“Cinquanta sfumature di grigio”: ecco perché valeva la pena recensirlo

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«Non di rado la sofferenza fisica nell’amore attrae più della blandizia»
, scriveva giustamente Gabriele D’Annunzio ne “Il piacere”.

Certamente non si sarebbe mai aspettato di vedere questa sua considerazione interpretata sul grande schermo alla maniera dei forse incolpevoli attori Jamie Dornan e Dakota Johnson, protagonisti dello sforzo cinematografico (ci auguriamo non eccessivo) di Sam Taylor-Johnson.

Perché «Cinquanta sfumature di grigio» è, in estrema sintesi, una soap opera travestita da pellicola erotica (pure un po’ censurata), con una sceneggiatura grottesca ai limiti del trash e l’approfondimento psicologico di un cartone animato.

A salvarsi soltanto la fotografia, a tratti la stuzzicante e simpatica scena della trattativa pre-contrattuale al tavolo da lavoro e gli azzeccatissimi – senza ironia – ultimi due secondi del film.

Sarà che a quel punto uno non vede l’ora che l’agonia finisca ed apprezza una chiusura che, inaspettatamente, taglia corto o perché il finale – per fortuna non banalmente lieto – risulta metaforicamente perfetto nella sua rappresentazione, ma si tira un sospiro di sollievo quando, aspettandosi ulteriori banalità, si finisce invece ad apprezzare la scelta tecnicamente più fine in 125 minuti di proiezione.

Vi chiederete, legittimamente: ma, dopo tutto, valeva la pena di recensire «Cinquanta sfumature di grigio»?

Certo, che fosse un film per adolescenti finte alternative o casalinghe in cerca di evasione lo si poteva intuire anche senza vederlo, tant’è che ci siamo risparmiati decisamente il libro e starà a voi valutare eventualmente se le colpe sono da attribuire integralmente alla trasposizione cinematografica (l’impressione, a sentire chi lo ha letto, è proprio questa) o meno. Ma qui vale la regola del Festival di Sanremo: se tutti ne parlano come di un grande evento, allora tocca turarsi il naso ed andare a vederlo, così da poter contrastare con cognizione di causa l’ondata di sopravvalutazione ed interesse nei confronti di un’opera che ha il solo merito di un grande lavoro di marketing.

D’altronde, si tratta di un film i cui temi – trasgressione, rapporto uomo donna, violenza ed eros – sono sulla carta “sociologicamente” rilevanti tanto quanto l’interesse stesso che ha suscitato.

Dunque si, probabilmente, soltanto in questa funzione, ne valeva la pena, anche se, cinematograficamente parlando, era meglio accontentarsi del trailer. In ogni caso, questo è quanto.

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Anastasia Steele, giovanissima laureanda in letteratura inglese, un po’ goffa e ingenua fino all’inverosimile, è ancora vergine (ma questo non lo si scopre subito fortunatamente: la banalità viene diluita nel tempo) ed in sala nessuno si spiega come sia possibile dal momento che per poco non ha un orgasmo appena conosciuto, in occasione di un’intervista, il miliardario Christian Grey e, fattosi più intimo il rapporto, suscita l’invidia di tutte le donne presenti in sala quando comincia ad ansimare forte già al contatto del suo braccio con una corda.

La madre al quarto matrimonio, occhi azzurro cielo, un accenno di lentiggini, Anastasia è il tipico soggetto da favola romantica, eccessivamente Bridget Jones quando cade ai piedi del futuro amato al primo inconsapevole incontro, inetta fino ai confini del surrealismo nell’intervistare un affascinante Grey, dal quale lei, colta studentessa e dipendente di una negozio di ferramenta, si fa intimidire da appena un paio di risposte sensate e un po’ presuntuose messe una dopo l’altra e da quel tocco di arroganza che le fa capire cosa desidera in fondo veramente: un uomo che la tratti male.

«Casta che sogna d’esser puttana», come cantava Guccini, Anastasia finisce così per incarnare il femminismo al suo ultimo stadio, quello del ciclico e inevitabile ritorno all’uomo dominatore ma in forma di farsa, la rivoluzione sessuale giunta al suo momento reazionario.

E non certo per le sei frustate che rappresentano il massimo della trasgressione nel film, per qualche simpatica sculacciata (un po’ di sano spanking non fa male a nessuno) o per la cravatta stretta attorno ai polsi della ragazza che, ad un certo punto, sembra magicamente trasformata, sbocciata e sicura di sé nel desiderio di farsi usare come cavia da laboratorio per il test di una vasta gamma di oggetti più o meno ferrosi da inserire o applicare in ogni dove.

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Farsesco è l’atteggiamento di lui, maschio alfa da copione di serie adolescenziale, con scontati scheletri nell’armadio della sua infanzia che lo hanno trasformato nella bella copia del Grinch o dello Scrooge di Dickens. Abusato da una insaziabile milf fin dalla tenera età di 15 anni, con una madre che si faceva di crack, rappresenta il duro di successo, ma in chiave moderna e mentalmente disturbata, che lo libera da ogni alone idealistico/romantico.

