La carovana di migranti che sfida la sovranità degli stati: migliaia in marcia per attraversare il confine Usa

Le prime centosessanta persone sarebbe partite il 12 ottobre scorso da San Pedro Sula, in Honduras, una delle città con il tasso di omicidi più alto al mondo, ed in pochi giorni avrebbero raggiunto il Guatemala per poi arrivare, in poco meno di due settimane, a Ciudad Hidalgo, in Messico.

Le stime fatte parlano di un numero di persone che va dalle 4mila alle 7mila, tra honduregni (che rappresenterebbero l’80% del totale), salvadoregni, guatemaltechi e nicaraguensi che si sono uniti alla carovana lungo il cammino per gli Stati Uniti.
Di sicuro non è la prima carovana di migranti che si dirige verso gli Usa per richiedere asilo, ma è certamente la più grande vista finora.
E, a cavallo delle elezioni di metà mandato, in cui gli elettori sono chiamati a rinnovare la Camera dei Rappresentanti (i cui membri rimangono in carica soltanto due anni; sei anni, invece, i senatori), la carovana ha conquistato una campagna elettorale che rischia di far perdere la maggioranza ai repubblicani, nonostante l’economia statunitense stia fronteggiando una crescita record sotto il mandato di Donald Trump.
Da parte sua, il presidente ha lanciato l’allarme, spiegando come criminali potrebbero nascondersi all’interno della carovana, minacciando l’invio dell’esercito e assicurando che nessuno varcherà il confine. Una posizione criticata dai democratici che, ovviamente, puntano a far passare Trump per razzista, indifferente rispetto ad un’emergenza umanitaria impellente, forti del fatto che la legge Usa garantisce la possibilità di richiedere asilo politico nel caso in cui si riferisca di fuggire da violenze o persecuzioni. Diversa, ovviamente, sarebbe la questione nel caso dei tanti “migranti economici” che fanno parte della carovana ma, naturalmente, tutti loro sanno bene quale carta dovranno “giocarsi” se vogliono sperare nella possibilità di restare negli Usa.
Del resto, non sono soli. La ong Nexus Services avrebbe presentato alla Corte distrettuale di Washington una class action accusando di incostituzionalità la linea dura promessa da Trump, deciso a tenere la carovana fuori dai confini dando comunque la possibilità di presentare domanda d’asilo in apposite tendopoli da allestire a ridosso delle barriere che proteggono il confine con il Messico.
Il Messico, nonostante continui a deportare migliaia di migranti centroamericani, ha concesso alla carovana, previa richiesta d’asilo, la garanzia di un permesso di lavoro temporaneo. La maggior parte, però, avrebbe scartato questa opzione, puntando dritta agli Stati Uniti, che allo stato attuale distano ancora oltre 1000 chilometri.
Rifocillati dalla gente del posto e dormendo in strada, secondo il vicepresidente Usa Mike Pence i migranti sarebbero sostenuti economicamente dal governo venezuelano, voci ufficialmente smentite come quelle che coinvolgerebbero economicamente l’avvocato esperto in diritti dei mmigranti Bartolo Fuentes, il quale il 4 ottobre, in un post, avrebbe parlato proprio di una marcia dei migranti. Secondo “Advocacy for Human Rights in the Americas” un supporto organizzativo esplicito sarebbe stato fornito dalla ong “Pueblo Sin Fronteras”.
Il punto è però che, permettere ad una folla composta da migliaia di persone di entrare illegalmente in un altro Paese, costituirebbe un precedente devastante per il concetto stesso di sovranità, un fatto politico di portata storica e proprio questo è, del resto, l’obiettivo delle ong. E’ chiaro, infatti, che le dimensioni della carovana contribuiscono ancora di più a fare della questione immigrazione clandestina, su cui la sinistra globalista sta insistendo su scala mondiale in senso anti-sovranista, in una questione più che mai politica.
La sfida evidente è ormai quella di abolire di fatto i confini e impedire ai governi di poter proteggere le proprie frontiere, decidendo autonomamente a chi concedere l’ingresso e a chi no. Norme che stanno sempre più strette a chi mira a disfarsi della cittadinanza come status legato a identità e appartenenza ad un popolo e ad uno Stato, in nome di una cittadinanza globale che sarebbe per forza di cose premessa di un ordinamento mondiale unico. Ecco perché la risposta di Trump, che intende addirittura mettere fine allo ius soli negli Usa, impedendo la concessione della cittadinanza automatica a chi nasce negli Usa anche se da genitori stranieri, va dritta al punto della questione e segna la vera battaglia dei prossimi decenni per la difesa della sovranità e della cittadinanza.
Dal punto di vista umanitario, invece, è chiaro che se un problema esiste ed è sotto gli occhi di tutti, è impensabile che la soluzione sia la deportazione sistematica di migliaia di persone dai luoghi dove regna la violenza e la disoccupazione.
Emmanuel Raffaele Maraziti
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