, vengono “represse”. Parole da incorniciare che dimostrano un clima rinunciatario di perbenismo ormai molto comune ai paesi europei, laddove «tutto finisce in una tremenda ed abbondante dose di esagerazione. Fatti, dichiarazioni, battute, opinioni che pochi anni fa sarebbero passati inosservati, oggi sono un pretesto affinché i giornalisti, gli opinionisti, i twittatori e compagnia bella, si strappino i capelli e si straccino le vesti». Peccato che, aggiunge Marías, look ed acconciatura di questi cattivi maestri rimangano in realtà intatti, mentre «quelli rimasti laceri ed abbandonati sono gli oggetti della loro ira, e chiunque tra noi potrebbe esserlo». «Basterebbe (più o meno) soltanto», rilancia, «qualcuno che scombinasse le carte, che si mostrasse sfrontato rispetto ad un gruppo o ad individui “intrappolati” dal politicamente corretto attuale, qualcuno che dica di esser stanco chi gestisce il gioco e della ridicola adorazione che gli si riconosce». Ora pro nobis, dunque, perché il contributo di “El País” potrebbe essere riproposto integralmente nel nostro paese senza dover cambiare una virgola del suo ragionamento. Ci si indigna troppo, afferma il giornalista, con la conseguente impossibilità di riconoscere ormai ciò che è veramente scandaloso dalle montature mediatiche, costruite molto probabilmente proprio a questo scopo. «E’ intollerabile» diventa la divisa d’ordinanza di una cerchia ristretta che decide per tutti ciò che è legittimo pensare: «che tutti dicano pure che quello che vogliono, ma guai a dire che ciò che noi riteniamo sbagliato, perché in questo caso provvederemo al suo linciaggio virtuale, al suo licenziamento, alla sua espulsione ed eliminazione». Una dittatura della maggioranza per cui formalmente sei libero di dire tutto, ma se lo fai sei culturalmente, lavorativamente e/o politicamente escluso dalla società delle persone con una dignità da tutelare. E se esageri, smetti addirittura di essere considerato una persona, poiché il male stesso si incarna nell’accusato, nel partito o movimento, nel pensiero scorretto di turno. Una dinamica che dalle colonne de “Il Primato Nazionale” abbiamo denunciato più volte. «Trovo molto sia preoccupante», osserva Marias, «che la società somigli sempre più a quelle persone che si piazzano davanti alle porte dei tribunali per insultare e lanciare maledizioni al detenuto di turno, solitamente ammanettato e quindi almeno in quel momento indifeso, per grave che sia il delitto del quale lo si accusa». La barbarie e la viltà che spesso caratterizza le folle fatta sistema mediatico, riflesso – a pensarci bene – di un modello, quello democratico, che funziona esattamente così: tanti contro pochi, e la ragione sta sempre coi primi. Basterebbe soltanto il coraggio di buttare il tavolo per aria e smettere di accettare le regole del gioco. Ecco, questo è l’invito che viene dalla Spagna e che noi, ovviamente, raccogliamo e giriamo ai politici, ai giornalisti del nostro paese. Ma, soprattutto, ai ragazzi ingabbiati da un clima di grigiore che parte dalle scuole e dalle università e che difficilmente forma persone libere.

Emmanuel Raffaele, 9 mag 2016

DINASTIE e feudi – Gentile e “L’Ora della Calabria” [con VIDEO]

gentile0,04 euro a riga. A tanto ammontava la retribuzione dei collaboratori (spesso pubblicisti) a Calabria Ora nel 2011, quando ebbi l’opportunità di scrivervi. Mesi dopo, ricevetti la telefonata di Citrigno padre, allora editore prima che a lui, Pietro, subentrasse il figlio Alfredo, in seguito al fallimento della precedente società ed al passaggio da Calabria Ora a L’Ora della Calabria. Convocato addirittura dal capo nella redazione centrale di Cosenza per «valorizzare» il mio contributo al giornale, ecco la proposta: un altro contratto a progetto ma con un fisso di 100 euro al mese.
L’impressione non fu delle migliori. Ma fu un episodio da nulla, significativo nella sua banalità.

Più avanti Citrigno, condannato a 4 anni ed 8 mesi per usura e oggetto di sequestro di beni da 100 milioni di euro da parte della Dia, venne indagato per violenza privata contro un suo giornalista. Spiega Il Fatto quotidiano: «Lo aveva costretto a dimettersi e ad accettare un contratto a tempo determinato. Ma il giornalista cosentino, Alessandro Bozzo, la sera del 15 marzo scorso, si è puntato la pistola alla tempia e si è sparato».
Nel capo d’accusa si legge: «mediante minaccia, costringeva Alessandro Bozzo a sottoscrivere dapprima gli atti, indirizzati alla Società Paese Sera editoriale srl, editrice della testata giornalistica Calabria Ora, nei quali dichiarava, contrariamente al vero, di voler risolvere consensualmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato con la predetta società, senza avere nulla a pretendere e rinunciando a qualsiasi azione e/o vertenza giudiziaria», per poi costringerlo «a sottoscrivere il contratto di assunzione a tempo determinato con la società Gruppo Editoriale C&C srl, editrice della medesima testata giornalistica».

