Roma, Salvini riempie Piazza del Popolo [FOTO E VIDEO]

Il treno speciale, partito da Milano alle 6.30 del mattino, dopo poco meno di tre ore è già a Termini. Poco dopo le 10 i lombardi, silenziosi e composti, sono già tutti in piazza. Anche i bus partiti dalla Calabria notte tempo arrivano con largo e anticipo e guadagnano la prima fila. Alle 11 Piazza del Popolo è già piena e pure continua ad arrivare gente. A mezzogiorno cori inaspettati preoccupano per qualche secondo i poliziotti schierati: sono i leghisti campani, che raggiungono la piazza a manifestazione abbondantemente iniziata e si fanno rumorosamente notare facendo il loro ingresso con megafono e urlando: “c’è solo un capitano”.

In piazza bandiere tricolori, bandiere della Lega, sole delle Alpi, i quattro mori sardi, la Repubblica Veneta, la trinacria e il nome di Salvini ovunque. C’è tutto lo stivale. L’Italia non è diventata leghista, è Salvini che ha fatto della Lega una confederazione virtuale delle identità regionali italiane. “L’Italia rialza la testa” è lo slogan che campeggia sul palco. L’inno di Mameli non suona, ma il verde-bianco-rosso abbonda. Continua a leggere

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Marionette contro Lega e M5S, ma il governo giallo-verde promette bene

Da giorni, faziosi di destra e sinistra sparano a zero contro l’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle, senza timore alcuno di contraddirsi: del resto, la loro è pura, pessima e disgustosa strategia. Ma è uno spettacolo vederli. Tutti lì, a sproloquiare sulle coperture, a fare (male) i conti e a criticare ancora prima che progetti di legge e coperture reali vengano presentate. Tutti a digiuno di sovranità nazionale, a ricordarci che mamma Europa non vuole, che i bimbi cattivi non devono governare. Ed è uno spettacolo vedere la sinistra, un tempo almeno nominalmente dalla parte dei lavoratori, tirare fuori ancora lo spread, ovviamente e puntualmente in risalita, e mettere in guardia gli “elettori” da un governo giallo-verde, contro il “parere dei mercati”. Pur di ostacolare la sovranità popolare, si inventerebbero qualsiasi cosa.

E, tra i più attivi in questo senso, c’è sicuramente il presidente della Repubblica Mattarella, finora non pervenuto, assente mentre il debito continuava a salire, notarile e invisibile quanto mai nessuno prima di lui, tirato fuori dal nulla e piazzato al Quirinale di peso, ma ora deciso a fare la voce grossa, dettare la linea di governo e imporre veti sulla scelta dei ministri. Continua a leggere

Repubblica: “Fiore (FN) contro Militia e CasaPound in un’intercettazione”. Lui nega

In un articolo pubblicato ieri, “Repubblica” insiste ancora con Forza Nuova e con il suo leader, Roberto Fiore. E dopo essersi occupata delle sue attività finanziarie e della presunta gestione “ambigua” rispetto al movimento, tira fuori brevi stralci di alcune intercettazioni risalenti al settembre 2014. La frase maggiormente incriminata è quella relativa a Maurizio Boccacci, il capo di Militia, che pochi mesi fa del resto criticava apertamente Fiore per il dietro-front sulla manifestazione del 28 ottobre, la cosiddetta “Marcia dei Patrioti” che era stata poi vietata. “E’ una sconfitta, ma tu da buon politicante sai mistificare le cose”, affermava Boccacci. “Hai fatto accordi con le guardie, sei un coniglio. La vera anima di Forza Nuova era Massimino [Massimo Morsello, ndr] e non certo tu”, aggiungeva.

Stando a “Repubblica”, Fiore avrebbe detto: “Se Maurizio Boccacci si muove, si muove perché si stanno muovendo tutta una serie di situazioni. E questa è roba di servizi. Questo è lo stato. Sono i servizi, il fatto che Boccacci sia a busta paga, te lo possono confermare persone…”. Continua a leggere

Salvini a piazza del Popolo, ecco come la stampa difende l’establishment

28.2.15«Nelle periferie, si sa, non ci stanno gli editorialisti».

Difficile riassumere meglio l’atteggiamento snob e perbenista dei giornali nei confronti della manifestazione «fascioleghista» di piazza del Popolo a Roma. Pietrangelo Buttafuoco, su «Il Fatto Quotidiano», nel «day after», giornalisticamente accerchiato, l’ha fatto. A pagina due di una testata che, in prima titola, sprezzante e sfottente, «La marcetta su Roma», facendo ben attenzione a non sprecare l’occasione di incollare un bel ritaglio con foto del Duce sulla piazza di Salvini, appena sotto un sommario che è tutto un programma:  «La Lega presenta il suo programma per cacciare il governo: insulti, libertà di sparare e croci celtiche». La morte del giornalismo in una sola prima pagina: esprimere la propria opinione in un editoriale è legittimo, non è legittimo farlo senza raccontare anche i fatti.