Farsesco è il contratto sulle pratiche sessuali consentite e i particolari da negoziare, che ha quanto meno dimezzato la potenziale carica erotica del film, residuo di una realtà da cui purtroppo, questa volta, non si discosta molto, salvo per il fatto che quando robe del genere vengono mostrate in un servizio delle Iene, nella squallida normalità del quotidiano, suscitano riso e scherno, mentre fanno tutt’altro effetto nella cornice di elicotteri, case ed auto di lusso ed una ricchezza inaccessibile ai più e che rappresenta il vero ingrediente afrodisiaco per donne allo stato brado, attratte da gioielli e potere.

Farseschi sono alcuni dialoghi, che del resto suscitano ilarità in sala: «Farai l’amore con me adesso?», implora la vergine, «Io non faccio l’amore: io scopo, forte», risponde lui con fare da macho, che poi si ritrova a far l’amore più classico lui sopra lei sotto prima di riuscire a incatenarle i polsi soltanto a tre quarti del film.

Farsesca è persino la situazione creata per dar vita all’incontro: una intervista per un giornale studentesco che diventa così importante da dover allestire in un secondo momento un set fotografico apposito per rimediare un’immagine non protetta da copyright, ma a cui lei va al posto della coinquilina (!) del tutto impreparata ed impacciata come fosse una tredicenne, quasi quanto nell’ultima ed improvvisata domanda strappalacrime.

Farsesco è il secondo incontro in ferramenta, tra doppi sensi forzati ed un pathos che scoppia improvviso e contrasta con il formalismo dei dialoghi di pochi istanti prima: «Non sono l’uomo per te» e via ad un tentativo di addio drammatico, che riesce a far sorridere ancora una volta il pubblico.

Farsesca è la banalità che opprime la trama, la chiamata da ubriaca dopo l’addio di un perfetto sconosciuto, l’arrivo da super-eroe ossessivo-compulsivo, l’amico sfigato e premuroso che lei reputa un fratello a tal punto che quasi prende le botte da lui senza motivo senza che lei abbia nulla da ridire.

Farsesca è la completa assenza di personalità di Anastasia fino alle ultime scene: «Non c’è niente di interessante da sapere sulla mia vita», esordisce novella Cenerentola, con voce rotta da un perenne senso di inadeguatezza.

Triste è constatare l’innaturalezza e l’artificialità di una pretesa trasgressione che poi trasuda moralismo e romanticismo represso da tutti i pori: «So quanto può spaventare, avevo paura anche io all’inizio», confessa ad esempio lui a lei che pare cadere sempre dalle nuvole (probabile sia sfuggita l’ambientazione negli anni Trenta).

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«Nel Kama-sutra di Vatsayana»scriveva Evola in “Metafisica del sesso” già nel ’58, «a parte una considerazione dettagliata della tecnica dei morsi, dell’uso delle unghie e di altri accorgimenti dolorosi nell’amore […], è interessante l’accenno ad un possibile effetto erotogeno-magnetico oggettivo provocato dalla vista dei segni corrispondenti rimasti sul corpo».

Ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, d’altronde, anche Kundera scriveva: «L’amore fisico è impensabile senza violenza».

Niente di nuovo, dunque, se non fosse per lo strato di modernità che ha ricoperto secoli in cui eventuali pratiche simili non necessitavano di noiosi contratti e preparativi, spiegazioni e negoziazioni e non sconfinavano nel disturbo mentale.

«E’ interessante notare», scrivevamo infatti in un vecchio articolo («L’attrazione erotica come conquista e violazione», https://rivoluzioneromantica.com/2013/10/01/lattrazione-erotica-come-conquista-e-violazione-lerotismo-di-kali/), «come il tema in effetti ritorni molto spesso nella letteratura, a conferma di questa latenza implicita e che, si badi, solo in quanto latenza rimane nell’alveo di quell’equilibrio dinamico di cui sopra», equilibrio che è rappresentato da un «conflitto misurato», simbolico, in cui  «ogni feticismo non è altro che l’estremizzazione di una latenza comunemente e normalmente presente».

Una latenza necessaria all’Eros che è essenzialmente conquista, ma che non è paragonabile al feticismo disturbato stile Peppe Fetish da Napoli nei video in cui annusa piedi femminili, estremizzando la latenza rappresentata dal naturale potenziale erotismo del piede femminile e trasformandosi ovviamente in un fenomeno da baraccone del web.

Il confine non è mai la morale, pertanto un confine in quanto tale non c’è. E’ sempre, come in ogni cosa, una questione di naturalezza, senso del ridicolo ed autenticità. Se la trasgressione diventa consapevole, regolata, ricercata, studiata e razionalizzata, ha già perso gran parte della sua trasgressività. La trasgressione meno scenica e pensata, più selvaggia e divertente, succede e basta e quasi sempre non è fine a se stessa.

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