A rappresentare l’Italia agli Oscar i rom di Gioia Tauro: fa già discutere la candidatura di “A Ciambra”

‘A Ciambra’ va agli Oscar. Razzisti scatenati contro il film sui rom: «Buffonata»”. Il titolo dell’Espresso lancia l’allarme. Ma è quanto meno preventivo e poi la si dovrebbe smettere di trattare come fossero notizie vere i commenti degli utenti alle notizie. Detto questo, è proprio così: “A Ciambra”, la pellicola del trentatreenne italo-americano (nato a New York da padre italiano e madre afroamericana) Jonas Carpignano, è stata scelta dalla commissione dell’Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Multimediali per correre in rappresentanza dell’Italia agli Academy Awards 2018.

Il film di Carpignano, che vanta Martin Scorsese come produttore esecutivo, prende il nome dal quartiere di Gioia Tauro (Calabria) dove è stato girato, all’interno della comunità rom che forma anche il “cast” e ci regala un’opera “verista” come poche, in cui i rom recitano se stessi. Degrado, furti, famiglia, migranti, dialetto marcato (necessari, ovviamente, i sottotitoli) e la mafia locale che fa da sfondo: questi gli ingredienti che hanno permesso al giovane regista, alla sua seconda prova dopo “Mediterranea”, di avere la meglio sugli altri tredici film candidati, tra i quali “L’ordine delle cose” di Andrea Segre (del quale ci siamo già occupati). Oltre all’opera di Segre, erano poi candidati “Cuori puri” di Roberto De Paolis, “L’equilibrio” di Vincenzo Marra, “Una famiglia” di Sebastiano Riso, “Fortunata” di Sergio Castellitto, “Gatta Cenerentola” di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, “Ho amici in paradiso” di Fabrizio Maria Cortese, “L’ora legale” di Ficarra e Picone, “La stoffa dei sogni” di Gianfranco Cabiddu, “La tenerezza” di Gianni Amelio”, “Tutto quello che vuoi” di Francesco Bruni, “La vita in comune” di Edoardo Winspeare e l’originaleSicilian ghost story” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia (che racconta in maniera “fiabesca” il rapimento a soli tredici anni e poi l’uccisione con l’acido a quindici anni del piccolo Giuseppe Di Matteo da parte di Giovanni Brusca, fedele del capo mafia Toto Riina).

Il regista

“Sono andato a dormire alle dieci di stamattina e a mezzogiorno mi hanno svegliato per darmi la notizia. Ero alla festa di San Cosimo e Damiano che è la più importante: ogni anno tutti gli zingari della zona, Rosarno, Catanzaro Gioia Tauro, Reggio si riuniscono dalle otto di sera alle sette di mattina. Ho bevuto e ballato, poi sono andato a dormire. I santi hanno fatto un vero miracolo e infatti ho fatto male ad andare via, avrei dovuto restare lì e avere in diretta la notizia”. Lo spirito del film è tutto nel commento euforico del regista, che spiega quanto il suo racconto sia riuscito ad entrare nelle case di quella comunità per raccontarla quasi senza filtri. L’effetto è unico e verosimile. “Il Secolo d’Italia” titola: “L’Italia manda agli Oscar un film sulla bontà dei rom. L’anno scorso i migranti…” (ricordando “Fuocoammare”, il documentario sui migranti dispersi nel Mediterraneo firmato da Gianfranco Rosi e scelto lo scorso anno). Ma chi ha scritto l’articolo, evidentemente, non si è neanche sforzato di vedere il film. “L’apologia dei rom“, scrive Robert Perdicchi. Ma è una solenne bugia. “Il film candidato per gli Oscar”, sostiene, “racconta, anzi magnifica, la vita quotidiana di una comunità di nomadi di Gioia Tauro, in Calabria, dove ovviamente nessuno ruba, anzi, rubano “per lavoro”, nessuno ricicla rame, hanno grandi tradizioni, sono uniti, fedeli, nessuno vive nel degrado e tutti mandano i figli a scuola”. Ma non è assolutamente così. Qualunque valutazione possa aver fatto il regista sulla realtà che si è trovato a documentare, nel film non traspare e, se il film può suscitare una certa empatia, questo avviene – semmai – soltanto con il giovanissimo protagonista Pio, quattordicenne che fa di tutto per dimostrarsi “uomo” in quel contesto così deviato, tra arresti, rame nascosto, auto rubate e bambini che fumano. Nessuno sano di mente potrebbe mai pensare che questa è una apologia dei rom. Sempre ammesso che il film possa essere inteso come un film “sui rom”, come ha titolato “Il Giornale” e non specificamente su una comunità rom in particolare e ben determinata. Di certo, si farebbe bene ad apprezzare il film, senza perdersi nella retorica dell’emarginazione.

Già vincitore della Europa Label alla Quinzaine des Realisateurs di Cannes 2017, “A Ciambra” dovrà ora attendere qualche mese per sapere se supererà la concorrenza degli altri film stranieri. Il 23 gennaio verranno infine selezionati i primi cinque e soltanto il 4 marzo, a Los Angeles, verrà assegnata l’agognata statuetta. L’ultimo italiano a vincerla Paolo Sorrentino, nel 2014, con “La grande bellezza”.

Emmanuel Raffaele

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