Milano, ‘Feltri show’ alla presentazione di Sovranità: “basta prendere ordini dall’Europa”

Borgonovo_FeltriE’ un Vittorio Feltri come al solito incontenibile a prendersi la scena in occasione della presentazione di “Sovranità” svoltasi ieri sera presso il C.A.M. di corso Garibaldi a Milano.

E lo fa all’insegna del no a quest’Europa: «Lingue, culture, economia, politica estera, fisco: niente accomuna i 27 paesi dell’Ue eccetto la moneta. Mai nella storia nazioni diverse sono state unite efficacemente soltanto da una moneta. E proprio in questi giorni, infatti, tocchiamo con mano l’inconsistenza dell’Europa sul caso Libia».

«Mondialismo o sovranità: il binomio destra-sinistra non rappresenta più il crinale di distinzione decisivo nella politica», spiega infatti Alberto Arrighi, ex deputato di An, tra gli animatori principali del nuovo soggetto della destra identitaria nato per sostenere il progetto politico di Matteo Salvini.

Del resto, lo slogan del movimento, «sovranità, identità, lavoro»,  rappresenta tre nette scelte di campo. Sovranità, prima di tutto, per recuperare il potere decisionale in ogni ambito: monetario, energetico, militare, economico, territoriale e rimettere al centro gli interessi del paese e dei cittadini italiani. Identità, in opposizione al multiculturalismo che snatura le nazioni. Lavoro, contro una finanza che si è impadronita dell’economia.

Una linea sulla quale sembra concordare l’editorialista de “Il Giornale” che, pur confessandosi idealmente europeista, contesta duramente l’Ue e non fa sconti a nessuno: «Monti, Letta e Renzi, tutti a baciare la pantofola della Merkel: lei ci prende per il culo, noi imbecilli che andiamo a prendere ordini».

L’ex direttore di “Libero” e de “Il Giornale”, che lo scorso anno ha pubblicato per Mondadori “Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa”, non è del resto nuovo ad uscite sovraniste e, nella sua lettura, la resa incondizionata dell’Italia ha un’origine ben precisa: «l’Italia negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta era all’avanguardia in ogni campo, aveva compiuto il suo miracolo economico, nonostante la guerra: l’Olivetti con il primo pc, l’invenzione della plastica, l’Eni, il nostro paese vanta da sempre le più grandi invenzioni. Poi nel ’68 hanno vinto i cretini, coloro che volevano distruggere ogni cosa».

Una provocazione, ma neanche troppo: «l’Italia ha sempre avuto a che fare col nemico interno, basti pensare che, alla morte del dittatore sovietico Breznev, metà parlamento andò al suo funerale, incluso Pertini, che ancora oggi è idolatrato. E durante la “Guerra fredda” mezza Italia faceva il tifo per il nemico contro gli interessi del proprio paese».

Nel mirino c’è, chiaramente, una sinistra che ha anteposto gli interessi di partito agli interessi nazionali, ma c’è soprattutto l’affermazione col ’68 di una visione del mondo rinunciataria, utopistica, politicamente corretta che, etichettando come fascista ogni forma di patriottismo, ha distrutto ogni ambizione italiana, ogni orgogliosa rivendicazione dei propri interessi, la capacità di lottare per la propria dignità, per il proprio paese.

«Una costituzione ipocrita», ha aggiunto Feltri, «ripudia la guerra ed alla sola idea della guerra, alla vista di un fucile, tremiamo. Abbiamo abolito la leva obbligatoria, rinunciato alla difesa, delegato tutto agli americani salvo poi accusarli di essere guerrafondai. Ma le guerre ci sono e noi abbiamo così soltanto azzerato la nostra dignità, diventando incapaci di dire no».

Un paese a capo chino, questo il frutto del ’68: una dittatura del politicamente corretto al punto che, spiega Riccardo Pelliccetti, inviato de “Il Giornale”, «se scriviamo la parola “clandestino” rischiamo di incorrere in sanzioni dell’ordine dei giornalisti».

«Anche la crescita demografica», ha ricordato il leghista Fabrizio Ricca, «è divenuto argomento tabù dopo la caduta del fascismo ed ora, con l’attuale tasso di crescita, siamo destinati a morire. La priorità ora è difendere i nostri confini dall’invasione in atto».

Diversi punti di contatto e priorità in comune: è, dunque, questo il collante tra ampi settori della cosiddetta destra radicale e la nuova Lega targata Matteo Salvini che, al di là dei personalismi, sembra avere le idee programmaticamente molto chiare ed un progetto a lungo termine per proseguire su questa linea, come dimostrato dai dieci punti presentati su “Il Foglio” lo scorso 11 febbraio.

 

Il programma di Salvini: nazionalizzazioni, produzione domestica, sovranità monetaria

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«Meno Europa», come recita il primo punto, ma non solo: «nazionalizzazione di imprese strategiche e/o produttrici di beni richiesti dal mercato ma momentaneamente in crisi», «flessibilità di bilancio», «abolizione della legge Fornero», «no al Ttip» (Trattato transatlantico su commercio ed investimenti), «controllare le frontiere», zero tassazione per chi ha reddito zero, «superamento del sistema dei trasferimenti fiscali».