Sul programma della Lega in salsa lepenista nulla. Si preferisce, invece, raccontare la giornata riferendosi ad una Roma invasa di croci celtiche (nonostante se ne siano avvistate al massimo un paio) e di gente che invoca a casaccio la «libertà di sparare» (vedi «caso Stacchio» per comprendere il lato oscuro del giornalismo: la verità). Deontologia professionale in morte cerebrale, tra diffamazioni ed informazione scorretta, ecco come una penna può diventare pericolosa e criminale.

«I giornali perbene (tra cui il Fatto magari) – e già ieri i loro siti internet strillavano allarmati – si concentreranno», scriveva d’altronde Buttafuoco, «sul solitario cartello dove c’è il Duce che dice a Salvini, “ti stavo aspettando”. Alzeranno il ditino sulla presenza di CasaPound, che slurp!, è per i potentati la risulta di ogni ghiottoneria possibile». E così è stato.

Su sette testate nazionali Corriere della Sera», «Repubblica», «Il Fatto Quotidiano» , «ll Sole 24 Ore», «Il Giornale», «Libero» ed «Il Manifesto»), l’han fatto in cinque, decisamente schierate contro, una si è sforzata di essere neutrale («ll Giornale») e soltanto «Libero», ha avuto un atteggiamento che possiamo definire favorevole.

E le stupidaggini non si contano: roba da giornalino scolastico.

L’esaltante superamento delle ideologie tipico del grillismo, che sul «Fatto» non ha mai sfigurato, diventa allarmante «cocktail postideologico». E se Salvini si oppone alle guerre americane, niente complimenti per chi «si improvvisa pacifista». «La destra italiana è tutta pancia. E parolacce». Aggiungiamolo sulla lavagna, nella lista dei cattivi. E diciamolo alla maestra.

L’eterno moralismo su cui poggia l’antifascismo.

E che non teme, peraltro, l’incoerenza, tanto che, nella stessa pagina, CasaPound è prima disposta «militarmente» e subito dopo in «cravatta e doppiopetto».

Quanto alla proposta di Salvini, l’ex direttore Antonio Padellaro, nel suo editoriale, non si sforza di citarla, ma è certo di dover riferire della sua «inconsistenza» ai lettori. Quanno ce vò ce vò.

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A tratti comico il «Corrierone», che proprio non riesce a sottrarsi allo stereotipo del giornale borghese e che titola: «In una Roma blindata insulti al premier dal palco». Peraltro, perché blindata? Salvini è pericoloso? O forse qualcuno voleva impedirgli di manifestare? Quisquiglie.

Conta molto di più il fatto che, oltre le parolacce, Salvini insulti (pare non faccia altro) l’osannato Renzi. Insolente.

«Il turpiloquio come politica» sentenzia in prima un cazzilloso Aldo Cazzullo: «ancora più fastidioso» di Grillo. Addirittura. Torna infatti in auge il «vaffa day», termine che aveva finito per oscurare furbescamente ogni proposta politica del M5S. «Il suo tono, anche quando vorrebbe essere ironico, è greve, bieco, vagamente minaccioso». Novello Hannibal, Salvini infesta i sogni di Cazzullo, che non si spiega come sia possibile non voler alleati e pretendere comunque di vincere: non riesce proprio a sfuggire alla logica degli inciuci di palazzo e quasi dimentica il voto. Dettagli.

Mentre Marco Cremonese, a pagina undici, non può fare a meno di ammettere: «la «discesa» nella capitale di Matteo Salvini è un fatto politico con cui fare i conti, la nascita di un vero populismo italiano». «Il mai visto, ieri si è visto».

Ci pensa Fabrizio Roncone a restituire la testata alla sua tradizione di stereotipi tragicomici: «Ray-Ban a specchio e giubbotti neri, e poi barbe alla Italo Balbo e muscoli tesi, sguardi tesi al sole del pomeriggio. Slogan duri e drappi con le croci celtiche». Questo l’intro del pezzo sulla presenza di CasaPound in piazza. «Alcuni tengono uno striscione con la foto di Mussolini», azzarda più avanti. Peccato che a portare quel cartello sia un leghista, rigorosamente tagliato nei copia e incolla dei giornali. Per Roncone, il capo di CasaPound ha «l’aspetto temibile del Mangiafuoco» e la manifestazione è «volgare». Possibilmente con la erre moscia. Contenuti e coerenza, voto 4: ve lo immaginate come doveva essere chic il movimento operaio?! Andiamo avanti.

