Rivolta contro il mondo moderno: “tenersi in piedi” senza nostalgismi reazionari

Mi perdonino Evola e gli evoliani, ma il concetto di “Rivolta contro il mondo moderno” è troppo invitante, essenziale e pregnante per non appropriarsene.
Sia chiaro però che, pur dovuta ad una indubbia fascinazione, questa resta soltanto una rielaborazione “romantica” o probabilmente anche meno: una riflessione liberamente ispirata, facilmente ed auspicabilmente criticabile. Non volontà di spiegare o interpretare, ma il furto conclamato, consapevole e chiaramente de-contestualizzato di un concetto, che rispettosamente ritengo nasconda due pericoli che provo invece ad allontanare più che mai: il “reazionarismo” (del resto dichiarato) e l’ideologismo. Continua a leggere

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“El País”, inchiesta su CasaPound: “cresce ogni volta che l’Italia va alle urne”

El Pais“, il quotidiano più venduto in Spagna, ha pubblicato ieri un’inchiesta sul movimento di destra radicale italiano CasaPound. “CasaPound cresce ogni volta che l’Italia va alle urne“, segnala il giornale progressista. “A differenza di altre costruzioni dell’ultra-destra, come Forza Nuova o Roma ai Romani, fanno a meno della morale cattolica o della omofobia“, osserva inoltre l’autore del reportage Daniel Verdù. Continua a leggere

Così la Figc celebra la “mamma”. Ma i giornali si indignano per il fascio littorio sulla divisa di Piola

 

“L’atto d’amore della madre di Piola: una maglia Azzurra per raccontare la festa della mamma”.

Ai responsabili della comunicazione della Federazione Italiana Giuoco Calcio la cosa deve esser sembrata del tutto innocente, quale del resto è. Eppure, grazie al consueto scandalo “social”, tanti giornali (“Repubblica” e “Corriere” in primis) hanno addirittura parlato di “bufera sulla Figc” e, come in un congegno appositamente progettato, le pressioni sull’organizzazione sono così diventate una faccenda seria fino a chiedere la rimozione del post pubblicato sul sito ufficiale. Nel mirino – udite, udite – la maglia azzurra indossata dal calciatore Silvio Piola, in occasione del suo esordio con la Nazionale il 24 marzo del 1935, a Vienna, contro l’Austria.

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Sesso e costumi tra prassi e teoria fascista

Coronadiferro-1941-CarpiNell’affrontare il tema enunciato, sarebbe impensabile non tener conto di ciò che appare immediatamente chiaro nel leggere la dottrina: il Fascismo è una concezione etica prima che politica ma, ancor più, è testualmente una «concezione spiritualistica», «religiosa».

Nel farlo, però occorre anche osservare, innanzitutto, che la storiografia pur non “schierata” non può evitare di ammettere che il Fascismo costituì un momento di modernizzazione dei costumi, con l’esordio della donna nella società. E senza dover ricordare il noto esempio del Saf o le numerose organizzazioni femminili costituite dal regime parallelamente a quelle maschili, è forse significativo citare invece i Fasci femminili, fondati nel 1920 e quindi presenti già agli albori del Fascismo, dimostrando come la “promiscuità” fosse prassi avanguardistica per il neonato movimento e tutt’altro che un tabù.

Del resto, già nel ’19 tra i punti programmatici vi era il suffragio universale femminile, varato dal governo provvisorio del fascista D’Annunzio a Fiume e concretizzatosi nel paese – per motivi contingenti – soltanto con la concessione pressoché formale del voto femminile alle amministrative nel ’25.

E se, similmente ad altre iniziative legislative dannunziane, il futurista Marinetti arrivava ad inneggiare addirittura al «libero amore», senza dubbio rappresentativa al riguardo è invece la frase pronunciata dalla fascista Teresa Labriola: «L’età muta della donna è finita. Facciamo che la donna cominci a essere eloquente parlando della patria».

D’altra parte, se lo sport femminile conobbe – non senza polemiche di altra matrice – un suo sviluppo proprio grazie al Fascismo, è altrettanto noto che il regime non si oppose affatto alla diffusione del cinema, che tanto influì in merito, al contrario della Chiesa, con papa Pio XI che lo riteneva invece «strumento di traviamento morale». Fu, anzi, proprio sotto il regime fascista che si ebbe la nota diatriba sul primo seno nudo del cinema italiano, primato che l’attrice Doris Duranti rivendicava per sé per una scena del film “Carmela” (1942) in opposizione a Clara Calamai, apparsa a seno nudo ma distesa ne “La cena delle beffe” (1941), e che, in realtà, apparteneva alla meno nota Vittoria Carpi, che sempre nel ’41 si mostrava in deshabillé ne “La corona di ferro” seppur per poche frazioni di secondo. Il tutto nel contesto di un cinema di primo piano e che, nel complesso, non ostacolava certo le pellicole più “leggere” e romantiche.

