Il caso Oristano e l’ottusa guerra ai “ciclisti”

Breve tratto di pista ciclabile sulla via Emilia, a pochi chilometri da Piacenza

Centri storici vietati alle bici. La guerra silenziosa ai ciclisti“. Un titolo de “La Stampa” di qualche giorno fa mi avrebbe fatto saltare dalla sedia se non fosse che la notizia, in realtà, non sembrava meravigliarmi. A Oristano il sindaco ha emesso un ordinanza in tal senso. Anche Trieste progetterebbe qualcosa di simile. A Portofino in alcune zone le bici non possono proprio entrare. Si sa, gli italiani, come in fondo tutti gli esseri umani, amano schierarsi. Non ragionare, ma schierarsi, a prescindere. Pro o contro, come nel tifo. E ultimamente quelli che vanno in bicicletta sono oggetto di un’insofferenza inspiegabile da parte degli automobilisti.

Gioele Dix, qualche tempo fa, fece una simpatica “parodia” televisiva dell’automobilista “incazzato”. A riguardarla oggi, sembra quasi paradigmatica. Stressato e impaziente, incurante e intollerante, l’automobilista italiano in molti casi non trova sopportabile, innanzitutto, che possa esistere qualcuno che si prende il diritto di andare a lavoro, o chissà dove, in bici. E, soprattutto, pretende – in barba al codice della strada – che la strada sia soltanto sua e di nessun altro. Del resto io, che vado in bici ma guido l’auto volentieri quando serve, non ho mai avuto alcun problema con le biciclette incontrate. Sarà che sono in grado di evitarle e, se trovo una bici a lato della carreggiata, non rallento imprecando per tutto il tempo ma, metto la freccia e sorpasso, né ho mai trovato difficile “centrare” la mia corsia senza, al contempo, metter sotto il ciclista di turno. Per molti automobilisti italiani, invece, anche questa sembra una pretesa assurda. Ma, in realtà, è solo una questione di principio. Le bici sono di troppo perché non corrono, perché non stanno in fila, perché nel frattempo tu magari sei nel traffico e la bici che ti passa davanti e ti sfiora l’auto basta a innervosirti. Oppure perché vuoi correre, hai il semaforo che sta per diventar rosso, hai fretta e, invece, devi prestare attenzione alla bici. Ma il problema reale non è, appunto, la bici; è il non voler prestare attenzione, il non voler essere pazienti, il non voler essere disciplinati. Le città – e lo dice uno che ama correre in auto – non sono circuiti automobilistici. E, in genere, sulle strade provinciali o nazionali – laddove la pretesa esclusività dell’automobilista crede di trovare un diritto ancora maggiore di esistere confermando l’ipotesi che i ciclisti, al contrario, non dovrebbero proprio stare in strada – c’è abbastanza spazio per tutti (e se non c’è, non è colpa dei ciclisti). Il codice della strada, d’altronde, vieta le biciclette soltanto in autostrada e, soltanto in certi casi, sulle strade nazionali. La sicurezza del ciclista è principalmente un’esigenza del ciclista che, in caso di incidente, avrà sempre la peggio. A starci attento sarà soprattutto lui. E, chiaramente, se sbaglia paga ma non è così spiegabile l’incremento di multe documentato a danno dei ciclisti. L’incremento si spiega soltanto con un’attenzione negativa maggiore. Già la tendenza a categorizzare è indicativa: ci sono “i ciclisti” e “gli automobilisti”, come se fossero due tipi umani ontologicamente opposti e non, come nella maggior parte dei casi, persone che usano indifferentemente l’uno o l’altro mezzo a seconda delle necessità.

Monza, Villa Reale (foto Rivoluzione Romantica)

Non è colpa dei ciclisti, del resto, se le città – e non solo – sono carenti di piste ciclabili. Ho attraversato Italia, Francia e Spagna in bici e ho notato differenze consistenti soprattutto con la Francia, dove le piste ciclabili sono quasi la norma e sono quasi sistematiche. In Italia (come in Spagna), al contrario, le piste ciclabili sono poche, “occasionali” e, comunque, soprattutto al Nord. La Liguria ha costruito una meravigliosa e chilometrica pista ciclabile costiera che attraversa anche Sanremo sostituendo per il tratto interessato l’Aurelia (la provinciale) e, non a caso, è affollata e quasi meta turistica. Ma, ad esempio, nella mia città, Catanzaro, la pista ciclabile realizzata per collegare i quartieri a valle con la costa è del tutto impraticabile, uno spreco di soldi pubblici spesi senza criterio. Sia a causa delle strade che per una questione di mentalità, le biciclette sono spesso assenti.

E tutta questa ostilità si registra contro un “fenomeno” che, come spiega bene un articolo di “Repubblica“, è molto più produttivo dell’automobile, in città. Nessuno pretende di imporre la bicicletta, né di farne uno stile di vita obbligatorio. Bisogna però ammettere che in alcuni casi è oggettivamente preferibile al mezzo privato, che è più sostenibile, che a volte è più comodo anche dei mezzi pubblici, che favorisce una vita meno sedentaria, che non crea ingorghi e problemi di parcheggio. Sceglierla quando è possibile, non solo non è un male, ma è un bene. E, semmai si dovesse assumere un atteggiamento pro o contro, è indubbio che non si potrebbe che essere a favore. Prima ancora che per motivi pratici, per motivi educativi. Di fronte ad una popolazione “vecchia”, abituata a limitare l’attività fisica ai corsi e agli spazi a pagamento, incapace di vivere la città, la bicicletta è un modo per andare in direzione opposta. Ritornare a tempi e ritmi umani, laddove è ancora possibile e, magari, consigliabile.

Emmanuel Raffaele

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