L’antifascismo non è “una cultura di pace”: chi non fa i conti con la Resistenza è complice dei violenti

“A Torino centri sociali contro CasaPound: 3 agenti feriti”. Questo il sommario in prima pagina ieri sul “Corriere della Sera“, sotto il titolo d’apertura. Subito dopo il concetto viene ribadito in maniera ancora più chiara: “scontri tra antagonisti e CasaPound“. Insomma, sembra proprio che le due fazioni se le diano date di santa ragione e, soprattutto, reciprocamente. Un modo come un altro per far capire che le colpe staranno sicuramente da entrambi i lati.

Bisogna pazientare qualche pagina per scoprire, nell’articolo che racconta più dettagliatamente i fatti, che in realtà non c’è stato nessuno scontro tra le due parti. Semmai, gli scontri sono stati tra gli “antagonisti” e la polizia, in seguito proprio al tentativo dell’estrema sinistra di assaltare l’hotel e i pacifici partecipanti all’incontro elettorale con Simone Di Stefano, candidato premier di CasaPound. Non è un modo diverso di anticipare la notizia: il titolo è completamente, deliberatamente e volutamente falso. Continua a leggere

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Catanzaro, Mattarella inaugura cittadella regionale: il palazzo della casta calabrese

1427366250802.jpg--Domani, 29 gennaio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la inaugurerà ufficialmente. Ma la storia della nuova sede della giunta regionale calabrese è tutt’altro che semplice. E, come sempre accade con la burocrazia italiana, parte da lontano e desta polemiche. L’ultima ieri, a poche ore dall’arrivo del presidente a Catanzaro, capoluogo calabrese che ospita in località Germaneto l’edificio realizzato secondo il progetto dell’architetto Paolo Portoghesi.

È Sergio Rizzo, questa volta, dalle colonne del Corriere, a riaccendere le critiche ricordando i costi enormi dell’operazione per una cattedrale nel deserto che vanta una superficie di 65 mila metri quadrati. Appena duemila in meno rispetto ai 67.121 della reggia del re Sole”, costruita con “costi triplicati in vent’anni, fino a oltre 160 milioni” e che non impedirà la dismissione dell’attuale sede della Giunta, Palazzo Alemanni, in pieno centro cittadino, che rimarrà aperta come “sede di rappresentanza” (!) e ospiterà gli uffici del Commissario ad acta per la Sanità.

In realtà, le questioni giustamente sollevate dal noto editorialista sono ancor più comprensibili alla luce di un contesto cittadino e regionale in cui la burocrazia attanaglia per intero la realtà sociale e impedisce lo svilupparsi di un’economia regionale vera. Una burocrazia alimentata nel tempo dalla politica e che, in Calabria, conta ad esempio ben 2.141 dipendenti soltanto per la Giunta regionale, inclusi – come ricorda Rizzo – quei 481 trasferiti dalle Province dopo l’entrata in vigore della legge che porta il nome del ministro Graziano Delrio”.

Ma, visto che qualcuno l’ha paragonata ai fasti di Versailles, dovrebbe prima fare i conti con la pessima qualità degli amministratori calabresi e comprendere quanto verosimile possa essere in questo caso il proverbiale modo di dire “cattedrale nel deserto”.

Infatti, a parte l’anonimo grigiore che esprime la struttura nel progetto scelto e realizzato (opinione personale), gli amministratori nel tempo hanno pensato in grande ma ragionato in piccolo ed in modo schizofrenico, collocando alcune importanti strutture cittadine proprio in un’area che, attualmente, è poco abitata, priva di rilevanti aree commerciali e mal connessa con il resto della rete stradale cittadina, contando di farne il centro strategico di un capoluogo dal volto nuovo. Un’idea forse giusta, comunque plausibile, nonostante si possa sospettare degli affari con la compravendita dei terreni in un’area che un tempo fu di “campagna”; un’idea però responsabile indubbiamente della morte del centro storico e dell’asfissia dell’intero complesso cittadino fondato finora su tutt’altre direttrici e con l’unico pregio di dimostrare una minima visione d’insieme, con qualche corretto spunto dal punto di vista dello sviluppo urbano e della mobilità, se non fosse per lo spopolamento cittadino che avrebbe dovuto far ritenere improbabile il previsto ampliamento. E comunque portando avanti il tutto in maniera poco lineare.

