Roma, Salvini riempie Piazza del Popolo [FOTO E VIDEO]

Il treno speciale, partito da Milano alle 6.30 del mattino, dopo poco meno di tre ore è già a Termini. Poco dopo le 10 i lombardi, silenziosi e composti, sono già tutti in piazza. Anche i bus partiti dalla Calabria notte tempo arrivano con largo e anticipo e guadagnano la prima fila. Alle 11 Piazza del Popolo è già piena e pure continua ad arrivare gente. A mezzogiorno cori inaspettati preoccupano per qualche secondo i poliziotti schierati: sono i leghisti campani, che raggiungono la piazza a manifestazione abbondantemente iniziata e si fanno rumorosamente notare facendo il loro ingresso con megafono e urlando: “c’è solo un capitano”.

In piazza bandiere tricolori, bandiere della Lega, sole delle Alpi, i quattro mori sardi, la Repubblica Veneta, la trinacria e il nome di Salvini ovunque. C’è tutto lo stivale. L’Italia non è diventata leghista, è Salvini che ha fatto della Lega una confederazione virtuale delle identità regionali italiane. “L’Italia rialza la testa” è lo slogan che campeggia sul palco. L’inno di Mameli non suona, ma il verde-bianco-rosso abbonda. Continua a leggere

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Salvini a piazza del Popolo, ecco come la stampa difende l’establishment

28.2.15«Nelle periferie, si sa, non ci stanno gli editorialisti».

Difficile riassumere meglio l’atteggiamento snob e perbenista dei giornali nei confronti della manifestazione «fascioleghista» di piazza del Popolo a Roma. Pietrangelo Buttafuoco, su «Il Fatto Quotidiano», nel «day after», giornalisticamente accerchiato, l’ha fatto. A pagina due di una testata che, in prima titola, sprezzante e sfottente, «La marcetta su Roma», facendo ben attenzione a non sprecare l’occasione di incollare un bel ritaglio con foto del Duce sulla piazza di Salvini, appena sotto un sommario che è tutto un programma:  «La Lega presenta il suo programma per cacciare il governo: insulti, libertà di sparare e croci celtiche». La morte del giornalismo in una sola prima pagina: esprimere la propria opinione in un editoriale è legittimo, non è legittimo farlo senza raccontare anche i fatti.

Sul programma della Lega in salsa lepenista nulla. Si preferisce, invece, raccontare la giornata riferendosi ad una Roma invasa di croci celtiche (nonostante se ne siano avvistate al massimo un paio) e di gente che invoca a casaccio la «libertà di sparare» (vedi «caso Stacchio» per comprendere il lato oscuro del giornalismo: la verità). Deontologia professionale in morte cerebrale, tra diffamazioni ed informazione scorretta, ecco come una penna può diventare pericolosa e criminale.

«I giornali perbene (tra cui il Fatto magari) – e già ieri i loro siti internet strillavano allarmati – si concentreranno», scriveva d’altronde Buttafuoco, «sul solitario cartello dove c’è il Duce che dice a Salvini, “ti stavo aspettando”. Alzeranno il ditino sulla presenza di CasaPound, che slurp!, è per i potentati la risulta di ogni ghiottoneria possibile». E così è stato.

Su sette testate nazionali Corriere della Sera», «Repubblica», «Il Fatto Quotidiano» , «ll Sole 24 Ore», «Il Giornale», «Libero» ed «Il Manifesto»), l’han fatto in cinque, decisamente schierate contro, una si è sforzata di essere neutrale («ll Giornale») e soltanto «Libero», ha avuto un atteggiamento che possiamo definire favorevole.

E le stupidaggini non si contano: roba da giornalino scolastico.

L’esaltante superamento delle ideologie tipico del grillismo, che sul «Fatto» non ha mai sfigurato, diventa allarmante «cocktail postideologico». E se Salvini si oppone alle guerre americane, niente complimenti per chi «si improvvisa pacifista». «La destra italiana è tutta pancia. E parolacce». Aggiungiamolo sulla lavagna, nella lista dei cattivi. E diciamolo alla maestra.

L’eterno moralismo su cui poggia l’antifascismo.

E che non teme, peraltro, l’incoerenza, tanto che, nella stessa pagina, CasaPound è prima disposta «militarmente» e subito dopo in «cravatta e doppiopetto».

