Ecco perché Achille e Zeus sono neri nella nuova serie Netflix

Achille e Patroclo amoreggiano sulla spiaggia di Troia nella nuova serie Netflix

Il prodotto in sé, in realtà, non è niente male, anche se l’accoglienza della critica è stata piuttosto tiepida. Ma “Troy: Fall of a city“, la nuova serie Netflix-BBC sulla guerra di Troia e la distruzione della città da parte dei Greci, è riuscita a far discutere di sé soprattutto per un piccolo “dettaglio”: il biondo Achille è interpretato da un attore di colore.

A vestire i panni dell’eroe omerico, mitologicamente noto appunto per la “bionda chioma”, è infatti David Gyasi, attore inglese di origini ghanesi. E non è l’unico caso che balza all’occhio. Accanto a lui, fedele amico e amante, troviamo infatti l’attore nero sudafricano Lemogang Tsipa nel ruolo di Patroclo. E poi ancora – quasi un sacrilegio per i puristi – è interpretato da un attore di colore anche Zeus, il padre degli dei, nonché il leggendario pro-genitore dei Romani, Enea: a vestire i loro panni, infatti, sono rispettivamente l’anglo-nigeriano Hakeem Kae-Kazim e Alfred Enoch, anglo-caraibico. Continua a leggere

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Il caso Oristano e l’ottusa guerra ai “ciclisti”

Breve tratto di pista ciclabile sulla via Emilia, a pochi chilometri da Piacenza

Centri storici vietati alle bici. La guerra silenziosa ai ciclisti“. Un titolo de “La Stampa” di qualche giorno fa mi avrebbe fatto saltare dalla sedia se non fosse che la notizia, in realtà, non sembrava meravigliarmi. A Oristano il sindaco ha emesso un ordinanza in tal senso. Anche Trieste progetterebbe qualcosa di simile. A Portofino in alcune zone le bici non possono proprio entrare. Si sa, gli italiani, come in fondo tutti gli esseri umani, amano schierarsi. Non ragionare, ma schierarsi, a prescindere. Pro o contro, come nel tifo. E ultimamente quelli che vanno in bicicletta sono oggetto di un’insofferenza inspiegabile da parte degli automobilisti. Continua a leggere

Cina e Russia: no alla guerra in Corea del Nord, gli Usa fermino le attività militari nell’area

Per capire il braccio di ferro internazionale dovuto alla crisi tra Corea del Nord e Stati Uniti, è più utile osservare la cartina geografica e comprendere quali sono le forze in campo, piuttosto che pensare a questioni di politica estera o – tanto meno – ai “diritti umani” che sarebbero violati in Corea del Nord. Corea del Sud e Giappone, alleati di ferro degli Stati Uniti nella regione sud-est asiatica, fronteggiano infatti da sole il blocco continentale dominato da Russia e Cina, con la Corea del Nord a fare da scomodo ed imprevedibile Stato “cuscinetto”, non proprio neutrale ma abbastanza potente ed indipendente da non poter essere considerata uno Stato satellite dei Paesi che pure contribuiscono ad armarla. Continua a leggere

Missile nordcoreano nel cielo del Giappone: oggi la guerra è più vicina

Una minaccia seria, grave e senza precedenti“, questo il commento di Yoshihide Suga, membro del governo giapponese, dopo il lancio di un missile da parte della Corea del Nord che, stavolta, ha sorvolato il Giappone mettendo in allarme anche i cittadini, prima di finire nelle acque al di là dell’isola di Hokkaido.

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Oltre 461mila morti: i numeri della guerra in Iraq

iraqÈ venuta fuori il mese scorso su “Plos Medicine” e, di rimbalzo, sul “Los Angeles Times”, una stima delle morti dirette e indirette della guerra in Iraq, secondo la quale ben 461mila sarebbero i morti da attribuire al conflitto partito nel 2003.

Secondo i ricercatori, tra questi Amy Hagopian, dell’Università di Washington, il 60% dei decessi sarebbe da attribuire ad episodi di violenza diretta: per il 35% per mano delle forze della coalizione guidata dagli Usa, per il 32% in seguito agli scontri interni e l’11% ala criminalità.

Il restante 40% sarebbe invece legato a cause consequenziali delle operazioni belliche, quali «la distruzione delle infrastrutture, il maggior stress, l’impossibilità di curarsi, la carenza di acqua e di cibo». In breve, il peggioramento delle condizioni di vita nel paese mediorientale dopo i bombardamenti americani, che tra le morti violente fanno registrare il 12% delle cause di morte, a dispetto del 63% dovuto agli scontri a fuoco.

Lo studio, realizzato grazie alle interviste ed ai dati raccolti da una équipe di medici iracheni presso duemila famiglie, è stato considerato prezioso da molti esperti, seppur l’assenza di dati certi sulla popolazione totale potrebbe aver negativamente influenzato il lavoro.

Secondo altre stime, infatti, già nel 2006 i morti sarebbero stati oltre 600mila.

La ricerca, ovviamente, considera come conseguenti al conflitto le cosiddette “morti in eccesso”, confrontando l’andamento demografico precedente alla guerra con quello successivo.