Un programma che, al di là delle semplificazioni giornalistiche, riflette una visione tutt’altro che classicamente liberale, d’impronta sociale e sovranista e, dunque, molto vicino alla cosiddetta destra identitaria.

«La difesa dell’euro si attua sulla pelle degli italiani […] mentre il riequilibrio potrebbe attuarsi in modo naturale con un cambio flessibile», esordisce il segretario della Lega, che bolla come fumo negli occhi anche l’attenzione eccessiva per un’inflazione sotto controllo: «anche in presenza di prezzi stabili (o addirittura in calo) se il reddito si riduce fortemente ecco che il potere d’acquisto svanisce […]. In pratica 100 per cento di inflazione pur con prezzi immobili».

E, poi, no al Tiip, come anticipavamo: «Spalancare ulteriormente l’Italia alla concorrenza estera mentre la nostra industria, la nostra agricoltura, il nostro allevamento sono in ginocchio significherebbe dare il colpo di grazia alla nostra economia», chiarisce Salvini, che sottolinea anche l’implicita cessione di sovranità nel demandare «ad altri le autorità di controllo e sorveglianza».

Il quarto punto potrebbe benissimo far parte del programma di politica economica di CasaPound e nessuno ci troverebbe nulla di strano, anzi: «In attesa del rilancio “naturale” dell’industria con il recupero della sovranità monetaria si potrebbero creare fabbriche e coltivazioni mirate alla produzione di beni esclusivamente importati da paesi extra Ue […]. La spesa necessaria alla riconversione delle imprese o, nel caso della produzione di beni abitualmente importati, alla copertura della realizzazione “sottocosto” di tali beni (se fosse conveniente produrre a prezzo pieno lo farebbero i privati) consentirà di rimettere in circolo denaro, contrastando al contempo lo squilibrio della bilancia commerciale perché si ridurrebbero le importazioni».

Priorità per le piccole e medie imprese a dispetto delle «grandi imprese globalizzate e delocalizzate» col «plauso costante di Confindustria»: «la chiave del nostro modello», spiega infatti, «sarà la produzione domestica […]. Se molti imprenditori italiani hanno deciso di delocalizzare salvando i propri profitti a scapito dei posti di lavoro si preparino a fare marcia indietro». Altro punto da anni cavallo di battaglia della destra identitaria.

«Un sistema previdenziale che diventa contributivo», afferma invece Salvini a proposito della legge Fornero, «ma al contempo lascia i lavoratori privi di un lavoro e della pensione è assurdo, barbaro e deve essere abolito». Dunque, più stato sociale contro i teorici del liberismo.

«Il Pd preme», aggiunge l’ottavo punto, «per l’azzeramento degli enti locali in Italia, la cessione di sovranità a Bruxelles e l’annegamento globalista in un mondo dominato dalle grandi multinazionali rese “competitive” dalla mano d’opera a basso prezzo incoraggiata ad invaderci con “mare nostrum” e frontiere aperte. Noi, anche qui, vogliamo l’esatto contrario. Siamo convinti che il “frullato” di culture e sapori faccia comodo solo a pochi e che invece nella diversità, nelle tradizioni e nelle autonomie locali vi sia la vera ricchezza. Pertanto siamo per uno stop all’immigrazione incontrollata in assenza di domanda di lavoro». Standing quasi ovation: considerate le premesse si poteva benissimo essere più chiari nel chiedere lo stop all’immigrazione, punto.

E ancora. «Terapia shock per mezzo dello strumento della flat tax. Un’unica aliquota molto bassa uguale per tutti, con una deduzione fissa su base familiare renderà dichiarare i propri redditi semplice e conveniente» secondo una logica di base precisa: «I debiti si ripagano col lavoro e con la crescita: considerare le coperture dei provvedimenti fiscali ex ante senza valutare l’impatto di tali provvedimenti sull’economia è un semplice metodo perché nulla cambi mai».

È invece la conclusione del discorso di Salvini a suscitare il bisogno di qualche chiarimento: non vogliamo pagare i debiti degli altri, i nostri soldi devono rimanere qua, non diamoli all’Europa. E fin qui ci siamo. Poi, però, il discorso prosegue con questa logica fin dentro i confini nazionali, giungendo a conclusioni che non possono esser digerite senza fiatare: «Noi proponiamo un sistema dove nessuno debba pagare per altri e dove ognuno possa essere competitivo con le proprie forze». «Pertanto», aggiunge in maniera ancora più esplicita, «dopo un iniziale ritorno allo status quo pre-euro, necessario per rimettere in piedi il tessuto industriale del nord Italia con l’aiuto di una valuta più leggera, occorrerà pensare a meccanismi di flessibilità (come ad esempio due monete) per riequilibrare la competitività del sud esattamente nello stesso modo in cui si cerca il recupero della competitività italiana verso la Germania».

Se fosse una premessa, una cura, in vista della crescita nazionale, ci si potrebbe ragionare. Ma l’assonanza con troppi slogan autonomisti già sentiti è impossibile da negare. Perciò qualche chiarimento sarebbe necessario. La sovranità è nazionale o non è. Ricordarlo costantemente a chi, al di fuori, dovesse metterlo in dubbio sarà il compito del neonato movimento.

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