Centrodestra alle solite: confusi e felici

Riaggregare, secondo uno schema collaudato, ciò che troppo frettolosamente era stato dato per morto e che invece si scopre avere ancora senso di esistere”. Alessandro Sallusti, su “Il Giornale“, lo scrive chiaramente. E lo schema, effettivamente, è collaudato eccome: fingere divisioni, scissioni, cambiare simboli, poltrone e slogan ma alla fine restare uniti per rimanere a galla.

Giorgia Meloni, che nel frattempo ha tolto dal simbolo di Fratelli d’Italia quello di Alleanza Nazionale per cui aveva dato battaglia, ha ripreso con sé alcuni della vecchia guardia, la Santanché e Crosetto ad esempio (e in Calabria l’ex presidente della Provincia di Catanzaro ed ex candidata alla presidenza della Regione Wanda Ferro) e, insieme a Salvini, la sua Lega (compresi i pochi ribelli fedeli a Bossi), nonostante le urla sovraniste per darsi un tono, si appresta a riabbracciare Berlusconi. Non è ancora chiaro sulla base di cosa. Con un Berlusconi quanto mai moderato e appiattito sulla linea dei popolari europei, addirittura rivalutato da Scalfari, il fronte Meloni-Salvini ritorna alla corte dell’ex Cavaliere senza aver ancora ottenuto né chiesto nulla di concreto. A riprova del fatto che i programmi contano meno delle poltrone. “Salvini e Meloni”, insiste Sallusti, “devono quindi rimettere nel cassetto le ambizioni personali e ritararsi su quelle politiche. Non è un dramma, ma capisco non sia facile. È un percorso delicato, ma è l’unico possibile per fermare Grillo e la sinistra“. Alleanza per vincere ad ogni costo. Gli altri rimangono problemi degli elettori e del Paese. Soprattutto tenendo conto della superficialità con cui si fanno le alleanze. Qualcuno, ad esempio, ricorda l’apprezzabile programma di Salvini di un paio di anni fa? Ormai è carta straccia.
Stefano Parisi, ex delfino di Berlusconi, domenica ha presentato al Teatro Parenti di Milano il suo programma. Il Corriere si è limitato ad annunciarlo in un piccolo riquadro a pagina sette ed effettivamente l’importanza del personaggio è visivamente calata dopo il raffreddamento dei rapporti con Berlusconi. Resta il fatto che dai centristi c’è sempre da aspettarsi di tutto. Non giocano con gli slogan, ma sono abili ad occupare posizioni. Lo dimostra il leader, che fa avances esplicite ad Alfano ed a quelli di Alternativa Popolare, che dopo la figuraccia in Sicilia, come titolava ieri il Foglio, non sanno ancora dove andare (e se avranno posto in Parlamento). “E’ interesse del centrodestra”, ha spiegato Parisi, “che ci sia un simbolo giallo sulla scheda a cui la gente può guardare con spirito di rinnovamento tornando alle origini cristiane e liberali. Ad Ap dico che devono far parte di questo progetto. Questo vale per il livello nazionale e per il livello lombardo”. “A livello lombardo”, ha aggiunto, “c’è tutto il radicamento di Maurizio Lupi e di Comunione e Liberazione”. Parisi non ha l’attenzione dei media ma in Lombardia ha i suoi appoggi. E, soprattutto, dal Megawatt in poi, ha fatto un lavoro programmatico criticabile ma serio. Ed è proprio in quest’ambiente che il nuovo centrodestra potrebbe trovare nuovi spunti per la sua presunta rivoluzione liberale, slogan mai accantonato pur dopo esser stato ormai ridicolizzato dal “berlusconismo reale“. Tra i punti principali, la flat tax, molto diversa da quella che aveva a suo tempo proposto Salvini al 15% (ma, si sa, contano gli slogan più che la sostanza) e, soprattutto, ripagata con uno smantellamento dell’Inps e l’introduzione di un sistema sanitario privato.
Lo avevamo raccontato dopo l’incontro di poco più di un mese fa, sempre al Teatro Parenti, e lo ha confermato ieri Parisi: “la sanità non potrà più essere gratis per tutti, chi ha un reddito alto dovrà pagarla con un sistema assicurativo”. Poco male – direte voi – se riguarda i ricchi. Il punto è che, una volta fissato il principio della sanità pubblica come eccezione per le fasce deboli, la sanità privata diventerebbe comunque la norma e a quel punto il tetto per l’esenzione dalla copertura assicurativa diverrebbe soltanto una questione secondaria, arbitraria e soggetta a variazioni e, quindi, anche a potenziali ampliamenti delle fasce interessate. Insomma, un pericolo serio, anzi, serissimo per il welfare italiano, che finora è rimasto in ombra e sottovalutato. Chissà se, prima di ufficializzare l’entrata in coalizione, Salvini o Meloni porranno il loro veto riguardo idee del genere.

Anche Parisi, del resto, gioca a fare il duro: “l’alleanza solo a certe condizioni”. Ma non tenta neanche il bluff. Il centrodestra riunito è già cosa fatta. “Quella coalizione è il luogo naturale dove Energie per l’Italia deve stare. Il centrodestra deve convergere sui programmi e i leader della coalizione devono impegnarsi a fissare un vincolo di mandato per i prossimi cinque anni: no a Governi con la sinistra”, risponde infatti il leader alla domanda sulla coalizione con Lega e Fdi. Eppure, poco tempo fa, proprio Salvini veniva dipinto come il male populista con cui non fare alleanze e del tutto alternativo al raggruppamento moderato che voleva rappresentare. Ma ora tratta da una posizione di debolezza e, soprattutto, il fronte sovranista è stato messo da parte. Nessuno ci aveva mai creduto d’altronde. Ecco perché Berlusconi è resuscitato: lo hanno resuscitato loro, nani della politica.

Perfino un Renzi tornato incoerentemente in sella al Pd sarebbe più credibile a questo punto. Di fatto, però, non lo è neanche lui e lo ha dimostrato più volte. Mentre gli scissionisti che hanno dato vita a “Liberi e Uguali“, per fingere di non essere la solita sinistra (che ha già governato e fallito), hanno nascosto Bersani e D’Alema dietro il finto “papa straniero” Piero Grasso. Secondo alcuni, sono quelli che preparano un accordo post-elettorale con il Movimento Cinque Stelle nell’ipotesi quasi certa che nessuna coalizione abbia da sola i numeri per governare. Finora i grillini hanno sempre escluso l’ipotesi, ma lo scivolamento a sinistra c’è stato e Di Maio rappresenta per giunta il trionfo del “pragmatismo” all’interno del movimento.

Per farla breve, a bocce ferme, comunque la mettiate, andare a votare alle prossime elezioni potrebbe fare più male che bene al Paese.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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