Tutto ciò senza suscitare scandalo nel partito al quale, anzi, ad esempio la Duranti, era molto vicina essendo compagna di un Pavolini allora ministro proprio della Cultura popolare, delegato quindi all’approvazione dei film.

Allo scandalo, invece, gridò la Chiesa definendo la discussa pellicola con la Calamai come di un coacervo di «libidine, brutalità e libertinaggio». Ancor peggio, del resto, era successo otto anni prima quando «alla fascistissima Mostra del cinema di Venezia, il film cecoslovacco Estasi aveva mostrato il primo nudo integrale. ‘L’ Osservatore Romano’ era andato su tutte le furie, mentre la stampa vicina al regime aveva osannato la pellicola» (Scianca A.,  Riprendersi tutto, Cusano Milanino, Seb, 2011, p. 128).

Un indirizzo perfettamente in linea con quanto, nel frattempo, accadeva nella società, come dimostra il volume “Una giornata moderna – Moda e creatività nell’Italia fascista”, così recensito da “Il Sole 24 Ore”: «Un racconto pionieristico sul ruolo attivo, e sottovalutato, che la moda di quegli anni svolse per l’affermazione di tutta l’estetica moderna, poi anche una riflessione sui corpi e le pose dell’epoca, la gestualità e le abitudini, gli spazi della moda e i luoghi che abitò e stravolse nel quotidiano».

Quanto alle cosiddette case di tolleranza, se ciò può contare, non vennero certo chiuse durante il Fascismo, ma in pieno regime democratico, in perfetta continuità con i moralismi degli antifascisti della prima ora e di quelli odierni. Sotto il Fascismo, anzi, le case chiuse vengono regolamentate e le prostitute obbligate a sottoporsi ad esami medici periodici.

La “politica” del Fascismo nell’ambito dei “costumi sessuali”, dunque, è perfettamente riassunta dall’affermazione del deputato Giorgio Alberto Chiurco, «Nello stato fascista non si può concepire la donna chiusa nella sua casa» e ancor più dalle parole del segretario del partito Turati, che «nel giugno del 1930, si rivolgeva alle giovani italiane invitandole a non essere “né falsamente severe né stupidamente frivole” per concludere con un perentorio: “Nego che la modestia o la virtù possano consistere nel tenere bassi gli occhi”» (cit).

Tornando, quindi, all’incipit, è chiaro che il rimando ad uno stile fascista d’impronta “romana” e la non contraddittoria enfasi sulla donna come madre, non deve confondere circa l’animo per nulla “nostalgico” del Fascismo, che è ad un tempo nazionale e antidemocratico, ma anche sociale e futurista «chiesa di tutte le eresie», come amava dire lo stesso Benito Mussolini, il quale peraltro sottolineava: «Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente».

Dunque, perfettamente riassunto solo nel concetto di “terza via”, lo spirito del Fascismo rifugge qualsiasi fanatismo e logica aprioristica, tenendosi ad un tempo lontano da astrusi conservatorismi tanto quanto dalle derive relativiste del progressismo.

Quanto alla concezione definita «religiosa», infatti, tutto è nello Stato per il Fascismo ed anche la concezione spirituale non sfocia mai nel fare del Cattolicesimo la “religione del Fascismo”. Neanche i pur cattolici “Mistici” di Giani giungono ad anteporre la fede al Fascismo, tutt’altro.

E’ sancito il rispetto del divino in tutte le sue forme e del Cattolicesimo in particolare in quanto religione del popolo italiano, ma è altrettanto chiara la “laicità” del Fascismo nel momento in cui non intende occuparsi di questioni religiose in senso stretto, ponendosi però ad un tempo come una sorta di “autorità spirituale e potere temporale” (come direbbe Guénon) dai tratti innegabilmente “romani” e, per i più cattolici, dispregiativamente “pagani”.

Detto tra parentesi, ciò che ne viene fuori è, per forza di cose, qualcosa di diverso e di più sia rispetto ad un laicismo tendenzialmente agnostico o ateo, che ad un mero statalismo materialista.