Sempre in quest’area, inoltre, è stata collocata l’Università “Magna Graecia” con annesso Policlinico universitario (e la tristemente nota Fondazione Campanella, al centro di altri scandali di livello nazionale), qui dovrebbe spostarsi il principale ospedale della città, qui si trova la nuova stazione ferroviaria di Catanzaro, priva di impiegati, letteralmente teatro di pascolo per le pecore, con pochissime navette che la collegano al centro, in degrado e pericolosamente deserta, inutilizzabile come scalo cittadino principale, mentre a circa 2 km, la stazione di Catanzaro Lido già la sostituisce nei fatti. Collegata quanto meno al centro ed agli altri quartieri della città dalla “Littorina”, tratto ferroviario realizzato in epoca fascista attualmente a gestione pubblica, nucleo principale di quella che dovrà essere la “metropolitana di Catanzaro”, con un costo del biglietto in costante crescita e una frequenza molto bassa di corse durante il giorno.

Il risultato di queste grandi idee sono una stazione nuova ma deserta, inutilizzata, inutilizzabile e già vecchia, una stazione “marinara” collocata in area del tutto degradata che funge “abusivamente” da stazione principale ed una stazione “vecchia” ancora chiusa con annesso tratto ferroviario, nonostante fosse stato già realizzato il collegamento – anch’esso cemento sprecato ed attuale regno del degrado – con quello che avrebbe dovuto essere un grande centro direzionale, i cui lavori hanno quasi raso al suolo una collina prima di esser bloccati da anni di processi e comparse in tribunale da parte di politici e costruttori.

Tutto ciò dopo il sostanziale fallimento dell’altrettanto storica “funicolare”, riproposta ai catanzaresi come soluzione al traffico veicolare dalle periferie alla città e poi finita con l’enorme parcheggio a valle, con splendido panorama con vista rovine Parco Romani (vedi centro direzionale poco sopra), deserto, inutilizzabile, teatro dell’abbandono ed una durata del viaggio che è passata dal minuto e mezzo dell’inaugurazione alle interminabili attese per una partenza e l’angosciante e lenta risalita della collina, con tanto di sosta a metà percorso (dove era stato realizzato un a dir poco sottoutilizzato scalo), per giungere infine sul lato “sud” del corso cittadino a combattere con il pessimo servizio navette di un’azienda per la mobilità da sempre sfruttata solo a fini politici e – notizia di poche ore fa – un corso cittadino che conta ormai un quarto degli spazi commerciali sfitti.

Tutto ciò a pochi passi da una Facoltà di Sociologia aperta da pochi anni in centro al solo scopo, a dir poco assurdo, di bilanciare la fuga dal centro storico.

Per cui perdonatemi se non riesco a trovare scandalosa l’inaugurazione della “Cittadella” regionale – che a quanto pare si chiamerà, con presunzione tutta retorica, “Palazzo degli Itali” – soltanto per i costi, per gli sprechi di spazio, risorse e per il Consiglio regionale ancora a Reggio Calabria, un assurdo residuo di spartizione democristiana ma sempre attuale del potere, che ogni anno ci costa peraltro centinaia e centinaia e centinaia di migliaia di euro di rimborsi (cinque anni fa, ricorda Rizzo, ben 211.842,42 euro soltanto all’ex presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova).

