La flessibilità in Poste Italiane: una testimonianza dall’interno [#generazioneprecaria]

Il 20 dicembre scorso sono stato “assunto” da Poste Italiane. Due mesi di contratto o poco più: il prossimo 28 febbraio potrei essere già fuori. Stessa sorte toccata agli altri della mia stessa “infornata”. Eppure, Poste Italiane continua a reclutare, ininterrottamente, migliaia di postini. Ho inviato la mia candidatura ad agosto, in seguito all’apertura di posizioni come portalettere in tutta Italia. Ma campagne simili, in seguito, si sono ripetute praticamente a scadenza mensile e, da almeno tre anni, del resto, non sono più appunto una novità.

La precarizzazione del lavoro parte dall’alto, è sistematica. Entri già col punto interrogativo. Col fiato sospeso ogni due mesi. Sempre sotto esame. Sempre costretto a dire si a tutto. Pronto alla porta in faccia quando non servi più. Una vita col fiato corto. Perché, dopo tutto, se il settore recapito è inefficiente (e arretrato) e non crea profitti, è chiaro che, in attesa di disfarsene o di modificarlo radicalmente (almeno si spera), tocca assumere gente utile a tappare i buchi. Tanto la manodopera, con la disoccupazione che c’è, si trova. E le Poste, oramai una spa (seppur coi soldi per la maggior parte nostri), sono liberissime di tuffarsi nel bel mondo della flessibilità. “Gli inserimenti attualmente previsti nella misura di circa 1.500 unità”, recitava una nota di Poste Italiane nel 2014, “avvengono nell’ambito delle strutture territoriali del gruppo, al fine di gestire picchi di attività o situazioni di indisponibilità temporanea del personale stabile, in modo da garantire il mantenimento dei livelli di servizio attesi”. La musica è cambiata poco. Solo se sei fortunato e nel frattempo si è liberato un posto, dopo qualche anno di scadenze e rinnovi, ti fanno un contratto vero ed entri a far parte anche tu dei privilegiati.

Per fare il portalettere, però, a quanto pare oggi una laurea con voto 97/110 non è sufficiente: per accedere il voto deve essere superiore al cento. Per fortuna ho concluso il liceo con 81/100 e sono stato ammesso. Superato il colloquio, ho iniziato con un corso di due giorni nel centro di piazza Vesuvio. Toccava spiegarci la sicurezza sul lavoro, ma ricordo poco sull’argomento, non fosse altro che l’esaminatore alle undici era ancora lì a parlarci del figlio a Londra: “vedrete che troverete qualcosa per voi”. Ricordo, però, anche un’altra cosa: era evidente che quel “qualcosa” non l’avremmo trovato in Poste Italiane. Almeno non la maggior parte di noi.
“Il primo marzo siete a casa”, ci spiegava, “quando siete in giro a consegnare, portate sempre con voi un cv”. A parte l’approccio poco elegante e professionale, la maggior parte del tempo è trascorsa tra pause prolungate, chiacchiericcio e racconti del formatore, che il secondo giorno è arrivato con almeno un’ora di ritardo ed ha iniziato poi con tutta calma il suo “lavoro”. Dopo tutto, lui un posto ed un buon contratto ce l’ha già. Siamo noi venuti su troppo tardi a dover dimostrare di aver voglia di fare, a dover sperare di “farcela”. Lui ce l’ha fatta: il posto fisso è suo e nessuno glielo tocca. I buoni esempi verranno, magari. Quei due giorni, dopo tutto, sono pagati.
Immancabili, ovviamente, un paio di test: in Italia teniamo molto a queste formalità. Poco male se ci era stato largamente anticipato che alle domande avremmo risposto “insieme”. Superati i test (nonostante uno sparuto gruppo si fosse intanto perso per un paio d’ore), abbiamo avuto il nostro bell’attestato. Non poteva mancare.