Quanto alla proposta di Salvini, l’ex direttore Antonio Padellaro, nel suo editoriale, non si sforza di citarla, ma è certo di dover riferire della sua «inconsistenza» ai lettori. Quanno ce vò ce vò.

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A tratti comico il «Corrierone», che proprio non riesce a sottrarsi allo stereotipo del giornale borghese e che titola: «In una Roma blindata insulti al premier dal palco». Peraltro, perché blindata? Salvini è pericoloso? O forse qualcuno voleva impedirgli di manifestare? Quisquiglie.

Conta molto di più il fatto che, oltre le parolacce, Salvini insulti (pare non faccia altro) l’osannato Renzi. Insolente.

«Il turpiloquio come politica» sentenzia in prima un cazzilloso Aldo Cazzullo: «ancora più fastidioso» di Grillo. Addirittura. Torna infatti in auge il «vaffa day», termine che aveva finito per oscurare furbescamente ogni proposta politica del M5S. «Il suo tono, anche quando vorrebbe essere ironico, è greve, bieco, vagamente minaccioso». Novello Hannibal, Salvini infesta i sogni di Cazzullo, che non si spiega come sia possibile non voler alleati e pretendere comunque di vincere: non riesce proprio a sfuggire alla logica degli inciuci di palazzo e quasi dimentica il voto. Dettagli.

Mentre Marco Cremonese, a pagina undici, non può fare a meno di ammettere: «la «discesa» nella capitale di Matteo Salvini è un fatto politico con cui fare i conti, la nascita di un vero populismo italiano». «Il mai visto, ieri si è visto».

Ci pensa Fabrizio Roncone a restituire la testata alla sua tradizione di stereotipi tragicomici: «Ray-Ban a specchio e giubbotti neri, e poi barbe alla Italo Balbo e muscoli tesi, sguardi tesi al sole del pomeriggio. Slogan duri e drappi con le croci celtiche». Questo l’intro del pezzo sulla presenza di CasaPound in piazza. «Alcuni tengono uno striscione con la foto di Mussolini», azzarda più avanti. Peccato che a portare quel cartello sia un leghista, rigorosamente tagliato nei copia e incolla dei giornali. Per Roncone, il capo di CasaPound ha «l’aspetto temibile del Mangiafuoco» e la manifestazione è «volgare». Possibilmente con la erre moscia. Contenuti e coerenza, voto 4: ve lo immaginate come doveva essere chic il movimento operaio?! Andiamo avanti.

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Inevitabile, quasi scontato, anche «Repubblica» non riesce a riassumere meglio di così la manifestazione: «Lega a Roma tra croci celtiche e foto del Duce». Ed il «camaleonte verdenero» ce lo racconta niente meno che Gad Lerner: «Salvini porta in piazza il popolo fascio-leghista tra vaffa e croci celtiche» è il titolo. E, sotto, nell’ordine, due croci celtiche due, una foto del Duce, la Le Pen ed un militante di Alba Dorata. Lerner confessa: il consenso della base per il cambio di rotta di Salvini è massimo. E compie un’analisi sulla fine della questione settentrionale, sull’offerta politica che «ormai è uguale a tutte le latitudini» e sulla parola d’ordine che suggella il patto: «Prima gli italiani!». Lucido, analitico, Lerner fa la sua parte e la sua parte non ci piace ma, perlomeno, prova a farlo senza banalità. Il giudizio avrebbe potuto essere migliore se ci avesse risparmiato la chiusura: «Sottovalutane il pericolo equivarrebbe a ignorare la storia d’Italia». C’eri quasi.

«ll Sole 24 Ore» è trasparente. In prima titola: «Salvini in piazza a Roma con Casa Pound: «Renzi servo dell’Europa». Nell’occhiello: «Attacchi all’establishment». Applausi. Quanto meno per aver ricordato chi sta con chi, seppur anche il sobrio giornale di Confindustria si abbandoni all’apocalittica evocazione del pericolo nero appena gli capita l’occasione: «inquietanti saluti nazi-fascisti, croci celtiche e foto di Benito Mussolini», nel pezzo firmato da Emilia Patta, mentre Paolo Pombeni stigmatizza l’importanza data alla sovranità (monetaria nella fattispecie),criticando promesse di ripresa mai fatte da nessuno e definendo quelli di CasaPound «neofascisti da fumetto». Insulti che però non fanno notizia.

