Olanda, l’internazionalizzazione uccide la lingua locale

Oltre il 95% degli olandesi considera l’inglese la propria seconda lingua e, complice un numero record di corsi universitari in cui l’inglese è lingua d’insegnamento, molti nei Paesi Bassi temono per la perdita dell’idioma locale.
“Se usi l’inglese nell’istruzione superiore”, spiega alla Bbc Annette de Groot, professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam, “l’olandese chiaramente peggiorerà. Si tratta di usarlo o perderlo. L’olandese si deteriorerà e la vitalità della lingua scomparirà. Si chiama bilinguismo squilibrato. Aggiungi un po’ di inglese e perdi un po’ di olandese”.
E’ più di una questione identitaria: è una riflessione sulle conseguenze dell’internazionalismo sulla cultura. Come spiega Henk Kummeling, rettore dell’Università di Utrecht, “per competere internazionalmente ha più senso utilizzare una lingua mondiale”. L’anglicizzazione del sistema universitario olandese, insomma, nasce dal bisogno di competere e attirare studenti, ovvero da esigenze di “mercato”. 
E lo ‘stratagemma’ funziona, stando ai dati riportati dal “Sole 24 Ore” che mostrano come “nell’istruzione terziaria olandese, l’11,4% degli studenti sia straniero. Una quota che si avvicina al doppio della media Ocse (6%)“. Nel 2018, secondo il Nuffic (che si occupa proprio di internazionalizzazione dell’istruzione), gli studenti stranieri avrebbero raggiunto la quota di ben 122mila giovani, con il record a Mastricht (8.952), seguita a ruota da Rotterdam (5.289) ed un primato di presenze detenuto da tedeschi (oltre 20mila), cinesi (più di 4mila) e italiani (più di 3mila).
Quasi la metà dei corsi universitari sono tenuti in inglese, ma si arriva addirittura all’85% per quanto riguarda i master, ovvero la formazione post-universitaria, che vede così un 8’% circa di studenti olandesi “costretti” a studiare utilizzando un altro idioma. E’ chiaro che, in chiave lavorativa ed in prospettiva globale, anche gli studenti traggono vantaggio da un’impronta fortemente internazionale dei propri studi, considerando anche che i libri di testo accademici, soprattutto in ambito scientifico, sono spesso soltanto in inglese.
Resta, però, la riflessione sulle conseguenze di questa corsa all’internazionalizzazione, il cui impatto – secondo un gruppo di professori che parla di “linguicidio” – dovrebbe essere ufficialmente valutato dal governo. “L’olandese è la nostra identità“, insiste Annette de Groot. Ma le identità non sembrano avere priorità nell’ottica “razionalistica” dei mercati. E c’è anche da dire che, come effetto immediato, molti lamentano anche una certa carenza nella qualità della comunicazione, soprattutto quando si tratta di affrontare temi complessi e l’inglese non è la lingua madre né dei professori né degli studenti.
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