Ecco perché Achille e Zeus sono neri nella nuova serie Netflix

Achille e Patroclo amoreggiano sulla spiaggia di Troia nella nuova serie Netflix

Il prodotto in sé, in realtà, non è niente male, anche se l’accoglienza della critica è stata piuttosto tiepida. Ma “Troy: Fall of a city“, la nuova serie Netflix-BBC sulla guerra di Troia e la distruzione della città da parte dei Greci, è riuscita a far discutere di sé soprattutto per un piccolo “dettaglio”: il biondo Achille è interpretato da un attore di colore.

A vestire i panni dell’eroe omerico, mitologicamente noto appunto per la “bionda chioma”, è infatti David Gyasi, attore inglese di origini ghanesi. E non è l’unico caso che balza all’occhio. Accanto a lui, fedele amico e amante, troviamo infatti l’attore nero sudafricano Lemogang Tsipa nel ruolo di Patroclo. E poi ancora – quasi un sacrilegio per i puristi – è interpretato da un attore di colore anche Zeus, il padre degli dei, nonché il leggendario pro-genitore dei Romani, Enea: a vestire i loro panni, infatti, sono rispettivamente l’anglo-nigeriano Hakeem Kae-Kazim e Alfred Enoch, anglo-caraibico.

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A sinistra, David Gyasi nei panni di Achille, a destra Hakeem Kae-Kazim nei panni di Zeus

Scelte magari legittime artisticamente ma che sembrano poco casuali e fin troppo collegate all’ondata politicamente corretta che sta attraversando Holliwood.
Del resto, appena un anno dopo la campagna del 2016 contro la scarsa presenza di attori di colore agli Oscar, a vincere l’agognata statuetta come miglior film nel 2017 era stato proprio “Moonlight“, film non certo eccellente e a tratti macchiettistico, ma decisamente “black” e – per non farsi mancare nulla – con un centrale riferimento all’omosessualità nella comunità afro-americana (che, come vedremo, non manca neanche nella serie “Troy”).
Mentre negli Usa la questione razziale è più viva che mai, una Holliwood iper-politicizzata ha insomma deciso da che parte stare: contro l’America bianca.
E proprio su queste basi sta tentando di ricostruire l’immaginario americano (e, va da sé, purtroppo, anche dell’Occidente), come dimostra anche tutto quello che è stato costruito in termini propagandistici intorno all’uscita di “Black Panther“, sul quale torneremo tra poco.

La scelta di Gyasi per il personaggio di Achille, dunque, non può essere decontestualizzata. Non sarebbe infatti la prima volta di un attore fisicamente poco rassomigliante rispetto all’originale. Ma tutto dimostra che la scelta abbia uno scopo preciso, come testimonia l’intera rappresentazione della vicenda, in cui gli attori di colore ricoprono ruoli chiave e non ce n’è uno che spicchi in negativo (al contrario dei bianchi). Senza contare che, nel caso inverso, saremmo qui a parlare di ‘appropriazione culturale’.

UNA SCELTA NON CASUALE
Senza considerare le parole significative di David Farr, creatore e autore della serie: “Volevo raccontare l’altra versione dei fatti, perché conosciamo già molto bene la storia raccontata dai Greci, così ben raccontata da Omero e messa in scena nelle tragedie greche e nei film”, ha spiegato a “The Guardian”. “Se guardi alla storia dal punto di vista troiano – ha continuato Farr -, diventa una storia completamente diversa: i Greci sono una potenza occidentale su una spiaggia orientale per avere giustizia e ricompensa, e credo che questo risuoni in maniera particolarmente forte ad un uditorio moderno. Tutti possiamo pensare alle immagini che abbiamo visto in questo secolo e nel secolo scorso, che possono ricordarci la caduta di Troia. Vorrei che le persone guardassero e pensassero come ci si sente ad essere sotto assedio“.

La serie, quindi, non è priva di riferimenti all’attualità e offre una rilettura che, sebbene possa esser considerata valida dal punto di vista valoriale e storico, ha espliciti – seppur contraddittori – riferimenti politici che, in un certo senso, è possibile leggere in chiave ‘anti-occidentale’, in un mondo che tende a rappresentare come duale. Una rappresentazione “americaneggiante” ma a parti inverse, che forse non riflette troppo quello che in fondo era invece il comune universo di valori e abitudini che accomunava greci e troiani.
Il dio Netflix non sembra neutrale come Zeus. Netflix parteggia e divide il mondo in due. E punta a creare una istintiva simpatia per una delle parti in causa. Da una parte Troia, che difende la libera scelta e l’amore, dall’altra Sparta e i Greci, che rivendicano una donna come un oggetto. Buoni contro cattivi.