Ironico come al solito «il Manifesto»: «Salvini chi può» è il titolo principale. Nella foto di prima pagina, tricolori e ragazzi di CasaPound, anche se non mancano nel sommario le solite croci celtiche. Prezzemolo ogni minestra.

«La piazza romana, osata per la prima volta dalla Lega, è quasi completamente piena. Metà di leghisti di vecchio e nuovo conio, metà neo fascisti con un nuovo emblema: “Sovranità”», scrive Andrea Fabozzi. Qui la foto del Duce diventa una gigantografia, ma il servizio non manca di obiettività. Il servizio sul contro corteo, ovviamente, è amore puro.

Anche «Il Giornale» si riscopre baluardo di perbenismo e, nel testo di Francesco Cramer, c’è addirittura spazio per una rapida descrizione dei fascisti a base di «anfibi e bomber». Per bocca di chi parlino è chiaro dalle parole di Adalberto Signore: «Salvini dovrà prima o poi fare i conti con quel centrodestra che non si riconosce in Marine Le Pen e CasaPound». Più o meno le stesse dichiarazioni dell’ex premier Berlusconi, un altro che si riscopre schifato dalle alleanze in odor di fascismo, dopo aver per anni fatto l’occhiolino ai vari Forza Nuova, Alternativa Sociale, Fiamma e compagnia bella, sostenendone diverse candidature. Gli stessi, peraltro, che ora accusano CasaPound di essere passata col «sistema» in seguito all’alleanza con la Lega e promettono di voler fondare un nuovo Movimento Sociale (viva la fantasia) in funzione anti-CasaPound ed anti-Lega.

1600226_849017801811214_1497620658_nNeanche loro hanno fatto sapere esattamente cosa del programma salviniano non gli vada a genio, né quali passaggi lo collocherebbero all’interno del sistema. Salvini non vuole allearsi con chi sta nel Ppe ed ha un programma che parla di nazionalizzazioni, no euro e frontiere chiuse. Dal sistema ancora nessun ringraziamento. Dalla stampa neanche. Zero Zero Sette: agente in incognito.

Infine, c’è «Libero», che occupa metà prima pagina con una foto del leader leghista a braccia aperte, sorridente, in un tripudio di bandiere che fa da sfondo ed un titolo che campeggia sul cielo terso di Roma: «Ecco il piano di Salvini per prendersi il centrodestra». Nel sommario: «Il comizio di Roma è stato un successo». Nel pezzo del direttore Maurizio Belpietro un passaggio importante: «il numero uno del Carroccio non ha alcuna intenzione di rifare le alleanze che portarono il centrodestra a vincere parecchie elezioni». «Matteo vuol creare il Partito unico di destra» è il titolo in terza pagina di un editoriale che, comunque, non rinuncia a far le pulci a Salvini, reo di usare «toni un po’ troppo forti» per convincere i moderati. Il pulpito è lo stesso che, dopo l’uccisione di Bin Laden, titolò a caratteri cubitali, «Un assassino in meno». Che indirizzò alla Germania un «VaffanMerkel» in prima pagina. Che sentenziò in apertura: «Giudici a puttane». Che piazzò la foto dei terroristi in azione contro Charlie Hebdo e urlò: «Questo è l’Islam», «i mussulmani ci odiano». Ma, d’altra parte, non si può avere tutto. Apprezziamo, se non altro, la mancanza complessiva di puzza sotto il naso di una testata il cui caporedattore Francesco Borgonovo, autore di un pezzo su CasaPound da incorniciare, ha presenziato, insieme all’ex direttore Vittorio Feltri, alla presentazione di Sovranità, il nuovo incubo dei giornali moderati. Chapeau.

“9 Dicembre”, la piazza divisa a tavolino e la complicità degli assenti

simoneliberoPrima hanno lanciato ogni tipo di allarme e così “diviso la piazza”, poi si sono divertiti a raccontare della spaccatura che avevano creato a tavolino e di una piazza mezza vuota. La lobby di potere composta da politici e media asserviti ha colpito ancora. E in molti ci sono cascati. Del resto, divide et impera.

