“Rosso Istria”, il film sulle foibe e sulla sinistra auto-razzista

Quando esci dalla sala, i mal di pancia per la riuscita cinematografica del film passano istintivamente in secondo piano dopo le toccanti scene che chiudono il film, tra commozione e rabbia. Al di là di tutto, infatti, “Red Land – Rosso Istria”, opera prima da regista dell’attore italo-argentino Maximiliano Hernando Bruno, merita supporto e certamente merita di essere visto, perché racconta una pagina di storia politicamente scomoda, perché racconta di ingiustizie taciute, perché lo fa in maniera obiettiva e perché, tutto sommato, la resa scenica è accettabile.

Certo, i comunisti titini qui sono chiaramente i cattivi e non poteva essere altrimenti viste le circostanze (l’esodo e dell’eccidio degli italiani di Istria in seguito all’armistizio dell’8 settembre tra Italia e Alleati), ma non mancano le tirate d’orecchio sull’italianizzazione coatta della regione e non c’è assolutamente traccia di nostalgismo filo-fascista. Tutt’altro.  Le accuse di revisionismo e fascismo rivolte al regista dai soliti “partigiani della verità” sono, quindi, completamente fuori luogo. Del resto, il commento del regista in merito ai fatti che racconta è piuttosto esplicito e passa in maniera fin troppo evidente dalle parole del professore Ambrosin, interpretato niente meno che da Franco Nero, in un ruolo che non ha altro scopo se non quello di fornire una chiave di lettura. Uno stratagemma che è il segno più evidente di una sceneggiatura fin troppo didascalica, che rallenta il film, lo appesantisce e gli toglie qualità.

I centocinquanta minuti di pellicola, d’altronde, sono inutilmente troppi, i dialoghi inutilmente lenti e spesso scontati, l’atmosfera di suspense evocata spasmodicamente fin dall’inizio non dà tregua al racconto, la drammatizzazione appare forzata e lo si percepisce dalle musiche ma anche dalla scelta un po’ banale del flash back come tecnica narrativa a partire da un avvio del quale si poteva benissimo fare a meno, nonostante dia spazio ad un’attrice del calibro di Geraldine Chaplin.
Pecche rilevanti se pensiamo che la priorità di un film è, in ogni caso, quello di un racconto efficace, soprattutto se intende penetrare le coscienze.

Girato in otto settimane, distribuito finora in appena trenta sale in tutta Italia a partire dal 15 novembre scorso, il film è prodotto da Venicefilm e Rai Cinema.
Selene Gandini, protagonista nei panni di Norma Cossetto, laureanda di Visinada stuprata, uccisa e gettata in una foiba a 23 anni per la colpa di essere figlia di un fascista, ha commentato: “Questo film ripercorre una storia che appartiene anche alla mia famiglia, perché mia nonna è scappata dalla foibe”.

“Spero che questo film abbia successo – ha spiegato il regista – ma soprattutto che serva, dopo quasi 80 anni, a far conoscere questa tragedia fino in fondo e che apra la strada al racconto di tante altre storie come questa che finora nessuno ha raccontato”.

Storie come quelle di Norma Cossetto e dei tanti italiani uccisi senza colpa o costretti a scappare. Storie di cui un’Italia auto-razzista oggi si vergogna. Storie sulle quali la sinistra italiana ha taciuto per interesse politico e che ancora oggi qualcuno vorrebbe silenziare.

Ecco perché, nonostante i difetti, Red Land rimane assolutamente un film da vedere e far vedere.

 

Emmanuel Raffaele Maraziti

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