«Il più delle volte andava in contrasto con la proprietà, soprattutto quando toccava personaggi politici cari a questi ultimi», ha spiegato ai magistrati Antonella Garofalo.

Poi fu la volta delle dimissioni del direttore Piero Sansonetti, che nel suo «pezzo di commiato» spiegò: «Mi era stato chiesto di preparare un piano di ristrutturazione che prevedesse un fortissimo taglio del personale (si era arrivati ad ipotizzare fino a 50 licenziamenti su 75 redattori) e io mi sono rifiutato. Ho messo a punto un piano alternativo […] ma all’editore non è piaciuto». Ma in quell’addio vi è un passaggio forte: «So di avere accettato troppi compromessi […]. E quando ho deciso di non fare più compromessi, ed ero ancora convinto di essere così forte da poter sconfiggere qualsiasi nemico, mi hanno stritolato in un tempo brevissimo».
«Ho conosciuto molto bene Piero Citrigno », conclude Sansonetti, «e credo di avere capito i suoi pregi, molti, e suoi difetti, moltissimi (e gli confermo simpatia e affetto). Il suo difetto principale è uno solo: è un padrone».

Proprietario di numerose strutture sanitarie private e, a quanto pare, contiguo «ad alcuni esponenti di spicco delle consorterie criminose operanti nel territorio cosentino» (Agi), Pietro Citrigno passa quindi al figlio Alfredo la gestione del giornale di famiglia ed ecco che, nelle scorse settimane, la testata si ritrova al centro dell’attenzione mediatica nazionale in seguito alla tentata censura che il senatore Antonio Gentile avrebbe esercitato, di fatto impedendo l’uscita del giornale nel giorno in cui lo stesso avrebbe dovuto dare la notizia di un’indagine per associazione a delinquere riguardante il figlio Andrea.
Pressioni che hanno sollevato un polverone intorno alla nomina di Gentile a sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Renzi, portato la vicenda all’attenzione di tutte le testate nazionali e infine alle dimissioni del sottosegretario lo scorso 3 marzo, dopo articoli di fuoco di De Bortoli, Mauro, Sallusti e compagnia.

Da una parte i Citrigno, nei guai con la giustizia, dall’altra i Gentile, incensurati ma evidentemente ancor più temibili, «feudatari» della sanità cosentina e della città vecchia. Loro, spiega il tipografo Umberto De Rose (presidente dell’ente regionale in house Fincalabra e beneficiario di cinque milioni di finanziamenti finalizzati ad assunzioni mai avvenute) registrato mentre telefona ad Alfredo Citrigno su richiesta di Regolo, «nu minimu ‘e rapporti» e di «influenza» ce l’hanno. «Dovunque. Al Tribunale, per dire».
D’altronde il fratello del senatore e coordinatore calabrese di Ncd, Pino, è assessore regionale ai Lavori pubblici. «Vale la pena di farti un nemico che poi, ferito come un cinghiale a morte, che poi colpisce per ammazzare?!», chiede, a Citrigno, De Rose, il quale si fa «garante» e chiarisce che sono i Gentile stessi che «lo stanno chiedendo per mio tramite». Secondo De Rose no: «se ti fanno un male a te fanno un male anche al giornale».

Parole da clan più che da politica, tant’è che il tipografo è riuscito nell’impresa di giustificarsi davanti ai media nazionali attribuendo la colpa del presunto «fraintendimento» al dialetto. Senza spiegare la coincidenza per cui, proprio la stessa sera, alle due di notte, dopo vari tentativi andati a vuoto, le sue rotative per la stampa del giornale hanno finito per rompersi impedendo l’uscita del numero del giorno successivo.
Paradossi, come quello di Gentile, che si è difeso parlando di «macchina del fango», senza però chiarire nulla, né querelare De Rose, che avrebbe a questo punto mentito, o spiegare i contatti diretti tra l’editore ed il figlio Andrea, che via sms ringrazia anticipatamente convinto di ottenere la «gentilezza» richiesta.

Perciò, sicuramente onore al merito di Regolo, della sua redazione e della sua schiena dritta.
Una piccola stranezza, però, nella questione rimane.
«Ultimata la lavorazione del giornale», spiegava infatti Regolo il giorno successivo, «a tarda ora, l’editore mi ha chiesto se non fosse possibile ritirare dalla pubblicazione l’articolo relativo all’indagine in corso sul figlio del senatore Tonino Gentile […]. Di fronte alla mia insistenza, nella difesa del diritto di cronaca, ho minacciato all’editore stesso le mie dimissioni qualora fossi stato costretto a modificare il giornale».
Minaccia che viene ribadita dopo la telefonata di De Rose.

Nei giorni successivi, però, le pressioni dell’editore scompaiono, evaporano, si sgonfiano. Ci si dimentica che la notizia è rimasta sul giornale soltanto dietro minaccia di dimissioni e, così, dietro il bel gesto, qualcosa di scomodo rimane pur celato.

Compromessi, piccoli o grandi, o al limite del ricatto, «gentilezze». Dietro di esse influenze, rapporti, feudi elettorali, dinastie, padroni, guerre, contiguità, poteri. Sullo sfondo la finta innovazione di Renzi come i sepolcri imbiancati.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, aprile 2014