Hanno enfatizzato la spaccatura del “movimento” per spegnere l’incendio che divampava in tutta la penisola, hanno parlato di improbabili intenzioni golpiste (quelle più che intenzioni dei manifestanti, sono l’oggetto in causa: il golpe di Napolitano & Co.), hanno comprato alcuni dei presunti leader della protesta, hanno messo in guardia dall’ infiltrazione dell’estrema destra (in pratica, CasaPound visto che Forza Nuova ha dato retta all’allarmismo mediatico e rinunciato a sfilare sotto il tricolore) e poi si sono dati da fare a “sgonfiare” la notizia parlando di piazza semi-deserta.

In pratica, han fatto tutto loro. Hanno svuotato la piazza delle migliaia di giovani e di lavoratori pronti a partecipare alla “marcia” e poi han fatto finta di stupirsi che i numeri non fossero quelli attesi.

Troppo facile. E poi, è vero, c’è chi rimane a casa, ma resta pur sempre “affamato” dalla casta. E magari non è in piazza anche perché un “viaggio” a Roma, di questi tempi, non può permetterselo.

Voi. Gli stessi che “devono andare a casa”. “Voi”, non siete soltanto politici, parlamentari, governanti. No, “voi” siete anche e forse prima i giornalisti asserviti, i finti rivoluzionari a cinque stelle, i progressisti che non sfilano sotto il tricolore perché è volgare, i falsi rottamatori che mascherano da rivoluzione il liberismo che ci ha già condannati.
Tutte queste persone dovrebbero andare a casa. Mentre altre dovrebbero semplicemente provare vergogna davanti alla gente. Ad esempio chi ha deciso di contro-manifestare per il diritto alla casa, quando piazza del Popolo gridava la sofferenza del paese intero per la mancanza di casa, di lavoro, di stabilità, di diritti. E invece queste persone hanno come al solito strumentalizzato la sofferenza per portare avanti il loro disegno ideologizzato di internazionalismo proletario anche un po’ datato. Oggi che l’italiano non ha quasi da mangiare, l’internazionalismo proletario è lotta del povero col più povero e solo nell’antifascismo si può trovare la ragione di una divisione che non aiuta certo le categorie più deboli a portare avanti le proprie pretese, ma trova invece molte più sponde nella politica istituzionale di quella Kyenge, ministro per l’Integrazione che vuole le quote per gli immigrati nelle società, aizzando ancora di più lo scontro, e di quel Renzi che appoggia lo ius soli, manifestando sempre più il rapporto stretto tra liberismo e immigrazione selvaggia.

Alla faccia di queste evidenze, loro protestano ma non si sa contro chi (si sa invece chi: pochi, molto pochi), se non contro CasaPound, il nemico solito, che pure ha portato avanti un discorso tutt’altro che razzista e “fascista”.

Scioglimento di un Parlamento non più rappresentativo ed anticostituzionale e nuove elezioni; recupero della sovranità nazionale contro gli interessi della speculazione sostenuta dalla costruzione “tecnico-finanziaria” che è rappresentata dalla burocrazia di Bruxelles: questo ha chiesto CasaPound, unica forza che ha tentato di trasformare in discorso politico le proteste di questi giorni, senza voler per questo monopolizzare il progetto, non solo rinunciando al proprio simbolo in favore di un tricolore che rappresenta unità (e ricorda tanto quel suo manifesto dell’ Estremocentroalto che spiegava: “vogliamo l’unità della sola area che conta: il popolo italiano”) ma anche rinunciando a portare avanti in questo contesto altri punti del proprio programma che avrebbero comportato il mettere seriamente il “cappello” sulla protesta.

CasaPound ha elaborato una proposta minima di base mentre la piazza, come è stato evidente, era deficitaria esattamente di questo, come ha spiegato più volte il vicepresidente Di Stefano, anche oggi a posteriori: “La piazza poteva crescere, CasaPound ha portato cuore, colore e bellezza. Purtroppo gli organizzatori non hanno una rivendicazione politica e mancano di contenuti. Si parla dal palco in libertà, si esprime rabbia anche sacrosanta ma manca la proposta. Noi abbiamo partecipato dal 9 Dicembre con sacrificio e amore per la nostra nazione. Ora è il caso che gli organizzatori si chiariscano le idee. Non basta certo urlare 5 ore che “i politici se ne devono andare!”. Molti italiani che volevano partecipare sono stati allontanati dalla carenza di proposta. Peccato”.