Intorno a me una trentina di persone. A parte due, eravamo tutti meridionali, quasi tutti con valigie e sistemazioni provvisorie a chilometri e chilometri di distanza, venuti apposta dal sud per i due mesi di assunzione sperando in un rinnovo. Appena arrivato in sede di lavoro, mi sono reso conto che le proporzioni non cambiavano: una colonia campano-meridionale.

Dopo due giorni interminabili, infine, arrivo a destinazione: il Cdp di Milano Lambrate. L’ufficio mi assegna l’orario dalle 8 alle 14, dal lunedì al sabato. I postini “anziani”, invece, lavorano dalle 7 alle 14.30, dal lunedì al venerdì. Così, appena possibile e un po’ confusamente, mi chiedono di modificare il turno e fare 7/13. Un sacrificio la mattina, ma almeno si va via un’ora prima, mi dicono. E’ un trucco, una truffa: il lavoro, infatti, è lo stesso di quello degli altri postini e non c’è una logica per cui un postino inesperto dovrebbe completare un lavoro identico un’ora e mezza prima di un postino esperto. Senza contare che, anche tra loro, c’è chi non va via esattamente in orario. Ti fanno arrivare prima per non scaricare sugli altri il compito di coprirti per un’ora al mattino nel lavoro di preparazione, sapendo che tanto poi l’orario di uscita rimane invariato, cioè vago, cioè prolungato, perché in ogni caso si esce a consegnare tutti circa allo stesso orario e non si fa certo un giro più breve. Se poi torni in orario e riporti indietro la posta avanzata, di certo non ti becchi un applauso, molto poco probabilmente ti becchi un rinnovo. Più probabilmente, quindi, starai zitto e finirai il tuo giro, più in fretta possibile. Prima o poi magari imparerai i trucchi per accorciare il giro. A discapito della qualità, sulla quale ci sarebbe da fare un discorso a parte (che però non viene fatto seriamente, a parte le lamentele e le istanze per i ritardi da parte dei cittadini).

Nel mio centro, nel mio stesso giorno abbiamo iniziato in due. Per la prima settimana, ho visto andar via anche lui praticamente tra le 16 e le 17. Ci era stato anticipato fin dal corso, così come il fatto che quelle ore in più non sarebbero state pagate. Puoi rimediare qualcosa in più soltanto quando ti assegnano una zona aggiuntiva, quindi lavoro aggiuntivo. Considerate le assenze, capita spesso. E, più che una richiesta, accettare è obbligatorio. E tutto questo non succede per caso. Poste Italiane sa benissimo che, con contratti a breve termine e la speranza di un rinnovo, nessuno fa troppe storie per “qualche ora” di lavoro in più non retribuita o per un orario un po’ più critico e, grazie a quelle ore “in nero”, può permettersi di farti lavorare anche il sabato, quando il centro è praticamente deserto: su una cinquantina di postini a lavoro durante la settimana, il sabato siamo solo in cinque, chiaramente gli ultimi assunti. Il sabato, del resto, è anche l’unico giorno in cui andiamo davvero a casa alle 13: i pochi responsabili presenti hanno giustamente voglia di andare via presto, almeno nel weekend.

Ho sollevato la questione orario con il caposquadra chiedendo col sorriso – ed evitando scrupolosamente qualsiasi tono polemico – se prima o poi saremmo riusciti a finire davvero in orario. Ha sollevato le spalle. Ho pensato di chiedere, informalmente, al rappresentante sindacale in azienda come comportarmi: mi ha fatto capire che finire in tempo è un mio problema. Del resto, il suo consiglio principale è stato quello di non prenderci giorni di malattia. Un’adesione evidentemente convinta alla politica aziendale che mi ha persino imposto un giorno di ferie quando mi sono dovuto assentare un giorno, costretto a letto dalla febbre. “Sei ancora in prova, se prendi un giorno di malattia ti fanno saltare il contratto”, mi è stato detto testualmente dal caposquadra. Ho ascoltato una conversazione tra gli impiegati in ufficio: a quanto pare, niente di nuovo. 