No. A scandalizzarmi quando vedo la nuova costruzione è il volto del potere oligarchico calabrese che esso rappresenta e che ha distrutto la mia città. Che l’ha resa brutta, invivibile, le ha tolto l’anima. Che l’ha spogliata. Vedo i pochi che l’hanno governata da sovrani assoluti, magari dietro le quinte e mi immagino i loro volti. E so che attualmente la mia città, capoluogo di regione, è isolata dal resto della Calabria e dall’Italia. Con uno scalo ferroviario che non la serve direttamente se non per linee secondarie e regionali, posto a 30 km di distanza, con un collegamento pessimo e per lunghi periodi interrotto. Con un grande ateneo, come quello di Rende (Cosenza), che ospita migliaia di studenti catanzaresi ma rimane ancora difficilmente raggiungibile. Con la televisione pubblica che ha sede altrove e si occupa appena dei suoi problemi e se lo fa si preoccupa di non disturbare troppo chi governa. E le periferie sud regalate alla delinquenza rom, i quali, una volta ottenuto gentilmente in omaggio, anni orsono, dai politicanti che mendicavano in cambio voti, il loro fortino fatto di edifici popolari ormai sede di ogni tipo di spaccio, difficilmente accessibili alle forze dell’ordine, hanno agevolmente potuto estendere ad altri rami i loro business.

Vedo i loro volti in quell’immenso edificio. Anzi, in quei 14 edifici di cui è composto. Ed in quei 2.400 metri quadrati di garage vedo i loro scheletri nell’armadio. In quei 46 anni di affitti pagati finora per gli uffici della Regione vedo gli interessi dei privati che si intrecciano al pubblico. E nella capienza esagerata della struttura, che arriva fino a 5.500 persone e non promette niente di buono, ma che ospiterà poco meno di tremila persone, senza che l’attuale sede della giunta, nella stessa città, venga chiusa, e senza che l’Assemblea regionale e i loro staff (120 persone) vengano anch’essi trasferiti qui, magari insieme ai 362 dipendenti dell’assemblea regionale, beh, in questo enorme spreco non posso che continuare a vedere quei volti prendersi gioco di noi.

Ed allora quando leggo che navette gratuite sono previste per condurre mandrie di catanzaresi trionfanti alla corte di Mattarella, a festeggiare con giubilo questo tripudio di inutilità e spreco, falsità e burocrazia; quando penso che persino i dipendenti sono stati invitati in extremis a quello che si presenta come un evidente numero da circo e niente più; quando penso ai 10 anni tra stop e burocrazia, allora ho quasi la sensazione che avrei preferito un bel parco archeologico e lo stop definitivo dei lavori, quando ad inizio cantiere venne ritrovato un insediamento di epoca ellenistica che rallenterà i lavori per due anni. Quelle rovine, dichiarate poi “delocalizzabili” dall’ex presidente della Regione ed ex ministro Agazio Loiero, ideatore della cittadella, quanto meno, non mascheravano dietro un fasto meschino ed ipocrita la decadenza a cui la politica calabrese ha abbandonato il suo territorio con la schizofrenia interessata della sua progettualità.

Clément Méric, in un video la verità: Esteban Morillo si difese da tre aggressori

Clement Meric«Parigi, aggredito da skinhead: morto 18enne», esordiva il Corriere lo scorso 6 giugno, un giorno dopo l’accaduto. «Orrore fascista», gridava la Francia, con i deputati in piedi a tributare all’unisono (lepeniani compresi) l’estremo saluto delle istituzioni al giovane Clément Méric, 19enne antifascista ucciso dai fascisti.

E la semplicistica tesi – prontamente confezionata non dai fatti ma dall’immaginario collettivo e dalla stampa militante, accolta volentieri da tutte le altre testate poco inclini all’anticonformismo – la riassumeva il solito Giornalettismo: «Clément Méric: il ragazzo ucciso perché odiava il fascismo». «L’aggressione – spiegava -,  ha visto protagonisti tre skinhead, che hanno colpito più volte il ragazzo con un pugno di ferro».

Tre giorni dopo, il ventenne Esteban Morillo veniva formalmente indagato per “omicidio preterintenzionale”; escluso, non a caso, l’omicidio volontario.