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Inevitabile, quasi scontato, anche «Repubblica» non riesce a riassumere meglio di così la manifestazione: «Lega a Roma tra croci celtiche e foto del Duce». Ed il «camaleonte verdenero» ce lo racconta niente meno che Gad Lerner: «Salvini porta in piazza il popolo fascio-leghista tra vaffa e croci celtiche» è il titolo. E, sotto, nell’ordine, due croci celtiche due, una foto del Duce, la Le Pen ed un militante di Alba Dorata. Lerner confessa: il consenso della base per il cambio di rotta di Salvini è massimo. E compie un’analisi sulla fine della questione settentrionale, sull’offerta politica che «ormai è uguale a tutte le latitudini» e sulla parola d’ordine che suggella il patto: «Prima gli italiani!». Lucido, analitico, Lerner fa la sua parte e la sua parte non ci piace ma, perlomeno, prova a farlo senza banalità. Il giudizio avrebbe potuto essere migliore se ci avesse risparmiato la chiusura: «Sottovalutane il pericolo equivarrebbe a ignorare la storia d’Italia». C’eri quasi.

«ll Sole 24 Ore» è trasparente. In prima titola: «Salvini in piazza a Roma con Casa Pound: «Renzi servo dell’Europa». Nell’occhiello: «Attacchi all’establishment». Applausi. Quanto meno per aver ricordato chi sta con chi, seppur anche il sobrio giornale di Confindustria si abbandoni all’apocalittica evocazione del pericolo nero appena gli capita l’occasione: «inquietanti saluti nazi-fascisti, croci celtiche e foto di Benito Mussolini», nel pezzo firmato da Emilia Patta, mentre Paolo Pombeni stigmatizza l’importanza data alla sovranità (monetaria nella fattispecie),criticando promesse di ripresa mai fatte da nessuno e definendo quelli di CasaPound «neofascisti da fumetto». Insulti che però non fanno notizia.

Ironico come al solito «il Manifesto»: «Salvini chi può» è il titolo principale. Nella foto di prima pagina, tricolori e ragazzi di CasaPound, anche se non mancano nel sommario le solite croci celtiche. Prezzemolo ogni minestra.

«La piazza romana, osata per la prima volta dalla Lega, è quasi completamente piena. Metà di leghisti di vecchio e nuovo conio, metà neo fascisti con un nuovo emblema: “Sovranità”», scrive Andrea Fabozzi. Qui la foto del Duce diventa una gigantografia, ma il servizio non manca di obiettività. Il servizio sul contro corteo, ovviamente, è amore puro.

Anche «Il Giornale» si riscopre baluardo di perbenismo e, nel testo di Francesco Cramer, c’è addirittura spazio per una rapida descrizione dei fascisti a base di «anfibi e bomber». Per bocca di chi parlino è chiaro dalle parole di Adalberto Signore: «Salvini dovrà prima o poi fare i conti con quel centrodestra che non si riconosce in Marine Le Pen e CasaPound». Più o meno le stesse dichiarazioni dell’ex premier Berlusconi, un altro che si riscopre schifato dalle alleanze in odor di fascismo, dopo aver per anni fatto l’occhiolino ai vari Forza Nuova, Alternativa Sociale, Fiamma e compagnia bella, sostenendone diverse candidature. Gli stessi, peraltro, che ora accusano CasaPound di essere passata col «sistema» in seguito all’alleanza con la Lega e promettono di voler fondare un nuovo Movimento Sociale (viva la fantasia) in funzione anti-CasaPound ed anti-Lega.

1600226_849017801811214_1497620658_nNeanche loro hanno fatto sapere esattamente cosa del programma salviniano non gli vada a genio, né quali passaggi lo collocherebbero all’interno del sistema. Salvini non vuole allearsi con chi sta nel Ppe ed ha un programma che parla di nazionalizzazioni, no euro e frontiere chiuse. Dal sistema ancora nessun ringraziamento. Dalla stampa neanche. Zero Zero Sette: agente in incognito.