Si intende: la paga è buona, anche per questo nessuno si lamenta. Dopo tutto l’azienda è grossa e fa gola a molti rimanerci. Si rinuncia a qualche diritto come investimento sul futuro. Un investimento non sempre ben riposto di questi tempi. Ma poi, in fondo, in quanti conoscono i propri diritti, il concetto stesso di avere dei diritti sul posto di lavoro? Le ore in eccedenza non sono infatti un caso: per ammissione dello stesso formatore durante il corso di formazione, anzi, quella è la prassi per i nuovi arrivati. Ci ha parlato addirittura di un ragazzo non rientrato prima delle 18. Eppure, l’azienda pare non prendere in considerazione aggiustamenti quanto al carico di lavoro. Probabilmente perché il personale non può eccedere il numero, quindi il carico eccessivo è programmato. L’ho fatto presente al direttore quando sono stato convocato in seguito al rifiuto di una zona aggiuntiva: nessuna risposta, problema mio. Dovremmo finire alle 13 ma ci risulta impossibile? Prima o poi, forse, ce la farete. Oltre una cinquantina di chili tra posta ordinaria e circa un centinaio di raccomandate (la cui consegna è ovviamente più lenta) sono solo un problema nostro. Tocca correre, far veloce, ingegnarsi. E, certo, cambiare zona di continuo non aiuta.

Però, se aveste bisogno di lavorare tanto da partire dal sud Italia anche solo per due mesi e sperare in un rinnovo, direste qualcosa o, molto più facilmente, sopportereste? Indovinato: si sopporta. Tanto, capita che ti danno qualche zona in aggiunta per coprire un collega assente e allora rimedi qualche soldo in più. Lamentarsi? Meglio evitare.

Quanto alla formazione sul campo, manca proprio il metodo. Nonostante le campagne di reclutamento continuo, il primo giorno nel centro sembravo uno passato lì per caso. “A chi lo affianchiamo? Che gli facciamo fare? Dove lo mandiamo? Lo mettiamo su un furgone?”, si chiedevano tra loro i responsabili. Non è normale. Soprattutto per un’azienda di queste dimensioni. Non è normale che non ci sia un metodo di inserimento e formazione preciso. A Londra persino nei coffee store c’è un metodo di inserimento e formazione preciso, funzionante, studiato. Qui si tratta di un’azienda che gestisce i nostri soldi e la nostra posta, eppure tutto sembra affidato pressoché al caso. Nei tre giorni di formazione sul campo, sono stato affiancato a tre persone diverse in tre zone diverse: non è stata una vera e propria formazione. Poi, al quarto, da solo, assegnato ad un’altra zona ancora. Ora ho finalmente una zona mia, ma serviamo a tappare i buchi per cui mi è stato già anticipato che verrò spostato quasi sicuramente. Pian piano riesco a tornar prima ma mi rendo conto che non riuscirò mai a rispettare davvero il mio orario. Ho fatto presente al direttore che è assurdo fornirci di palmare ma non degli accessi necessari per la firma digitale, costringendoci a far firmare centinaia di raccomandate su carta dopo aver comunque dovuto “passarle” in digitale. A quanto pare non era a conoscenza di una disfunzione che è la norma. Senza contare un’organizzazione del lavoro primonovecentesca mista ad un uso poco efficiente del digitale, le cui ragioni sono eccessivamente tecniche da spiegare.

Ma ho un lavoro, non ho diritto a lamentarmi. Oppure si?

L. M. – 15 gennaio 2017

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Una risposta a "La flessibilità in Poste Italiane: una testimonianza dall’interno [#generazioneprecaria]"

  1. haikuspot 23 febbraio 2018 / 14:11

    Diritti? Son più morbidi dei rotoloni regina in Italia 😥

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