Lapresse riferiva: «I sospetti, spiega Molins, hanno riconosciuto legami con la formazione nazionalista “Troisieme Voie” e sostengono di aver risposto a una provocazione da parte del gruppo di cui il giovane anti-fascista faceva parte».

Una versione a cui, ovviamente, la stampa non dà troppo credito né rilievo. Certamente non quella italiana, che pure aveva riferito prontamente dell’aggressione e messo in atto tutte le strumentalizzazioni politiche del caso.

Nel frattempo, oltre alla manifestazione antifascista di piazza a Parigi, le conseguenze politiche precedevano l’accertamento della verità, ripiegando come al solito nella repressione antifascista: «Il premier JeanMarc Ayrault ha infatti chiesto al ministero dell’Interno di compiere “immediatamente” passi per sciogliere il gruppo di estrema destra Jeunesses nationalistes revolutionnaires (Jnr), guidato da Serge Ayoub. Una portavoce del ministero dell’Interno ha dichiarato che la formazione è considerata il braccio violento di Troisieme Voie [Terza Via, ndr]».

Oggi, finalmente, su “Le Figaro”, giornale francese di primo piano, e su altre testate, la svolta: il video dell’episodio smentisce l’aggressione fascista e la ricostruzione fatta finora, notizia ripresa, tra gli altri, anche dall’Huffington Post francese.

«C’è un video – riferisce il quotidiano – che pesa molto nell’inchiesta sulla morte del militante antifascista Clément Méric. Si scopre un Clément Méric aggressivo, che colpisce alla testa, da dietro, un militante d’estrema destra, Esteban Morillo, alle prese con due aggressori. Morillo si volta e rifila un diretto per difendersi, facendo cadere a terra il giovane Méric che non si rialzerà più» [1].

Effettuate da una telecamera di sorveglianza e svelate da Rtl [2], le immagini «escludono qualsiasi ipotesi di linciaggio della vittima, a differenza delle versioni che circolavano dopo l’aggressione».

Singolare il fatto che l’esistenza del video, da tempo a disposizione degli inquirenti, sia stata rivelata soltanto ora. Forse era necessario far calare il sipario sulla questione, prima di dire la verità e limitare l’impatto mediatico della svolta.

Sta di fatto che, anche sull’ipotesi che il giovane Esteban abbia utilizzato un tirapugni, le immagini non danno conferme. Tutto quel che è certo, insomma, è che Esteban stava affrontando da solo due antifà, che un terzo (Clément Méric) lo ha colpito in testa da dietro e che lui si è voltato ed ha restituito il colpo. Dunque, non solo non regge l’accusa di omicidio volontario, così come già il giudice aveva intuito, ma risulta a questo punto una legittima difesa la reazione del giovane Esteban che in quel momento si trovava ad affrontare tre antifascisti tutt’altro che pacifici.

Pronta, per fortuna, la solidarietà al giovane attivista Morillo da parte delle comunità presenti in tutta Europa. Una solidarietà concreta per le spese legali, ma anche solidarietà contro la strumentalizzazione ed il linciaggio mediatico del giovane, vittima di un’aggressione, di una tragedia e, soprattutto, delle menzogne del sistema politico-mediatico.

Nel nome della verità, dunque, “Soutenons Esteban[3].

Solferino: CasaPound contro privatizzazione Cri, scoppia un rogo e la stampa gongola: «assalto»

solferino casapound croce rossaAnsa: «Assemblea Croce Rossa, “assalto” da militanti Casapound». Corriere: «Blitz di Casdapound contro la Croce Rossa. Il lancio di un fumogeno ferma l’assemblea». Gazzetta di Mantova: «Assalto [solo in seguito mutato in un più mite «Protesta», ndr] di CasaPound all’assemblea della Croce Rossa». Libero: «Croce Rossa: Rocca, inaccettabile protesta Casapound». Repubblica: «CasaPound, blitz contro la Croce Rossa: sospesa l’assemblea a causa di un rogo».

Così è come si è dato conto dell’episodio. Ora veniamo ai fatti accaduti.