In conclusione, e con l’intento di rilanciarne l’attualità del messaggio, è chiaro che non fu certo lo spirito giovanilista ed anticlericale del Fascismo sansepolcrista, ma neanche i richiami alla romanità del regime, a perpetuare nel Paese un certo bigottismo italiano di matrice indubbiamente “cattolica”.

Clément Méric, in un video la verità: Esteban Morillo si difese da tre aggressori

Clement Meric«Parigi, aggredito da skinhead: morto 18enne», esordiva il Corriere lo scorso 6 giugno, un giorno dopo l’accaduto. «Orrore fascista», gridava la Francia, con i deputati in piedi a tributare all’unisono (lepeniani compresi) l’estremo saluto delle istituzioni al giovane Clément Méric, 19enne antifascista ucciso dai fascisti.

E la semplicistica tesi – prontamente confezionata non dai fatti ma dall’immaginario collettivo e dalla stampa militante, accolta volentieri da tutte le altre testate poco inclini all’anticonformismo – la riassumeva il solito Giornalettismo: «Clément Méric: il ragazzo ucciso perché odiava il fascismo». «L’aggressione – spiegava -,  ha visto protagonisti tre skinhead, che hanno colpito più volte il ragazzo con un pugno di ferro».

Tre giorni dopo, il ventenne Esteban Morillo veniva formalmente indagato per “omicidio preterintenzionale”; escluso, non a caso, l’omicidio volontario.

Lapresse riferiva: «I sospetti, spiega Molins, hanno riconosciuto legami con la formazione nazionalista “Troisieme Voie” e sostengono di aver risposto a una provocazione da parte del gruppo di cui il giovane anti-fascista faceva parte».

Una versione a cui, ovviamente, la stampa non dà troppo credito né rilievo. Certamente non quella italiana, che pure aveva riferito prontamente dell’aggressione e messo in atto tutte le strumentalizzazioni politiche del caso.

Nel frattempo, oltre alla manifestazione antifascista di piazza a Parigi, le conseguenze politiche precedevano l’accertamento della verità, ripiegando come al solito nella repressione antifascista: «Il premier JeanMarc Ayrault ha infatti chiesto al ministero dell’Interno di compiere “immediatamente” passi per sciogliere il gruppo di estrema destra Jeunesses nationalistes revolutionnaires (Jnr), guidato da Serge Ayoub. Una portavoce del ministero dell’Interno ha dichiarato che la formazione è considerata il braccio violento di Troisieme Voie [Terza Via, ndr]».

Oggi, finalmente, su “Le Figaro”, giornale francese di primo piano, e su altre testate, la svolta: il video dell’episodio smentisce l’aggressione fascista e la ricostruzione fatta finora, notizia ripresa, tra gli altri, anche dall’Huffington Post francese.

«C’è un video – riferisce il quotidiano – che pesa molto nell’inchiesta sulla morte del militante antifascista Clément Méric. Si scopre un Clément Méric aggressivo, che colpisce alla testa, da dietro, un militante d’estrema destra, Esteban Morillo, alle prese con due aggressori. Morillo si volta e rifila un diretto per difendersi, facendo cadere a terra il giovane Méric che non si rialzerà più» [1].

Effettuate da una telecamera di sorveglianza e svelate da Rtl [2], le immagini «escludono qualsiasi ipotesi di linciaggio della vittima, a differenza delle versioni che circolavano dopo l’aggressione».

Singolare il fatto che l’esistenza del video, da tempo a disposizione degli inquirenti, sia stata rivelata soltanto ora. Forse era necessario far calare il sipario sulla questione, prima di dire la verità e limitare l’impatto mediatico della svolta.

Sta di fatto che, anche sull’ipotesi che il giovane Esteban abbia utilizzato un tirapugni, le immagini non danno conferme. Tutto quel che è certo, insomma, è che Esteban stava affrontando da solo due antifà, che un terzo (Clément Méric) lo ha colpito in testa da dietro e che lui si è voltato ed ha restituito il colpo. Dunque, non solo non regge l’accusa di omicidio volontario, così come già il giudice aveva intuito, ma risulta a questo punto una legittima difesa la reazione del giovane Esteban che in quel momento si trovava ad affrontare tre antifascisti tutt’altro che pacifici.

Pronta, per fortuna, la solidarietà al giovane attivista Morillo da parte delle comunità presenti in tutta Europa. Una solidarietà concreta per le spese legali, ma anche solidarietà contro la strumentalizzazione ed il linciaggio mediatico del giovane, vittima di un’aggressione, di una tragedia e, soprattutto, delle menzogne del sistema politico-mediatico.

Nel nome della verità, dunque, “Soutenons Esteban[3].