Infine, c’è «Libero», che occupa metà prima pagina con una foto del leader leghista a braccia aperte, sorridente, in un tripudio di bandiere che fa da sfondo ed un titolo che campeggia sul cielo terso di Roma: «Ecco il piano di Salvini per prendersi il centrodestra». Nel sommario: «Il comizio di Roma è stato un successo». Nel pezzo del direttore Maurizio Belpietro un passaggio importante: «il numero uno del Carroccio non ha alcuna intenzione di rifare le alleanze che portarono il centrodestra a vincere parecchie elezioni». «Matteo vuol creare il Partito unico di destra» è il titolo in terza pagina di un editoriale che, comunque, non rinuncia a far le pulci a Salvini, reo di usare «toni un po’ troppo forti» per convincere i moderati. Il pulpito è lo stesso che, dopo l’uccisione di Bin Laden, titolò a caratteri cubitali, «Un assassino in meno». Che indirizzò alla Germania un «VaffanMerkel» in prima pagina. Che sentenziò in apertura: «Giudici a puttane». Che piazzò la foto dei terroristi in azione contro Charlie Hebdo e urlò: «Questo è l’Islam», «i mussulmani ci odiano». Ma, d’altra parte, non si può avere tutto. Apprezziamo, se non altro, la mancanza complessiva di puzza sotto il naso di una testata il cui caporedattore Francesco Borgonovo, autore di un pezzo su CasaPound da incorniciare, ha presenziato, insieme all’ex direttore Vittorio Feltri, alla presentazione di Sovranità, il nuovo incubo dei giornali moderati. Chapeau.

Ci risiamo con la propaganda: Islam e scontro di civiltà

A man holds a placard which reads "I am Charlie" to pay tribute during a gathering at the Place de la Republique in ParisOltre un decennio dopo l’11 settembre, oltre Bush padre ed figlio, oltre il Muro di Berlino e la Guerra fredda, nonostante la «speranza» Obama alla Casa Bianca ci risiamo, come in un pessimo déjà-vu.

Ai vertici dello Stato italiano due democristiani, la Russia torna ad essere lo spauracchio dell’Occidente ed un’altra fetta di Medioriente, messa a repentaglio da bande finanziate proprio dagli americani in nome della guerra al nemico pubblico numero uno di turno, riporta in auge più che mai lo scontro di civiltà.

Da una parte lo Stato Islamico, con la sapiente regia dei suoi videomaker, i proventi del petrolio, le crudeltà indicibili, la propaganda estremamente curata ed aggiornata rispetto alla «vecchia» Al Qaeda, meno chiacchiere, più azione, ed un esercito impegnato su più fronti.

Dall’altra un’America che soltanto in corner si è salvata dalla figuraccia di appoggiare esplicitamente i terroristi nella guerra contro Assad, combattuta se non altro sottotraccia, responsabili oggettivi di una destabilizzazione che non può non apparire frutto di incredibile ingenuità o dell’esplicita volontà quanto meno di un’intelligence sempre molto influenzata dalla necessità dello stato ebraico.

Anche e soprattutto su questo versante la propaganda non manca. Basta leggere i titoloni de «Il Foglio», de «Il Giornale», di «Libero», un editoriale di Sallusti o le rievocazioni quotidiane di Oriana Fallaci.

Oppure andare al cinema a vedere «American Sniper», il film di Clint Eastwood che celebra la vita del soldato Chris Kyle.

Propaganda pura che, nel momento in cui riflette un patriottismo autentico, certamente si eleva dalla sua funzione utilitaristica ed ovvia è l’ammirazione che suscita per questo texano così distante dal cliché cinematografico americano stile Rambo: eroe silenzioso ed altruista, devoto al proprio paese e con la sola difficoltà di godersi la tranquillità artificiale di un ritorno che vive come un abbandono («Ho compiuto il mio dovere e rimpiango soltanto i fratelli che non ho salvato»).

Quanto sincera è la vicinanza all’etica del film: «Pecore, lupi, cani da pastore», concetto che rimanda all’idea tradizionale del guerriero, al di là del bene e del male, dei moralismi e dei dogmi, gloria o dannazione nelle cause di un’azione apparentemente identica ad un’altra che diventa unica ed irripetibile in virtù della scelta personale.

Ma, poiché il punto di vista è, per scelta legittima, unicamente quello del protagonista ed il piano rimane quello esistenziale, il risultato è che l’opera fa dell’America stessa quel cane da pastore che Kyle incarna, ricompattando gli animi attorno ad un occidentalismo che, senza se e senza ma, ci racconta il bene contro il male, senza mettere in discussione nulla del concetto di «noi».

