Intelligenza artificiale e “Big Data”, per Formigoni “c’è rischio riduzione in schiavitù”

L’uomo, l’intelligenza artificiale e Big Data“. Una questione che, secondo Roberto Formigoni, ex presidente della Regione Lombardia che assiste in veste non ufficiale alla conferenza organizzata da “Esserci” al teatro Rosetum di Milano, rischia di portare con sé un “drammatico problema di libertà“. “Servono garanzie”, aggiunge, “c’è il rischio di una riduzione in schiavitù di tutti“. Come dargli torto.

Per quanto siano interessanti gli interventi sulle nuove tecnologie e il futuro della “A.I.” (intelligenza artificiale appunto) di Mario Mezzanzanica dell’Università Bicocca e da Daniele Magazzeni del King’s College di Londra, la chiosa dell’esponente di Alternativa Popolare è quella che – non a caso, del resto – centra esattamente il cuore di un dibattito che non può essere soltanto etico ma deve essere anche politico. L’Europa, spiega del resto Magazzeni, ha provato a creare un ente di regolamentazione per l’immagazzinamento di informazioni da parte dei privati: un buon lavoro sulla carta ma resta da vedere cosa si farà in concreto. Secondo il ricercatore, “cervello in fuga” nella capitale inglese, “il potere di accesso ai dati rappresenta il nuovo petrolio“. Un potere enorme alimentato dall’uso stesso di prodotti senza dubbio utili come Google (con tutte le relative app), gli smartphone, i computer, a cui quasi senza accorgerci forniamo tutte le informazioni più private sul nostro conto, dando un enorme potere a chi quelle informazioni le raccoglie e, dunque, le controlla. Un potere economico ma, come dicevamo, un potere di controllo che è, quindi, anche politico. “Il concetto di privacy mi sembra ormai superato”, spiega ammettendo un certo pessimismo su questo punto, pur difendendo la ricerca e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in sé.

Secondo Magazzeni, però, la visione proposta dai media è, per altri versi, ingiustificatamente apocalittica e, in pratica, priva di “sfumature”. Si parla, ad esempio, dei posti di lavoro che i robot ci porterebbero via (il 47% secondo alcune stime), senza però considerare quelli che l’ingegno e la nuova economia andrà a creare, come già avvenuto nelle precedenti rivoluzioni industriali. Senza contare che saremmo ancora lontani dal produrre robot in grado di essere davvero autonomi e più dinamici e veloci nell’apprendimento rispetto all’uomo. Ciò che mancherebbe, infatti, sarebbe soprattutto la necessaria flessibilità, poiché il nostro cervello rimane ancora una delle più complesse realizzazioni della natura. Certo, le capacità di calcolo dei computer sono migliori quanto a velocità, ma non le interconnesioni che li renderebbero umani. Questioni di fattibilità a parte – in merito alle quali, probabilmente, il tempo dirà la sua – resta però, secondo noi, un grosso punto interrogativo sull’ipotesi di un’economia dominata dai robot: infatti, se pure l’uomo trovasse altri ambiti di impiego, rimarrebbe la questione etico/politica relativa al tipo di economia che andrebbe a nascere. Se, ad esempio, il dominio della grande industria e delle multinazionali ha di fatto scoraggiato e quindi limitato la libertà di iniziativa privata (senza bisogno di vietare nulla, ma semplicemente rendendo la piccola impresa non competitiva), la stessa cosa potrebbe accadere in un’economia quasi totalmente computerizzata e robotizzata. L’accesso al mercato potrebbe essere ancora più ristretto e, soprattutto, il know-how necessario al funzionamento del sistema, sempre più nelle mani di pochi, poiché sempre più specialistico. Così come accade nel quotidiano, del resto, dove gli strumenti che usiamo non sono più alla portata della nostra comprensione e del nostro intervento immediato come un tempo, essendo di fatto dipendenti da altri quasi per ognuno di essi. Si pensi, per fare un piccolo esempio, alla riparazione di un auto, ora dotata di tecnologie per cui non sono sufficienti soltanto conoscenze meccaniche e un po’ di pratica. Il sapere, anche in questo caso, è diventato più specialistico, meno immediato, più complesso, meno alla portata di tutti ed ha sempre più a che fare con il possesso dei dati e di codici precisi. Quanto all’impatto sull’uomo, si pensi, nel quotidiano, all’uso delle calcolatrici nelle scuole, di internet per le ricerche e di tutti quegli strumenti che ormai rendono poco “conveniente” lavorare al posto delle macchine. E’ così che l’uomo smette di ricordare, fare di conto, pensare, chiedere, conversare, scoprire, orientarsi.

Non essere conservatori va bene, ma seguire l’istinto di conservazione è il minimo ed è un’altra cosa. Rimanere uomini, rimanere attivi, consapevoli, coscienti e padroni degli strumenti che usiamo riteniamo sia un dovere. Ed è quanto mai rivoluzionario essere determinati a rimanere, soprattutto, liberi, fuori dallo sguardo onnipresente del “Grande Fratello”. Le distopie tecnologiche proposte dalla fortunata serie “Black Mirror“, del resto, non sono più tanto lontane. Si pensi, per dirne una, all’app per dare un voto alle persone. Ma anche, più banalmente, come ricorda Mezzanzanica, al fatto che ormai nella ricerca di un lavoro, più del curriculum, conta la reputazione sul web e l’uso dei social. E che, in futuro, non sembra più improbabile l’uso della scienza per prevedere i comportamenti criminali di una persona ed intervenire in tempo. Utile, forse, se si dimentica che, in questo modo, l’uomo perderebbe tutto ciò che ha di umano: il libero arbitrio, la scelta, il mistero e anche l’errore. “Taci che il nemico ti ascolta”. L’ex presidente, sarà pure rimasto scottato dalle intercettazioni, ma non ha tutti i torti. Anzi. E ci chiediamo, del resto, quanto ci sia di liberale in tutto questo, e se davvero la politica non può far nulla perché, come crede Mezzanzanica, di tratta di un processo “che non possiamo arrestare”.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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