Non a caso, nella serie non è Paride a rapire Elena, ma è Elena a scappare via di nascosto per inseguire Paride e fuggire un matrimonio obbligato.
Troia si pone a difesa di un mondo che, in questo caso, è contrapposto a quello dei Greci e che è il mondo moderno dei diritti individuali (conquista, peraltro, occidentale, a testimonianza di un dualismo contraddittorio).
E non è un caso che proprio Achille, in mezzo a tanti bianchi brutti e cattivi, si contrapponga molto spesso proprio a quelli del suo schieramento proprio sulla base di una certa comunanza di vedute rispetto ai troiani, in una serie di riflessioni sull’onore e la guerra che Achille enuncia quasi da spettatore affranto.
Inoltre, fatta fuori l’immagine di un Achille furibondo, fuori di sé e violento, predomina un personaggio pacato, riflessivo, idealista, istintivamente comprensivo, anche con Briseide, il suo bottino di guerra, e tutto ciò in netta contrapposizione rispetto a tutti gli altri capi Greci.
Non a caso, è ridotta al minimo anche la sua violenza insensata contro il cadavere di Ettore e la sua rabbia cieca in seguito alla morte di Patroclo.

L’idilliaco threesome black-gay tra Achille, Patroclo e la schiava Briseide nella serie “Troy”

E non a caso, la morte di Patroclo arriva dopo una rappresentazione – questa si, “cinematograficamente” parlando davvero da evitare – dell’amore tra Achille e Patroclo, che sfocia in un tripudio erotico di politicamente corretto, quando i due attori neri si lasciano andare a dolci effusioni gay in spiaggia vicino a un falò e, subito dopo, sono protagonisti con la schiava Briseide di un del tutto consensuale rapporto sessuale a tre in salsa hippy, un gay-black-threesome che non sfigurerebbe come introduzione in un porno ma che di certo piace alla sinistra perché la protagonista (la ‘casualmente’ bianca attrice Amy Louise Wilson) è sicuramente molto “accogliente”.
Pensate solo alla rappresentazione di una schiava nera posseduta da due bianchi che l’hanno conquistata in guerra: probabilmente lo scenario sarebbe stato altrettanto idilliaco.

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“Black Panther”, campione di incassi e considerato rivoluzionario anche da Michelle Obama

INTANTO AL CINEMA ARRIVA IL SUPEREROE NERO: “EVENTO EPOCALE”
E, tanto per rimanere in tema, è arrivato nel frattempo nelle sale cinematografiche a metà febbraio, “Black Panther” e il film ha già sbancato al botteghino, conquistando il decimo posto nella classifica dei film che hanno fatto più incassi nella storia del cinema ed il terzo maggiore incasso in assoluto in Nord America. Per capire di cosa si tratta, è sufficiente leggere il titolo del “Rolling Stone”: “I Supereroi neri contano: ecco perché ‘Black Panther’ è un film rivoluzionario”. “Un’intera generazione di bambini – scrive il noto magazine musicale – ora finalmente saprà che un supereroe, una società, un mondo immaginario e un potere nero possono esistere accanto a Peter Parker, Steve Rogers e Bruce Wayne. Un’intera generazione di bambini non saprà come ci si sente a non vedersi riflessi tra gli scaffali di costumi, libri da colorare o schermi cinematografici”.

Wired, invece, titola: “Black Panther è tutto quello che un film di supereroi può essere, e molto di più”. “Negli ultimi decenni – spiega Wired – la cattedrale degli eroi americani offriva poco accesso a raffigurazioni che andavano oltre il meccanismo dell’industria. Batman e Iron Man, miliardari. Thor, un dio norvegese. Spider-Man era un bambino prodigio. Capitan America, una recluta della Seconda Guerra Mondiale, divenne la rappresentazione letteraria del coraggio e della speranza della nazione. Ma i supereroi neri non hanno mai ricevuto la stessa deificazione“.

Secondo Cbs, “Black Panther” è “un evento epocale nella storia della cultura pop”.
Secondo il Telegraph, il mondo black nei film “non è mai uscito dalla sua nicchia. Le opere epiche hanno sempre richiesto budget adeguati, e la costosa fine dell’affare è stata sempre mono-maniacalmente bianca. Forse, questo solo fino ad ora”.
Persino la ex first lady, Michelle Obama – che, come nota Vanity Fair, non usa twittare troppo spesso e non lo fa solitamente che per questioni politiche – ha speso un tweet sul film appena uscito, congratulandosi con lo staff e aggiungendo: “Grazie a voi, i giovani vedranno finalmente sul grande schermo eroi che gli assomigliano. Il film mi è piaciuto moltissimo e sono sicura che ispirerà persone di ogni estrazione a scavare a fondo e trovare il coraggio di essere proprio loro gli eroi delle loro storie”.

Il cinema e il mondo della cultura e dello spettacolo americano sta attraversando una fase che non va assolutamente sottovalutata perché, stando così le cose, certamente influenzerà come sta già influenzando anche l’Europa. E’ quindi necessario capire di cosa si tratta, fare le dovute analisi, capire le differenze tra Stati Uniti ed Europa e ragionare sulle risposte da dare, che non devono essere banalmente demagogiche e populiste, ma neanche sterilmente buoniste.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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