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Del resto, le reazioni all’attentato contro Charlie Hebdo dimostrano come la propaganda non miri alla condanna del terrorismo ma all’ottica dello scontro di civiltà, con i «ve l’avevo detto» dei vari Magdi Allam a riproporre l’opposizione tra la «nostra» libertà d’espressione e la «loro» intolleranza, tra la «nostra» democrazia e la «loro» oppressione, tra liberalismo ed Islam.

Un dualismo, quest’ultimo, che effettivamente è nei manuali e nella realtà, fanatismo a parte e che, però, dà per scontato un fattore ed, anzi, mira proprio ad affermare questa idea: che l’Occidente sia e debba essere per antonomasia il modello liberale, l’America la guida naturale e che questo sia l’unico modello accettabile, ultima tappa del progresso, unica alternativa all’Islam.

Un aut aut creato ad arte, che si rivela una maschera utile soltanto a tenere in vita la contrapposizione nel momento in cui, ad esempio, subito dopo il coro unanime e libertario «Je suis Charlie», il più volte censurato comico francese Dieudonné viene arrestato con l’accusa ridicola di aver commesso apologia nei confronti degli attentatori, dopo aver giustamente polemizzato per la danza dell’ipocrisia ballata sul concetto di libertà assoluta di parola a difesa dei vignettisti francesi, i quali, com’è noto, non si erano certo limitati a fare satira con umorismo, argomentazioni e buon senso, ma si erano appropriati abusivamente di una libertà altrui: quella di  non veder il proprio dio, profeta, antenato o quant’altro una comunità o un individuo riconosca come sacro o afferente alla sua sfera personale, preso per il culo o violentemente insultato da penna o parola altrui.

A dimostrarlo, altresì, il fatto stesso che il liberalismo possa essere considerato pregiudizialmente superiore alle altre culture, senza distanziarsi troppo dallo spirito colonialistico dei secoli scorsi.

A dimostrarlo, il reato di lesa maestà presidenziale, la legge Mancino e simili e così via esemplificando.

Ci sarebbe, dunque, da far chiarezza sul concetto di liberalismo e sull’assurdità di una libertà assoluta come cardine di una società che, con un cardine del genere, non può che scardinarsi e, pertanto, chiude gli occhi, si tura il naso e, non solo si dà, com’è ovvio, dei limiti alle libertà consentite – poiché, come diceva il vecchio adagio liberale, la libertà di ciascuno termina dove ha inizio quella del prossimo – ma sconfina addirittura spesso nell’incoerenza di una legislazione liberticida.

Ecco perché sarebbe da incorniciare l’uscita papale («se offendi la mia mamma, aspettati un pugno») che ha spiazzato i giornalisti i quali, inizialmente, avevano colto soltanto la scontata condanna per il terrorismo e non l’asprezza di un concetto pur così elementare contro  una società assuefatta al politicamente corretto.

Cortocircuiti infiniti, gente in galera per aver messo in discussione la storia, violenze nere da condannare e violenze rosse che si scoloriscono, Grillo che fa storcere la bocca per un vaffanculo, Salvini che può essere aggredito perché denuncia la criminalità rom e poi, però, contro l’Islam, sono tutti Charlie Hebdo, tutti per la libertà di pensiero e di parola, assoluta, senza limiti.

Ipocriti. Sudditi travestiti da cittadini. Con una bandiera senza storia e tante stelle che sventola sulle loro teste ed una con qualche stella in più che ci propina un’identità che, in realtà, non è liberalismo, non è democrazia e non è nulla, perché l’occidentalismo è imperialismo fine a se stesso.

«Distinguere la questione dell’immigrazione e quella religiosa. L’Islam è un patrimonio di valori spirituali che non può essere ridotto a discussioni da osteria», ha dichiarato Pietrangelo Buttafuoco, che in ogni caso vede, probabilmente a ragione, il leader della Lega come l’unica alternativa politicamente percorribile. E noi, che concordiamo su entrambi i punti, non possiamo che ribadire il rischio di incorrere in un boomerang concettuale eccedendo nelle banalizzazioni sull’argomento.

L’alternativa che occorre deve essere culturalmente sovrana. Non per forza o, almeno, non propriamente liberale, che rompa l’attuale divisione made in Usa tra buoni e cattivi e ne riproponga una basata semmai sui nostri interessi, che abbia la capacità di prendere dall’America soltanto quell’orgoglio patriottico pur propagandistico che gli permette di sfornare film come «American sniper», che mostra un popolo capace di scendere in strada per onorare un guerriero, un patriota. Difendendosi dai nemici ma dalla nostra trincea, anziché identificarci con un’idea di Occidente che è soltanto un costrutto ideologico a stelle e strisce.

Emmanuel Raffaele,  “Il Borghese”, marzo 2015