Centrodestra, torna Parisi e vuole fare a pezzi lo Stato sociale. Flat tax e “minimo vitale”, magari si ma non così

Milano – Duecento persone circa, atmosfera cupa, giacche e cravatte. L’ex presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, che già da tempo dichiara di “lavorare per costruire un’aggregazione tra Ap ed altre forze e personalità, prima fra tutte Stefano Parisi“, in prima fila, siede proprio accanto all’ex candidato sindaco di Milano, ex delfino designato di Berlusconi ed ora a capo del suo nuovo soggetto, “Energie per l’Italia“. Presentato in grande stile, nel settembre scorso, all’interno dei diecimila metri quadrati del Megawatt, lunedì scorso, Parisi e i suoi si sono invece ritrovati al teatro Franco Parenti.

Già in occasione della presentazione, Rivoluzione Romantica aveva documentato la realtà di un soggetto che sembrava voler riportare il centrodestra ad un liberismo più esplicito, quasi Ottocentesco nel suo timore nei confronti dello Stato. Oggi, quel timore viene confermato dalla proposta di lavoro avanzata proprio in occasione dell’incontro di due giorni fa: “25xtutti, la proposta di flat tax e introduzione del minimo vitale elaborata negli scorsi mesi dall’Istituto Bruno Leoni“, come riassume Parisi nell’invito telematico rivolto ai suoi. Per porre rimedio a quello che giustamente viene definito “inferno fiscale” e portare giù il carico fiscale di qualche punto (il 4% pare), Parisi propone così un “ripensamento complessivo del sistema fiscale”. L’idea di base potrebbe sembrare simile a quella avanzata tempo fa dal leader della Lega Matteo Salvini, ovvero un’aliquota unica (anche se in quel caso si trattava addirittura del 15%). Ma la proposta di Parisi ha risvolti a tratti inquietanti, a cominciare dall’introduzione di un sistema sanitario su base assicurativa.

Milano, l’evento di lunedì al teatro Franco Parenti

Proprio così. Secondo Nicola Rossi, economista dell’Istituto Bruno Leoni e autore del progetto di riforma, è infatti necessaria una “ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (ed in particolare della sanità) mantenendo fermo il principio della gratuità del servizio per la gran parte dei cittadini ma imputandone, ai soli cittadini più abbienti, il costo (in termini assicurativi) e garantendo loro contestualmente il diritto di rivolgersi al mercato (opting out)”. Certo, il sistema rimarrebbe ‘gratuito’ per le fasce di popolazione con reddito basso, ma la sanità, di fatto, non sarebbe più realmente pubblica. Di lì a modificare quella soglia, una volta introdotto il concetto di assicurazione sanitaria, il passo è breve. E non ci piace affatto. Ma il punto forte della proposta è, appunto, una flat tax al 25% per tutte le principali imposte (Irpef, Ires, Iva e sostitutiva sui redditi da attività finanziarie). Non più, dunque, cinque diverse aliquote progressive, come desiderato dall’art. 53 della Costituzione per far contribuire in base al reddito, ma una sola aliquota uguale per tutti. La progressività, spiega Rossi, sarebbe del resto sostanziale, dal momento che verrebbe compensata con la ridefinizione del pagamento dei servizi pubblici secondo il reddito. Nel complesso, comunque, un’operazione da circa 30 miliardi di euro, che Rossi fatica a dettagliare quanto alle coperture ma assicura: “la riforma verrebbe attuata soltanto una volta trovate”. Dunque, campa cavallo? Chissà. Daniele Capezzone, ex radicale oggi deputato di “Direzione Italia” (Fitto), nel suo breve intervento, sottolinea la questione: “per essere credibili bisogna allo stesso tempo insistere sui tagli alla spesa“. Poi una frecciatina agli ex colleghi di Forza Italia: “ora sono impegnati con i cani e con le dentiere”.

Daniele Capezzone (foto Rivoluzione Romantica)

Altro pezzo “forte” è, poi, il minimo vitale, alla cui introduzione su base universale sarebbe propedeutica l’abolizione di tutti i trasferimenti assistenziali erogati dall’Inps per un valore complessivo di circa 60 miliardi. Il minimo vitale, pari a circa 500 euro e assegnato sotto forma di carta acquisti (“non sarebbe certamente valido per comprarsi un paio di sci”, spiega Rossi, senza far ridere nessuno), è, se possibile, ancora più inquietante della riforma (privatizzazione, in pratica) dei servizi e della flat tax (che, ben fatta e contestualizzata, non è da scartare a priori). Pari a 7mila euro annui in media (per una sola persona residente al nord), il minimo vitale, tecnicamente, non sarebbe neanche più un sussidio ma solo una “deduzione” dall’imposta, ecco perché non sarebbe più l’Inps ad erogare la somma. La durata del sussidio, peraltro, sarebbe limitata nel tempo: tre anni. Non solo: se nel primo anno verrebbe erogata sotto forma di carta acquisti, già dal secondo verrebbe erogata in questa forma immediatamente spendibile soltanto per metà, mentre l’altra metà sarebbe erogata sotto forma di “sconto fiscale” spendibile soltanto presso un eventuale datore di lavoro. E dal terzo anno la cifra cash sarebbe ancora più bassa: solo il 25 %. “Un ponte per il lavoro”, spiega Rossi. Un ponte verso la miseria, riteniamo noi, che vediamo in questa proposta soltanto il tentativo neanche troppo celato di distruggere del tutto quel che rimane dello Stato sociale.

Emmanuel Raffaele

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