Peccato.
E peccato anche che tanti abbiano ceduto alle divisioni, ai settarismi, agli allarmismi, alle pressioni, agli scambi.

1525694_10151891814912842_1165154317_nUn settarismo riassunto in una domanda più volte posta dai media: “cosa c’entra CasaPound con i forconi, con i lavoratori?”.
Ma un giornalista serio come può fare una domanda simile ad un movimento che ha anche partecipato alle elezioni ed è dunque naturale parte in causa, che lo ha fatto con un programma del tutto “sociale”, che porta da sempre avanti il tema del diritto alla casa, che nasce e vive in un palazzo occupato? Con quale diritto può farlo senza suscitare risate e sdegno?
Senza contare che i militanti di CasaPound avrebbero potuto partecipare senza simboli alla manifestazione a prescindere in quanto cittadini italiani, in quanto giovani con gli stessi problemi di flessibilità, precariato, lavoro, casa che lamentando milioni di italiani e non certo italiani di serie B.

Solo una politica ed un giornalismo snob possono porre certe questioni come serie. Solo una politica ed un giornalismo snob possono quasi esser soddisfatti di una piazza con numeri non eccessivi, quando quella piazza rappresenta la guerra tra poveri, le responsabilità dei media (in questi giorni su alcuni gruppi Facebook “Catena intorno al Parlamento” c’erano addirittura comunicati semi-ufficiali che parlavano del pericolo di “ragazzi che sarebbero stati massacrati” se si fossero recati a Roma) dello stato disastroso di conservazione del paese, le responsabilità di una politica chiusa nel palazzo.

Non erano in piazza, come chiesto da Di Stefano, i parlamentari grillini, anch’essi parlamentari abusivi, che non solo non si dimettono ma non sono neanche scesi in piazza. Eppure, anche loro si dicono orgogliosamente populisti.

Non c’erano quelli di Fratelli d’Italia, che pure accarezzavano in questi giorni le ragioni della protesta.

Non c’erano, tra l’altro, quelli di Forza Nuova, che forse non si sono accorti che quando i media parlavano di pericoli dovuti ad infiiltrati parlavano anche di loro. Eppure Fiore, segretario del partito a matrice fortemente cattolica, ha ceduto agli allarmismi e parlato di pericoli “golpistico-massonici” rinunciando a schierare i suoi.

Non c’erano altri movimenti di destra, forse perché non ci si può mischiare con gente così “volgare”, dimenticando che è proprio questo che fa un’avanguardia, soprattutto se si pretende avanguardia rivoluzionaria: dà un indirizzo dove questo manca, dà forma all’informe e ciò non vuol dire abbassarsi ma innalzare. Perchè il popolo è popolo e non un elegante figurino da esibire in tv e la rivoluzione è rivoluzione e non – come si dice – un pranzo di galà.

E non c’era neanche “l’esercito di Silvio”, che pure ha cercato di far credere che il popolo dei forconi è cosa sua. Ebbene, il Cavaliere in piazza non c’era, mettetevelo in testa e non avrebbe dovuto esserci. Ma non c’era neanche il suo elettorato.

C’era il popolo del non-voto, degli scontenti, dei delusi.

E c’era, soprattutto, CasaPound, con i suoi slogan e le sue maschere tricolori, con la sua gioventù e con i meritati applausi al suo ingresso nella piazza, conquistati sul campo da un Di Stefano che si è fatto tre giorni di cella di sicurezza soltanto per ricordare agli italiani il valore del tricolore e dell’unità nazionale, il valore del popolo che si ribella all’ oppressione ed all’ invasione, che è oggi (non solo) finanziaria ed è rappresentata dall’ Europa della Bce che stampa la nostra moneta, l’Europa dei non eletti, della costituzione imposta dall’ alto, dello spread e dei mercati che ci impongono i governi.