Nel pomeriggio a Solferino, in provincia di Mantova, era prevista una riunione della Croce Rossa Italiana. CasaPound Lombardia, in linea con alcune iniziative nazionali del movimento, era lì per protestare contro la privatizzazione di quella che è considerata un’eccellenza italiana, per di più con 4000 lavoratori a rischio. E così, si è presentata davanti il cancello del tendone dove era prevista l’assemblea, con torce colorate ed uno striscione: «Rocca: Stato sociale? 4000 famiglie a casa non possono stare».

Come testimonia la foto pubblicata dal Giornale di Brescia, la manifestazione, con qualche decina di militanti, tanti tricolori e molte bandiere rosse con la tartaruga frecciata, ha avuto luogo regolarmente e pacificamente. Poi l’imprevisto.

«Il cordone di sicurezza, per impedirci di entrare, ci ha deviati verso le sterpaglie e qualche scintilla è caduta sul terreno dando vita a un incendio», spiega Marco Arioli, responsabile regionale di CasaPound Italia Lombardia, che dunque non si nasconde davanti all’accaduto.

«Il forte vento e le alte temperature – aggiunge la Gazzetta di Mantova – hanno contribuito ad estendere le fiamme che si sono fermate a tre metri dal tendone. Una colonna di fumo ha invaso la tensostruttura tanto che le 500 persone sono state fatte evacuare. I volontari della Cri si sono messi a spegnere l’incendio con mezzi di fortuna, in attesa dell’arrivo dei vigili del fuoco. L’incendio è stato domato in poco tempo e l’assemblea ha potuto riprendere regolarmente».

Da qui il caos mediatico e la strumentalizzazione perfino di un evento imprevisto, imprevedibile ed ovviamente indesiderato da parte di CasaPound Lombardia.

Si va dall’utilizzo improprio, oltre che infondato e diffamatorio, del termine «assalto» (nel titolo dell’Ansa e della Gazzetta di Modena) per definire una protesta pacifica, fino alla vera e propria inversione della realtà: il blitz sarebbe stato «contro» la Croce Rossa. Neanche contro la sua privatizzazione, ma proprio contro la Cri.

Ma guardali un po’ sti maledetti “estremisti di destra”, ora si mettono davvero a sparare sulla Croce Rossa!

Peccato che l’azione, in realtà, sia stata tentata esattamente in difesa della Cri. “Per”, altro che “contro“. Una semplice parola, utile però a presentare in maniera differente i fatti considerata la stima di cui gode l’ente in questione.

Vi sono poi le solite invenzioni, come il “lancio di un fumogeno” in stile guerriglia urbana che, secondo Claudio Del Frate sul Corriere online, avrebbe provocato l’incendio.

Ora, posto che non ha nessun senso lanciare una torcia colorata, così come è stato spiegato dall’Ansa e dalle altre testate, oltre che dalla stessa CasaPound, che ha prontamente diffuso un comunicato, non c’è stato nessun lancio, ma semplicemente – come detto – si è trattato di qualche scintilla che ha provocato un guaio serio.

Quanto alle motivazioni della protesta, l’Ansa così come Repubblica, Libero, la Gazzetta di Mantova (che poi però pubblica il comunicato di CasaPound) ed il Giornale di Brescia, non ne danno conto. Non sono evidentemente ritenute importanti e, del resto, senza incendio la vicenda non avrebbe avuto lo stesso spazio mediatico, come accaduto in passato.

Il Corriere, infine, su oltre 1800 battute, ne occupa soltanto 186 per spiegare il perché della contestazione.

In conclusione, dare notizia dell’accaduto è ovvio, non contestualizzare lo è un pò meno ma sarebbe preferibile al travisamento ed alla strumentalizzazione di qualsiasi cosa ruoti attorno ad una sigla sgradita.

Di seguito la nota diffusa da CasaPound:

http://www.casapounditalia.org/2013/06/cri-blitz-di-casapound-privatizzazione.html