E quegli applausi hanno significato una cosa importante: la verità può vincere, basta contribuire tutti con la propria onestà intellettuale e non voltarsi dall’ altra parte.

di stefano parlamento europeoEd in questi giorni, una volta tanto, l’azione di CasaPound – che d’altronde avrebbe difficilmente potuto essere riportata diversamente – è stata si sminuita e raccontata male, ma ha avuto anche tanto spazio, spazio che alcuni, più onesti, hanno saputo utilizzare per raccontare e far raccontare un’altra storia. La storia di un capo coraggioso e determinato, primo fra i suoi “combattenti”, militanti composti e disciplinati. E la storia più squallida di poliziotti con i caschi ben saldi sulla testa che caricano a testa bassa senza aver subito nessuna aggressione.
Poliziotti senza numero identificativo che non verranno certo perseguiti per aver spaccato una mano o la testa ad uno studente, mentre Di Stefano viene condannato ad una pena certo simbolica ma pur sempre pena per un reato che è così reso infinitamente più grave che – come in altri casi – aggredire poliziotti, sfasciare vetrine e danneggiare città e auto, per i quali le condanne – anche in questi giorni – languono.

La licenza di distruzione di cui ha parlato in questi giorni “Il Giornale”, monopolizzato dagli studenti “rossi”, ha in questo episodio la sua conferma. Com’è confermata un’altra stranezza, segnalata poco tempo fa da Marcello De Angelis: l’estrema sinistra in piazza non è mai estrema sinistra. Sono studenti, disoccupati, cassintegrati, precari, tutt’al più centri sociali o disobbedienti, simpatici “antagonisti”, movimenti per la casa, a seconda del contesto. Non sono mai estrema sinistra per i giornali, non sono mai folli estremisti e basta loro. Loro hanno diritto di parola nonostante tutto, nonostante la violenza. CasaPound non ha diritto di parola anche senza la violenza, anche quando la subisce, secondo alcuni.

Evidentemente perché alla stampa tendenzialmente di sinistra, progressista e benpensante non va per niente bene identificarsi in un’estrema sinistra che da sempre si fonda sulla violenza indiscriminata e lo dimostra costantemente. O forse perché a questa estrema sinistra in fondo un po’ strizza l’occhio, il che è il sospetto maggiore, confermato da decenni di cattivi maestri che fomentano l’odio e lo scontro. Tanto dal caldo delle loro redazioni loro lo scontro non lo vivono.

E, infine, va segnalato che è molto strano ciò che è accaduto in questi giorni. Perché ciò che è accaduto oggi, la spaccatura della piazza annunciata e poi sfociata in una manifestazione con tante defezioni, è stata preceduta da un 9 dicembre che in fondo era già partito in sordina rispetto alle proteste precedenti dei “forconi”, con tante sigle e diversi esponenti dei forconi che, a poche ore dal giorno fatidico, hanno cominciato a minimizzare i blocchi e le proteste Che così non è stata quel che doveva essere. E non perché questi leader fossero realmente tali (non lo sono più di quanto si siano illusi di esserlo) ma perché tutto ciò è servito a placare gli animi.

Eppure è accaduto anche altro: il popolo italiano a sorpresa è stato ugualmente per le strade in tutta Italia, in presidi grandi e piccoli. La gente chiedeva di protestare. Poca, pochissima a volte, è vero, rispetto a quanti avrebbero dovuto sentire il dovere di farlo. Ma tanti rispetto al solito. Gente che solitamente sta a casa, non professionisti della protesta.

E “voi”, giornalisti e politicanti snob, per questo li avete derisi. “Ignoranti” e “populisti” li avete chiamati perché non rispondevano agli standard dei vostri manifestanti di fiducia (progressisti e di sinistra oppure contestatori ingelatinati di centrodestra a pagamento, che già non riscuotono troppa simpatia ma sono pur sempre il “popolo di Silvio”). Senza contare che se al governo sta un tizio messo lì da un inciucio astronomico, che indica proprio nel populismo il nemico del governo e nell’Europa l’alleato più solido, siamo certo che dalla parte del populismo e contro quest’Europa è senz’altro la parte più giusta con cui stare.

D’altronde, ricordate che c’è stata un’altra volta in cui la protesta nasceva dal popolo, senza filtri di partito, contro il sistema clientelare, apparentemente “insensata” e irrazionale, snobbata da tutti, sinistra in primis. Era la Rivolta di Reggio. E ci volle quasi un anno e l’esercito per debellarla. Era la rabbia vera della gente che non sopportava più l’ingiustizia e non aveva più parole da urlare. Se la proposta politica della “piazza” non verrà accolta, quell’urlo tornerà di nuovo in gola e ridiventerà rivolta.